Il trattato che smentisce Putin sul Donbas

giovedì 29 ottobre 2026


Gli accordi sui confini: la storia di un trattato bilaterale Russia-Ucraina relegato negli archivi del Cremlino

C’è un documento, oggi sepolto negli archivi della diplomazia russa, che già da solo smantella l’impalcatura ideologica utilizzata dal Cremlino per giustificare le pretese di Vladimir Putin sul Donbas. Non è una dichiarazione d’intenti occidentale, ma un accordo bilaterale – quindi senza nessuna intermediazione o pressione dell’Occidente – fondamentale tra la Federazione Russa e l’Ucraina: il 28 gennaio 2003 a Kiev, il presidente russo Vladimir Putin e l’allora presidente ucraino Leonid Kučma firmarono il Trattato tra l’Ucraina e la Federazione Russa sul confine di Stato ucraino-russo, l’atto politico con cui Mosca ha formalizzato e riconosciuto reciprocamente la linea di confine terrestre tra le due nazioni. Nei palazzi del potere russo quel testo oggi è un tabù. Eppure, si tratta dell’accordo che ha stabilito legalmente che il confine di Stato corrisponde alla precedente frontiera amministrativa tra la Repubblica socialista sovietica dell’Ucraina e la Repubblica socialista federativa sovietica russa al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1991. I passaggi chiave del testo non lasciano spazio a interpretazioni: l’Articolo 1 esplicita testualmente che il confine di Stato è la linea che divide i territori dei due Paesi “dall’intersezione dei confini di Ucraina, Russia e Bielorussia fino a un punto sulla costa del Golfo di Taganrog”.

Con questo atto, la Russia ha riconosciuto ufficialmente la sovranità territoriale dell’Ucraina sulle regioni di confine, come anche sulla Crimea e sul Donbas. Questo significa che, prima di teorizzare la frammentazione identitaria dell’Est e l’espansione della Nato, Vladimir Putin ha firmato un trattato internazionale in cui riconosceva la mappa nata dal crollo del muro. Nessun malinteso, nessuna forzatura: c’è una firma apposta dallo stesso presidente russo che oggi pretende di ridisegnare la storia col sangue della sua guerra di aggressione. Peraltro, il riconoscimento dei confini originari dell’Ucraina trova fondamento nel principio di diritto internazionale dell’uti possidetis iuris: per garantire la stabilità delle frontiere anche nei processi di acquisizione dell’indipendenza e di dissoluzione di Stati federali, le delimitazioni territoriali amministrative preesistenti sono assunte come riferimento anche per le nuove frontiere internazionali. La Corte internazionale di giustizia ne ha precisato la portata nella sentenza del 22 dicembre 1986 relativa alla controversia frontaliera tra Burkina Faso e Mali (Frontier Dispute, Icj Reports 1986, pagina 554, in particolare paragrafi 20-26), sottolineandone la funzione di stabilità e certezza dei confini. Inoltre, è su questo principio generale che è stata confermata la continuità delle frontiere tra le ex Repubbliche federate, divenute Stati indipendenti, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il percorso di quell’accordo smentisce anche la narrazione di una frontiera fragile o mai nata: sono intervenute le rispettive ratifiche parlamentari, e il trattato è entrato ufficialmente in vigore il 23 aprile 2004.

E c’è di più: per evitare ogni contestazione futura sul piano del diritto, l’accordo è stato registrato dall’Ucraina presso il Segretariato delle Nazioni Unite (Numero di registrazione 54.132): in sostanza, si smentiscono così tutte le tesi propagandistiche secondo cui i confini ucraini non fossero mai stati depositati o definiti formalmente. I dettagli geografici di quel documento mostrano la precisione di un accordo che non lascia spazio ad ambiguità di interpretazione. Il documento si concentra sulla delimitazione terrestre dei confini dalla Bielorussia fino al Golfo di Taganrog nel Mar d’Azov, con inclusi Donbas e la Crimea in chiaro territorio ucraino. Veniva lasciato spazio a un accordo quadro parallelo solo per la gestione delle acque del Mar d’Azov e dello Stretto di Kerč, come poi sarebbe avvenuto definendo uno status speciale dell’area, fino all’occupazione della Crimea da parte russa. I fatti ci hanno mostrato come le promesse di Mosca nei documenti internazionali valgano come carta da cestinare alla prima occasione. E tuttavia vale un principio: il diritto internazionale può recedere nei momenti bui in cui la forza prevale sul diritto, ma rimane un punto fermo e arriva sempre il momento in cui la Storia presenta il conto. Il Trattato del 2003, insieme al Trattato di amicizia russo-ucraino del 1997 e al Memorandum di Budapest del 1994, costituisce – come riconosciuto anche da Risoluzioni dell’Onu e della Corte internazionale di giustizia – la base legale internazionale che la Federazione Russa ha violato a partire dal 2014 con l’occupazione della Crimea e le infiltrazioni nel Donbas, culminate nell’invasione su vasta scala del 2022.

A chi parla oggi di negoziati per l’Ucraina, è bene ripartire da quei documenti, che non sono carta straccia. Negoziare non può significare legittimare un’annessione ottenuta con la forza, né trasformare la violazione dei confini riconosciuti in un nuovo principio di legittimità. Gli accordi firmati restano parte della storia diplomatica e giuridica europea, e ricordano una verità essenziale sancita anche dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati: la forza può alterare i confini sul terreno, ma non basterà mai a renderli legittimi in un trattato. Ora che l’Europa dovrebbe accingersi a trovare una voce unica sui negoziati, è bene che dia spazio al tavolo della diplomazia con le ricostruzioni di storici e giuristi. E sarebbe ora di mettere da parte la pedissequa accettazione, da parte di diversi italiani, della retorica di Putin sulla presunta unità di un “Mondo russo”. Lo storico dell’Est europeo Andreas Kappeler lo chiarisce in un saggio dal titolo eloquente Fratelli disuguali. Russi e ucraini dal Medioevo a oggi: in esso si documentano ampiamente i rapporti storicamente ben distinti fra i due popoli e il peso delle politiche imperiali, condotte con prevaricazioni e trasferimenti forzati di popolazioni sino ai nostri giorni. La Storia narra dunque un racconto ben diverso dalla retorica dell’allargamento della Nato, che “abbia ai confini” della Russia: non si può omettere l’istanza di autodeterminazione che ha indotto interi popoli dell’Est a guardare all’Occidente per riconoscersi in un futuro di libertà e democrazia.

(*) Membro dell’International Law Association


di Maurizio Delli Santi