Rassvet, l’alba satellitare con cui Putin vuole cambiare la guerra

martedì 20 ottobre 2026


Mentre gli Stati Uniti limitano alcune modalità d’impiego delle comunicazioni satellitari militari ucraine, la Russia costruisce una rete sulla quale Washington non possa intervenire. È la contraddizione al centro di Rassvet, il progetto con cui Mosca vuole potenziare i droni e conquistare autonomia tecnologica. Una sfida per l’Ucraina e per la sicurezza europea. Rassvet, “alba” in russo, punta a realizzare una costellazione di satelliti per collegamenti veloci e controllo a distanza dei droni. Il modello è Starlink, il sistema di SpaceX che dal febbraio 2022 sostiene le comunicazioni ucraine, garantendo collegamenti tra unità, comandi e droni anche dopo la distruzione delle infrastrutture terrestri. Anche le forze russe avevano sfruttato terminali Starlink acquisiti attraverso canali non autorizzati. La loro disattivazione, all’inizio del 2026, ha creato difficoltà ad alcune unità. La lezione per Mosca è chiara: una risorsa militare essenziale non può dipendere da un fornitore occidentale. Il programma è affidato alla società russa Bureau 1440, controllata dal gruppo tecnologico nazionale Iks Holding. Dopo i lanci di marzo e luglio 2026, conta 32 satelliti immessi in orbita, oltre a sei apparati sperimentali. I piani prevedono 156 satelliti entro il 2026, 292 nel 2027 e oltre 900 entro il 2035. Si tratta tuttavia di previsioni ambiziose, la cui realizzazione resta incerta a causa dei ritardi nei lanci e dei problemi tecnici riscontrati nel posizionamento dei satelliti nelle orbite previste.

Il primo lancio operativo, il 23 marzo, è partito dal cosmodromo militare di Plesetsk, sotto la direzione del ministero della Difesa: un segnale dell’interesse militare per una tecnologia presentata anche come civile. Secondo la stampa russa, il Ministero delle Comunicazioni avrebbe stanziato 100 miliardi di rubli e Bureau 1440 ne investirebbe altri 300. La rete dovrebbe servire anche istituzioni e aziende nelle regioni remote della federazione. Le orbite quasi polari favoriscono la copertura delle alte latitudini; il servizio promette fino a un gigabit al secondo per terminale e una latenza inferiore a 70 millisecondi. Il modello ricorda OneWeb, rivolto soprattutto a clienti istituzionali. Ma, secondo l’esperto Vitalij Egorov, i terminali sono più pesanti e ingombranti di quelli Starlink, mentre la produzione seriale richiede capacità industriali non ancora dimostrate. Sarebbe però un errore valutare la minaccia rappresentata da Rassvet esclusivamente in base alla sua sostenibilità commerciale. Offrire Internet a milioni di utenti richiede molti più satelliti che sostenere operazioni militari per alcune ore. Secondo l’intelligence ucraina le forze russe avrebbero già utilizzato Rassvet sopra l’Ucraina nel luglio 2026, per alcune ore. Non significa che il sistema sia pienamente operativo.

Collegamenti satellitari a bassa latenza permetterebbero di ricevere immagini dai droni, correggerne la rotta e aggiornare gli obiettivi a grande distanza. Questi collegamenti potrebbero inoltre risultare più resistenti alle interferenze elettroniche rispetto alle comunicazioni radio tradizionali, pur rimanendo vulnerabili ai sistemi di disturbo avversari. Per Denys Sienik, incaricato d’affari ucraino a Washington, Rassvet potrebbe permettere a Mosca di colpire quasi in tempo reale, causando altre vittime. È un rischio, non una capacità dimostrata su larga scala. Il paradosso emerge dagli ultimi giorni. Dal 14 ottobre alcuni terminali Starshield, il sistema di SpaceX per impieghi militari, perdono la connessione quando viaggiano a velocità superiori a circa 160 chilometri orari. Il limite compromette determinati droni intercettori contro i Geran-3 russi, velivoli a reazione assai più veloci. Non paralizza l’intera difesa aerea, ma ne indebolisce una componente proprio mentre Mosca intensifica gli attacchi contro città e infrastrutture. Ogni intercettazione mancata aumenta il pericolo per i civili. C’è una seconda restrizione. Il 17 ottobre il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che Washington non ha autorizzato l’uso di Starshield richiesto da Kyiv per attacchi in profondità in Russia.

L’Ucraina può già colpire raffinerie e infrastrutture militari russe con altri mezzi, ma non dispone per quelle missioni delle capacità satellitari richieste. Benché Rubio abbia descritto Starshield come non disponibile per Kyiv, testimonianze raccolte da Reuters e Associated Press indicano che alcuni terminali sono già impiegati sul territorio ucraino. La distinzione potrebbe dunque riguardare le autorizzazioni d’uso, non l’assenza assoluta del servizio. Rubio ha negato che la Casa Bianca abbia ordinato di rallentare le comunicazioni e ha parlato di un servizio ripristinato; Kyiv sostiene invece che il limite di velocità persista. Il confronto rivela un’asimmetria strategica. L’Ucraina dipende da autorizzazioni e decisioni esterne che incidono sulla difesa delle città e sulle operazioni nelle retrovie russe. Mosca cerca invece di sottrarre i propri sistemi d’attacco al controllo occidentale. Per Vladimir Putin, la sovranità delle comunicazioni è anzitutto una risorsa bellica.

La dimensione politica non si esaurisce nella guerra. La testata indipendente Dozhd ha collegato Iks Holding allo sviluppo di sistemi di sorveglianza e controllo di Internet e segnalato legami personali tra un dirigente e i vertici dei servizi di sicurezza russi. Emerge una duplice ambizione: autonomia verso l’esterno e controllo all’interno. C’è poi Pechino. La cooperazione industriale coinvolgerebbe anche Shanghai Spacecom Satellite Technology, attiva nelle costellazioni satellitari. L’estensione degli accordi non è chiara, ma per emanciparsi dall’Occidente Mosca rischia di dipendere ancora di più dalla Cina. Al Cremlino interessa soprattutto disporre di collegamenti militari che Washington non possa disattivare. L’integrazione di reti satellitari, tecnologie cinesi e droni di derivazione iraniana potrebbe rafforzare la cooperazione militare che coinvolge anche la Corea del Nord. Una simile infrastruttura potrebbe sostenere operazioni russe o di Paesi partner anche fuori dall’Ucraina. L’Occidente dovrebbe frenare l’accesso russo ai componenti critici con sanzioni mirate e aiutare Kyiv a diversificare comunicazioni e contromisure elettroniche.

Ma sulle sanzioni emergono strategie divergenti: l’Europa punta a rafforzarle, mentre Donald Trump, con l’ordine esecutivo del 16 ottobre, ha sospeso gran parte delle nuove misure del Graham Act, lasciando intatte quelle precedenti. Una scelta che rischia di favorire Mosca. Inoltre, le restrizioni commerciali possono rallentare Rassvet, difficilmente cancellarlo. A Putin non serve costruire una seconda Starlink. Gli basta una rete capace di rendere più letali i propri droni, sottraendoli al controllo occidentale. Mentre l’Ucraina paga il prezzo di decisioni prese altrove, la Russia cerca di liberarsene. È questa la contraddizione che l’Europa non può ignorare: la superiorità tecnologica conta, ma conta altrettanto decidere autonomamente quando e come impiegarla.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)