martedì 20 ottobre 2026
Nelle ultime ore, l’opinione pubblica internazionale è stata scossa da un intreccio di trattative che, qualora trovasse conferma, potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici globali per i prossimi decenni. L’indiscrezione, circolata negli ambienti diplomatici e rilanciata da diversi organi di stampa, vedrebbe il Cremlino e Vladimir Putin spingere con decisione per un vertice trilaterale a margine del forum APEC, in programma il 18 e 19 novembre prossimi nella metropoli cinese di Shenzhen. Gli interlocutori designati? Donald Trump e Xi Jinping. Sul tavolo, la fine del conflitto in Ucraina e una più ampia stabilizzazione di un pianeta lacerato da molteplici focolai di guerra.
Non sorprende che in molti abbiano evocato lo spettro di una “nuova Yalta”. L’idea che tre leader possano riunirsi per ridefinire le sfere d’influenza globali e ridisegnare il destino di interi popoli, scavalcando i diretti interessati — con Volodymyr Zelensky e Kiev rigorosamente esclusi dai giochi — restituisce tutta la crudezza di un mondo che sembra aver rapidamente accantonato il multilateralismo fondato sulle regole per tornare alla realpolitik più cinica e muscolare. Che questo specifico vertice trilaterale si concretizzi a novembre a Shenzhen o che un’eventuale intesa prenda forma altrove e attraverso modalità differenti, la sostanza della questione non cambia.
Ciò che emerge con forza da questa dinamica è, infatti, la totale e imbarazzante inconsistenza politica dell’Unione europea.
L’Europa, che per anni ha finanziato e armato l’Ucraina, rivendicando al contempo un ruolo centrale sul piano politico e strategico nella gestione del conflitto, si ritrova oggi a rischiare di essere relegata al ruolo di spettatrice, confinata ai margini di una partita che potrebbe giocarsi prevalentemente sull’asse Washington-Mosca-Pechino. Che si tratti del vertice di Shenzhen o di un qualsiasi altro futuro tavolo negoziale, il Vecchio Continente rischia di non avere voce in capitolo, confermando il progressivo ridimensionamento del proprio peso politico e strategico.
È il fallimento strutturale di un’Unione che ha troppo spesso privilegiato l’attendismo rispetto alla visione strategica e la mediazione interna rispetto alla capacità di agire come attore geopolitico unitario. Oggi ne paga il prezzo più alto: rischia di subire decisioni cruciali prese altrove, senza riuscire neppure a sedersi ai tavoli che contano, nonostante le ingenti risorse finanziarie destinate negli ultimi anni a sostenere Kiev.
Il possibile vertice di Shenzhen diventa così il simbolo di una crisi che l’Europa non può più permettersi di ignorare: quella di un continente che ambisce, almeno a parole, a essere protagonista dell’ordine internazionale, ma che, nei fatti, rischia di restare spettatore pagante delle decisioni destinate a determinarne il futuro.
di Salvatore Di Bartolo