mercoledì 21 ottobre 2026
Per ora, solo due punti in percentuale (45 contro 47 per cento) separano l’ottantenne presidente brasiliano uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, dal suo più giovane sfidante, Flavio Bolsonaro, il figlio minore dell’ex presidente Jair, quest’ultimo condannato a 27 anni di carcere per tentato colpo di Stato. I due contendenti si misureranno per la sfida finale al ballottaggio del 25 ottobre prossimo, sebbene i pronostici diano per scontata la vittoria di Flavio su Lula, quest’ultimo icona globale di un social populismo che negli ultimi decenni ha condotto alla rovina non pochi Paesi del Sud America. Le ragioni per cui ancora una volta il voto popolare si orienta a destra sono ormai comuni a tutti gli Stati dell’area, e vanno dal disagio per un’economia che va sempre peggio; alla reazione per un cambiamento culturale sempre più sgradito e contestato; alla polarizzazione dello scontro e all’erosione dei principi democratici che favoriscono la visione dell’uomo forte e del decisionismo, rispetto ai tempi molto più lenti e contradditori del confronto democratico. Anche stavolta, a orientare la bilancia a favore di Bolsonaro peserà la Dottrina Donroe di Donald Trump, che avrà così come suo alleato un altro partner di destra, il più prezioso, del continente sudamericano. E Trump è fermamente intenzionato a condizionare l’esito fiale del voto utilizzando ogni strumento a sua disposizione, come la leva tariffaria, la revoca dei visti e i finanziamenti del Dipartimento di Stato ai gruppi di opinione che si oppongono alla Corte suprema brasiliana, bersaglio prediletto della campagna di Flavio per le presidenziali. Un altro, fondamentale aspetto di questa svolta a destra è il disincanto del cittadino medio brasiliano rispetto alla partecipazione democratica alla vita civile.
Ed è interessante, in tal senso, l’analisi condotta dal New York Times (Nyt), per capire come da un successo clamoroso di popolo durato dal 2003 al 2014, si è giunti al letterale ribaltamento politico con la Presidenza (alternata) dei due Bolsonaro, padre e figlio. Guardando a quegli anni, lo stesso Lula e il suo successore designato, Dilma Rousseff, hanno accompagnato il ritorno della democrazia in Brasile con incisive riforme sociali ed economiche, di cui hanno beneficiato ampie fasce di popolazione a basso reddito e marginalizzate, come contadini, minoranze indigene e afrobrasiliane. In quegli anni, si è registrato un notevole salto di livello nell’alfabetizzazione, nella drastica riduzione di fame e povertà e nell’accesso all’istruzione superiore. Ma nel 2013, il clima politico cambia radicalmente, con le manifestazioni popolari contro l’aumento delle tariffe nei trasporti, sfociate in una vera e propria rivolta contro l’intera classe politica, compreso la presidente Rousseff, culminate con le proteste popolari del 2015 e 2016 per il suo impeachment. Nell’occhio del ciclone dello scontento popolare è finita la stessa Corte suprema, la cui credibilità è stata minata da gravi scandali interni, e dallo scarso equilibrio dimostrato nella severa condanna a Jair Bolsonaro. È molto interessante, a questo punto, capire come la destra abbia acquisito i livelli attuali di consenso, attraverso una costellazione di organizzazioni e gruppi di intellettuali conservatori, molto attivi sui network locali. Per ora, questi movimenti, pur mancando di una leadership formale e di un programma ideologico coerente, dimostra un’autentica venerazione per leader forti come Trump ed entrambi i Bolsonaro.
Nella loro campagna elettorale, avviata già un anno fa, hanno detto e fatto tutto ciò che un candidato tradizionale non farebbe, reclutando molti attivisti che non si erano prima di allora mai interessati di politica. I loro esponenti di punta sono cantanti di gospel, YouTubers con milioni di followers (alcuni influencer hanno vinto in modo quasi plebiscitario un seggio parlamentare nelle ultime elezioni) e, soprattutto, pastori evangelici. Ricordando, per inciso, che la stessa moglie di Flavio Bolsonaro è un convinto e viscerale membro della chiesa evangelica brasiliana, mentre in America l’elettorato evangelico rappresenta uno dei pilastri fondamentali della politica statunitense contemporanea. In questi ultimi anni, nota il Nyt, è venuto meno un altro pilastro dell’interlocuzione sociale, come il sindacato, che ha dimezzato i suoi iscritti dal 2012 al 2025, mentre portatori netti di consensi alla sinistra, come le organizzazioni di volontariato per il sostegno ai meno abbienti e alle classi lavoratrici, hanno perduto progressivamente terreno. Di questo arretramento è anche in parte responsabile il Partito dei lavoratori (Pt) di Lula, che si è defilato dal rapporto con i territori, riciclandosi in forza governativa e macchina elettorale per vincere le elezioni. Cosa che ha provocato un forte arretramento dei consensi per Lula tra i ceti sociali a basso reddito. Smarrita la sua base, oggi il Pt è costretto a dipendere dall’anziano Presidente, un talento generazionale della sua epoca, ma privo di degni eredi.
Questo vuoto politico è stato progressivamente colmato proprio dalle organizzazioni religiose evangeliche, che hanno attirato le simpatie di molti sostenitori di Lula. La loro popolarità è cresciuta vertiginosamente dal 9 per cento del 1991 al 27 per cento odierno, guadagnando qualcosa come 30 milioni di nuovi fedeli. In molti quartieri poveri del Brasile, le chiese pentecostali sono molto più seguito rispetto a qualsiasi altro Partito o movimento sociale. Tre fedeli su quattro partecipano regolarmente, almeno una volta a settimana, alle funzioni e questa rete religiosa costituisce oggi la base elettorale più affidabile della destra brasiliana, grazie al fatto che i fedeli sono portati a seguire scrupolosamente le indicazioni di voto, in base a principi morali, più che sugli interessi materiali e politici. Questo accade perché il sistema dei partiti ha gambe piuttosto malferme, dato che gli elettori fidelizzati sono un’esigua minoranza, al contrario delle questioni di reddito e di religione che, tuttavia, non hanno una matrice partitica. Per cui, chi sa sfruttarne le capacità organizzative delle reti parrocchiali ha partita vinta nella corsa elettorale. Per vincere al ballottaggio, Lula dovrebbe in qualche modo mobilitare una parte dei g che si sono astenuti al primo turno, ma farlo in sole tre settimane richiederebbe ciò che è andato disperso nel tempo: una rete capillare di organizzazioni locali del Pt che è stata dismessa da più di un decennio. Exit Lula, intrat Bolsonaro junior!
di Maurizio Guaitoli