giovedì 29 ottobre 2026
Un carico di gasolio russo, trasportato su petroliere sanzionate e autorizzato dagli Stati Uniti mentre Mosca bombarda l’Ucraina, è una questione di sicurezza internazionale. L’accordo annunciato il 9 ottobre da Donald Trump con Vladimir Putin rischia di aprire una breccia nel sistema di sanzioni costruito dopo l’invasione del 2022. Il contesto è anche elettorale. Prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, Trump vuole intervenire sul prezzo del diesel. Ma le quantità previste, circa 150mila barili al giorno per tre mesi, rappresentano meno del 4 per cento dei quattro milioni di barili consumati quotidianamente negli Stati Uniti. Difficilmente cambieranno i prezzi alla pompa o risolveranno i problemi del bilancio russo, gravato dalla guerra. Il vantaggio di Mosca è altrove. Trump, che nei rapporti con alleati e avversari ricorre spesso a dazi e pressioni economiche, con Putin preferisce offrire incentivi per non allontanarlo dal negoziato. Senza ottenere la fine dell’aggressione, Washington allenta misure pensate per limitarne il finanziamento. La sospensione delle misure previste dalla recente legge Graham, comprese le penalizzazioni per i grandi acquirenti di energia russa, accentua questo segnale.
Il 9 ottobre l’Office of Foreign Assets Control (Ofac), organismo del Tesoro americano, ha emesso la General License 135, che autorizza fino al 7 aprile 2027 operazioni di vendita, consegna, scarico e importazione di diesel russo. Ma esiste un problema giuridico. L’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 vieta l’ingresso dei prodotti energetici russi e pone condizioni alla revoca: un accordo accettato da Kyiv per il ritiro delle truppe e la fine delle ostilità, l’assenza di minacce immediate ai Paesi Nato e il riconoscimento del diritto degli ucraini di scegliere liberamente il proprio governo. È inoltre prevista una consultazione del Congresso almeno 45 giorni prima della certificazione presidenziale. Nulla di tutto questo si è verificato. Una licenza amministrativa temporanea non cancella necessariamente un divieto legislativo. La sua portata è controversa: banche e importatori potrebbero subire contestazioni future. Parlamentari dei due partiti hanno criticato l’intesa e chiesto a banche e porti di conservare i documenti sui carichi.
Per gli operatori il costo delle verifiche e il rischio di sanzioni possono superare i profitti di poche spedizioni. La recente deroga sul petrolio iraniano, subito ritirata, mostra quanto tali autorizzazioni siano instabili. Le difficoltà sono già visibili in mare. Tre petroliere, Agioi Fanendes, Talisman e Leruo, trasportano complessivamente circa 140 mila tonnellate di diesel verso gli Stati Uniti. La prima batte bandiera maltese; le altre due risultano sottoposte a sanzioni occidentali. La Talisman compare anche nelle liste Usa ed è collegata alla sanzionata Sovcomflot. Autorizzare il diesel non significa autorizzare nave, proprietario e pagamenti. Le norme di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito non coincidono. E le unità della cosiddetta flotta ombra impongono verifiche anche sulla proprietà effettiva e sugli operatori coinvolti. Per i vettori soggetti alle regole europee resta applicabile il tetto di 100 dollari al barile per il diesel russo. Il trasbordo in mare potrebbe aggirare ostacoli pratici, ma è un segnale di rischio per l’elusione delle sanzioni. La licenza lascia anche dubbi sui prodotti miscelati o affini al gasolio. Fra controlli, navi ammissibili e assicurazioni difficili da ottenere, le spese aggiuntive possono annullare il vantaggio commerciale dell’operazione.
Il diesel è soltanto il primo passo. L’obiettivo di Mosca è rendere normale l’idea che le sanzioni possano essere sospese o ridimensionate in cambio di promesse di cooperazione. La licenza mantiene restrizioni su determinati movimenti relativi ai conti della Banca centrale russa, del Fondo nazionale per il benessere e del ministero delle Finanze. Kirill Dmitriev, emissario di Putin e capo del Russian Direct Investment Fund (Rdif), chiede la revoca delle sanzioni sul fondo. Washington sta esaminando la richiesta; anche il Cremlino conferma i colloqui. Il pretesto è agevolare i pagamenti per il diesel. Eppure, diverse banche russe non colpite da tutte le restrizioni potrebbero già gestire, in linea di principio, operazioni lecite. Riabilitare il Rdif faciliterebbe i rapporti finanziari con l’Occidente e, in prospettiva, l’accesso a risorse immobilizzate dal 2022. Soprattutto, legittimerebbe un organismo sanzionato subito dopo l’invasione e considerato dalle autorità americane uno strumento del potere economico del Cremlino. C’è poi il dossier Lukoil. Le attività estere del colosso petrolifero, valutate inizialmente circa 22 miliardi di dollari, sono al centro di negoziati il cui termine è stato prorogato da Washington al 21 novembre. Dopo il ritiro del fondo americano Carlyle, si cercano altri acquirenti. Per il Tesoro, i proventi dovuti a Lukoil dovrebbero restare bloccati fino alla revoca delle sanzioni. Anche questo dossier offre una leva negoziale a Mosca. Si discute inoltre di gas naturale liquefatto, progetti nell’Artico e persino centri di elaborazione dati alimentati dall’energia nucleare.
Prima del vertice in Alaska del 2025 era stata valutata l’ipotesi di utilizzare rompighiaccio russe a propulsione nucleare per lo sviluppo energetico. Nel progetto Polar Lng in Alaska sono emersi rapporti con Novatek su tecnologie e finanziamenti, con autorizzazioni ancora da chiarire. L’idea di data center russo-americani rimane invece, per ora, soprattutto una proposta di Mosca. Il Cremlino può beneficiarne anche senza accordi concreti. Basta che banche, assicuratori e intermediari di Paesi terzi si convincano che Washington non intende più applicare con la stessa fermezza le proprie restrizioni. Chi temeva di perdere l’accesso al sistema del dollaro potrebbe ripensarci. La forza delle sanzioni dipende infatti anche dalla certezza della loro applicazione, non soltanto dal loro contenuto formale. È questo il vero significato politico dell’accordo. Il Cremlino non cerca soltanto acquirenti per qualche petroliera di diesel: punta a demolire, una concessione alla volta, il sistema di sanzioni costruito per contrastare l’aggressione all’Ucraina. E mentre le forze russe continuano a bombardare città, uccidere civili e devastare infrastrutture, Washington rischia di concedere a Putin ciò che non è riuscito a ottenere sul piano diplomatico: un progressivo ritorno alla normalità nei rapporti economici, senza che Mosca abbia rinunciato a un solo metro delle proprie ambizioni imperiali. Non sarebbe un passo verso la pace, ma un premio all’aggressore. E, soprattutto, un pericoloso messaggio: che persino una guerra di conquista può diventare tollerabile, purché vi siano sufficienti interessi economici in gioco.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)