martedì 20 ottobre 2026
Perché il record del GNL di Yamal svela i limiti delle sanzioni europee
L’aumento del 9,5 per cento delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dal progetto russo Yamal nei primi nove mesi del 2026, con 12,18 milioni di tonnellate sbarcate nei terminali dell’Unione Europea (pari all’85 per cento delle consegne globali del progetto), certifica un paradosso geopolitico ed economico che l’Europa non può continuare a ignorare.
Nonostante la contrazione del 77,4 per cento dell’interscambio commerciale bilaterale rispetto al 2021, i beni ad alta intensità infrastrutturale — primo fra tutti il gas — dimostrano una vischiosità che smentisce la retorica del disaccoppiamento totale. Per una linea liberale, europeista e riformista, la questione non è cedere a fughe in avanti protezionistiche o a proclami ideologici, ma misurare con rigore la realtà dei mercati e la tenuta delle filiere.
Sul piano del diritto economico e della finanza pubblica, il fenomeno evidenzia la differenza strutturale tra il commercio di merci fungibili e la logistica rigida del GNL. L’Europa resta per Yamal il mercato più conveniente grazie alla vicinanza geografica, che ottimizza le rotazioni delle metaniere rompighiaccio Arc7. Al contempo, per le utilities europee — concentrate nei porti di Francia, Belgio e Spagna — l’approvvigionamento da Yamal ha risposto a una logica di minimizzazione dei costi in un triennio segnato dalla vulnerabilità degli approvvigionamenti mediorientali e dalla volatilità dei prezzi.
Tuttavia, derubricare questi flussi a semplice “opportunismo commerciale” significherebbe ignorare il rischio strategico. Il Regolamento Ue 2026/261, che imporrà il divieto definitivo per i contratti GNL di lungo periodo a partire dal 1° gennaio 2027, segna una cesura fondamentale. Ma l’avvicinarsi di questa scadenza rischia di generare una corsa all’accaparramento dei volumi ancora legalmente disponibili, amplificando la dipendenza di breve periodo anziché ridurla.
Una prospettiva di destra riformista e pro-Usa impone di guardare oltre la sanzione formale, valutando l’efficacia degli strumenti di controllo e l’impatto delle misure extraterritoriali, come la legislazione statunitense in discussione.
La sicurezza energetica dell’Occidente si difende accelerando la diversificazione delle fonti, potenziando i rigassificatori e integrando i mercati nazionali attraverso interconnessioni efficienti (come dimostrano i riflessi indiretti anche sul mercato italiano), anziché affidandosi a divieti cartolari che rischiano di spostare i profitti verso intermediari terzi senza intaccare la domanda reale.
La transizione energetica non è un dogma burocratico, ma un processo economico che richiede infrastrutture solide, certezza del diritto e mercati liquidi. Continuare a finanziare, seppur indirettamente e transitoriamente, la filiera artica russa mentre si sostiene l’Ucraina aggredita evidenzia la contraddizione di un’Europa che fatica a dotarsi di una vera politica estera e di difesa comune.
La scadenza del prossimo 1° gennaio non sarà solo un test normativo, ma la prova decisiva della capacità europea di coniugare rigore geopolitico, realismo economico e autonomia strategica.
di Riccardo Renzi