venerdì 23 ottobre 2026
Una tregua può fermare i combattimenti senza impedire alla Russia di preparare una nuova aggressione. È questa la premessa per valutare l’ipotesi di congelare l’attuale linea del fronte in Ucraina: il silenzio delle armi non garantirebbe da solo la sicurezza del Paese né trasformerebbe l’occupazione in una pace duratura. Prendere sul serio una tregua è necessario, ma scambiarla per la fine della guerra sarebbe un errore che l’Europa potrebbe pagare caro. Il 21 ottobre, intervistato da Fox News, Volodymyr Zelenskyy si è detto disponibile a fermare le ostilità sulle attuali posizioni, per poi negoziare garanzie di sicurezza con Stati Uniti ed Europa. Congelare il fronte, però, non significa riconoscere la sovranità russa sui territori occupati. Kyiv accetterebbe una situazione militare di fatto, non una modifica legale dei confini. È una distinzione fondamentale, che esclude l’idea di una capitolazione ucraina. Dall’avvio della guerra di aggressione su vasta scala, il 24 febbraio 2022, la Russia ha esteso il proprio controllo oltre la linea di contatto che dal 2014 delimitava i territori occupati del Donbas. L’avanzata, tuttavia, è stata molto diseguale e, negli ultimi anni, estremamente lenta. Secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies, lungo la direttrice Avdiivka-Pokrovsk le forze russe hanno impiegato quasi due anni, tra febbraio 2024 e gennaio 2026, per guadagnare circa 50 chilometri: una media di appena 70 metri al giorno.
Un dato riferito a quel settore, ma indicativo delle difficoltà di Mosca nel trasformare il proprio impiego di uomini e mezzi in uno sfondamento decisivo. Putin, del resto, non ha raggiunto tutti gli obiettivi territoriali che continua a rivendicare. Mosca pretende per intero Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, oltre alla Crimea, ma non controlla integralmente le regioni annesse unilateralmente nel 2022. Le città di Zaporizhzhia e Kherson, capoluoghi di due di quelle regioni, restano sotto amministrazione ucraina. Congelare il fronte significherebbe quindi fissare una situazione militare assai diversa da quella che il Cremlino pretende di imporre per via diplomatica. Il punto più delicato è il Donetsk. La cintura difensiva che l’Ucraina rafforza dal 2014, tra Sloviansk, Kramatorsk, Druzhkivka e Kostiantynivka, è un sistema di fortificazioni, centri urbani e nodi logistici che ostacola l’avanzata russa. Abbandonarla, come pretende Mosca, significherebbe consegnare senza combattere posizioni che le sue forze non sono riuscite a conquistare e arretrare verso terreni meno difendibili. L’Institute for the Study of War ha richiamato più volte l’attenzione su questo rischio. Congelare il fronte e ritirarsi unilateralmente dal Donbas non sono dunque la stessa cosa. Nel primo caso l’Ucraina conserverebbe le posizioni che difende; nel secondo perderebbe anche quelle, compromettendo la capacità di resistere a una futura offensiva. È una differenza strategica, prima ancora che politica. Gli ucraini sembrano comprenderlo. Un sondaggio del Kyiv International Institute of Sociology, condotto a settembre, indica che il 69 per cento degli intervistati sosterrebbe un cessate il fuoco lungo la linea attuale, purché i territori occupati non vengano riconosciuti come russi e l’Ucraina possa continuare a rafforzare il proprio esercito e il percorso verso l’Occidente.
Un’altra rilevazione, effettuata dall’8 al 16 ottobre, mostra invece che il 61 per cento considera categoricamente inaccettabile la cessione dell’intero Donbas in cambio di garanzie di sicurezza. Non è una contraddizione: è la differenza tra fermare le uccisioni e accettare di esporsi a nuove aggressioni. Resta poi ciò che nessuna linea tracciata su una mappa può risolvere. I territori occupati non sono spazi vuoti: vi vivono persone sottoposte all’autorità di una potenza che ha imposto repressione e politiche di russificazione. Una tregua lascerebbe irrisolti il ritorno dei bambini trasferiti o deportati illegalmente, la liberazione dei prigionieri e dei civili detenuti, la sorte della centrale nucleare di Zaporizhzhia, il risarcimento dei danni e la responsabilità per i crimini commessi. Il cessate il fuoco non cancellerebbe le conseguenze dell’occupazione. La storia ucraina contiene già un monito. Gli accordi di Minsk non impedirono che la linea di contatto nel Donbas diventasse teatro di continue violazioni del cessate il fuoco, fino all’invasione del 2022. Il paragone con la Corea del 1953, frequentemente evocato, regge solo fino a un certo punto: l’armistizio coreano non divenne un trattato di pace, ma fu sostenuto da un equilibrio militare e da dispositivi di controllo e deterrenza che non nascono automaticamente con una firma. Una tregua priva di strumenti credibili per farla rispettare rischierebbe di offrire alla Russia il tempo necessario per ricostituire le proprie forze.
Qui si misura la responsabilità dell’Europa. Secondo i dati del Kiel Institute, al 31 agosto 2026 gli aiuti assegnati all’Ucraina dall’Europa ammontavano a 236,4 miliardi di euro, contro i 115,4 miliardi degli Stati Uniti. Ma il sostegno finanziario non basta. Servono garanzie verificabili, un esercito ucraino capace di difendersi, un sistema di monitoraggio efficace, la continuità delle forniture militari e conseguenze concrete in caso di violazioni russe. Anche l’eventuale alleggerimento delle sanzioni dovrebbe dipendere dal comportamento di Mosca, non costituire un premio anticipato. Il Cremlino non ha finora aderito alla proposta specifica di Zelenskyy, pur manifestando una disponibilità di principio a riprendere i colloqui con Kyiv e Washington. Una disponibilità ucraina alla tregua non equivale a un impegno russo a rispettarla. Né si può chiedere a chi è stato aggredito di rinunciare alle proprie difese per dimostrare di volere la pace. Fermare la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina è necessario. Ma il congelamento della linea del fronte non deve trasformarsi nel congelamento della volontà occidentale di sostenere Kyiv. Il problema non è soltanto dove passerà domani quella linea, ma impedire che Vladimir Putin possa tornare a spostarla con la forza.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)