Israele al bivio: l’ipotesi di una grande coalizione tra pragmatismo e veti incrociati

venerdì 30 ottobre 2026


Le urne israeliane hanno consegnato un verdetto che lascia il Paese in una situazione di stallo politico. Benjamin Netanyahu si ritrova ancora una volta al centro della scena, ma senza i numeri necessari per governare da solo. Il Likud si conferma il primo partito, ma la sua coalizione tradizionale resta ben al di sotto della soglia dei 61 seggi necessaria per ottenere la maggioranza alla Knesset.

Dall’altro lato, l’opposizione esce dalle urne rafforzata sul piano politico, ma strutturalmente incapace di costruire un’alternativa autosufficiente. La matematica parlamentare impone così un paradosso istituzionale con cui entrambi gli schieramenti devono fare i conti. In teoria, l’ago della bilancia è rappresentato dai partiti arabi. Tuttavia, tanto Netanyahu quanto i vertici dell’opposizione incontrano forti ostacoli politici nel fare affidamento su di essi: un sostegno determinante da parte di formazioni come Ra’am o la Lista Unita rischierebbe di provocare contraccolpi nell’elettorato sionista che nessuno sembra disposto, o in grado, di affrontare.

Nemmeno le consuete scorciatoie tattiche sembrano offrire una via d’uscita praticabile. L’ipotesi di coinvolgere nuovamente la destra laica di Avigdor Lieberman per raggiungere una maggioranza risicata si scontra con una serie di veti incrociati, a partire dal ruolo dei partiti ultraortodossi e dalla questione dell’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose. Anche nell’eventualità di un accordo, la maggioranza che ne deriverebbe rischierebbe di essere estremamente fragile, esposta al veto del singolo parlamentare e, con ogni probabilità, destinata a durare poco.

In questo quadro di apparente stallo, prende corpo uno scenario potenzialmente in grado di rompere l’impasse: la nascita di una grande coalizione tra il Likud e la formazione guidata dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot.

Dietro le quinte, le pressioni più incisive arriverebbero proprio da Washington. Per gli Stati Uniti, la priorità resta la stabilizzazione della regione e la gestione della delicata fase postbellica. Un obiettivo difficilmente conciliabile con la presenza al governo delle componenti più estreme della destra israeliana, rappresentate da Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, le cui posizioni hanno a lungo complicato il dialogo tra Gerusalemme e le cancellerie occidentali e arabe.

L’operazione auspicata da Washington richiederebbe a Netanyahu una scelta di rottura: mettere da parte la destra più radicale per stringere un accordo politico con le componenti riconducibili a Eisenkot, mantenendo al contempo l’intesa con i tradizionali alleati ultraortodossi. I vantaggi strategici di un simile assetto sarebbero molteplici. Sul piano interno, consentirebbe di costruire una maggioranza parlamentare più ampia e potenzialmente più stabile, capace di garantire governabilità senza dipendere dalle componenti più radicali. Sul piano geopolitico, contribuirebbe a ridimensionare il peso dell’estrema destra e a escludere le forze arabe dagli equilibri di governo, aprendo la strada a una leadership più pragmatica, in grado di riannodare i fili del dialogo regionale e rilanciare il percorso degli accordi di normalizzazione.

Resta da capire se la ragion di Stato e il pragmatismo riusciranno a prevalere sui personalismi e sui veti incrociati che da anni paralizzano la politica israeliana. Per Israele e per gli equilibri del Medio Oriente, una grande coalizione rappresenterebbe una possibile via d’uscita dall’emergenza permanente: non una soluzione priva di ostacoli, ma una scommessa politica capace di ridisegnare gli equilibri interni e riaprire il dialogo con i partner regionali.


di Salvatore Di Bartolo