La questione ebraica: la storia è una ruota

martedì 20 ottobre 2026


È vero che nella guerra di Gaza i discendenti della Shoah sono diventati i protagonisti di un genocidio a parti invertite nei confronti dei palestinesi, come sostengono i ProPal e la sinistra progressista? Per rispondere, occorre analizzare gli ingredienti fondamentali di quel conflitto, e il primo in assoluto di questi è il fattore Odio, distinto nelle sue due componenti fondamentali: vettoriale, indirizzato, cioè, con grande precisione ed efficacia contro bersagli singoli e, nel caso israeliano, fondato sull’imperativo biblico di “occhio-per-occhio”; o genocidiario, cioè con caratteristiche di annientamento di massa. Il primo tipo va per saltum (quindi, ha un carattere quantistico), in cui cioè l’intensità aumenta di multipli, rispetto a un valore-base, in funzione dell’importanza dell’obiettivo. Esempio tipico, la decapitazione della leadership iraniana con strikes ravvicinati missilistici e aerei; o ancora prima, l’esplosione contemporanea di migliaia walkie-talkie dei miliziani di Hezbollah. O, come racconta il film Naza, contro il singolo miliziano di Hamas a Gaza City, in cui però non si tiene conto delle vittime collaterali. L’odio di secondo tipo, invece, ha una netta matrice ideologico-religiosa. Uno dei protagonisti, Hamas, ha nel suo Statuto il concetto (citato in varie forme e in diversi articoli) dell’odio genocidiario, in quanto postula la cancellazione di fatto dell’Entità sionista (lo Stato di Israele) dalla carta geografica del Medio Oriente. In particolare: l’articolo 6 definisce il movimento come un’organizzazione che “si adopera per sventolare la bandiera di Allah su ogni centimetro della Palestina”, non riconoscendo alcuna legittimità territoriale all’entità sionista (né agli ebrei di risiedervi, quindi). L’articolo 11 stabilisce che la terra di Palestina è un Waqf (un feudo religioso islamico inalienabile) consacrato alle generazioni musulmane fino al Giorno del giudizio: chi la occupa deve, pertanto, essere scacciato con la forza o sottomesso. Di conseguenza, si dichiara che “non è lecito rinunciare ad essa o a una qualsiasi sua parte”.

Infine, l’articolo 13 specifica in modo diretto il rifiuto di soluzioni pacifiche o conferenze internazionali, dichiarando che “non esiste soluzione alla questione palestinese se non attraverso la Jihad”. L’eccidio del 7 ottobre non è altro che una sua applicazione, mettendo in mostra un odio viscerale che porta alla mostrificazione e disumanizzazione dell’ebreo in quanto tale, fonte di ogni ingiustizia perché usurpatore e oppressore di un popolo e della sua terra inviolabile. La risposta di Israele, altrettanto terribile e carica di un potente odio vettoriale, non punta al genocidio ma a colpire ogni singolo appartenente alla milizia islamica di Hamas, responsabile collettivo come organizzazione armata della strage del 7 ottobre 2023. Il film Naza, al contrario della propaganda che l’accompagna, non documenta oggettivamente un genocidio, ma una lunga serie di esecuzioni spietate dei singoli miliziani e dei loro responsabili gerarchici. L’odio vettoriale ha come caratteristica proprio il disinteresse verso i Naza, perché il singolo obiettivo vale molto di più delle perdite collaterali, dato che queste ultime non sono considerate come “civili non combattenti”, bensì sostenitori non armati di Hamas, identicamente a quanto contemplato nell’ideologia islamista di Al Qaeda e dell’Isis. Ora, a parti invertite, con Israele disarmato e Hamas forte come Tshal (esercito israeliano), è certo che le distruzioni in territorio israeliano sarebbero identiche, se non molto maggiori, a quelle di Gaza oggi. L’altro fattore strategico è rappresentato dalla contesa religiosa sulla terra. Il problema insuperabile è incardinato sul principio di sacralità del territorio che oggi appartiene allo Stato di Israele, perché i musulmani lo indicano come parte inalienabile del sacro suolo dell’Islam, che nessun infedele può possedere o calpestare se non sottomesso.

Mentre, sul versante opposto, la tradizione millenaria ebraica lo definisce come “Terra promessa” da Dio al popolo “eletto” di Israele, indipendentemente da chi lo abita già da millenni. Quindi, la lotta per il suo possesso non sarà mai simbolica, né fondata sulla dialettica ragionevole e sul compromesso, ma semplicemente sulla parola e sui fatti della guerra, che terminerà quando uno dei due avrà rinunciato per sempre alla terra. Ora, un semplice calcolo demografico mostra come tutto ciò non sia realisticamente possibile, visto che pochi milioni di israeliani sono circondati da parecchie centinaia di milioni di arabi musulmani. Per cui, il clima attuale di conflitto permanente (più o meno armato) è destinato a durare, a meno di far ricorso ad armi di distruzione di massa. Anche l’Iran si schiera dalla parte dell’odio genocidiario, quando intende dotarsi di armi nucleari a scopo offensivo. Del resto, nella sua Costituzione si parla in modo indiretto della cancellazione dell’Entità sionista dalla regione. Anche, qui, in particolare: l’articolo 3, comma 5 impegna lo Stato al “totale rifiuto del colonialismo e alla prevenzione dell’influenza straniera”. Nella retorica di Teheran, la nascita di Israele viene interpretata proprio come una manifestazione del colonialismo e dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente. L’articolo 152, stabilisce i pilastri della politica estera iraniana basandoli sul “rifiuto di qualsiasi forma di egemonia  e sulla “difesa dei diritti di tutti i musulmani”.

L’articolo 154 costituisce il passaggio più rilevante in chiave geopolitica, in cui si dichiara che la Repubblica Islamica “considera la felicità umana nell’intera società islamica come il proprio ideale” e, pur dichiarando il principio di non ingerenza negli affari interni di altre nazioni, “sostiene la lotta legittima degli oppressi (mostaza’fin) contro gli oppressori (mostakbe’rin) in ogni parte del mondo”. Questo articolo costituisce, pertanto, la giustificazione giuridica e ideologica con cui Teheran sostiene finanziariamente e militarmente i movimenti della galassia sciita e palestinese ostili a Israele. In conclusione, veniamo alla famosa Risoluzione Onu numero 181/47 sulla partizione in due Stati della Palestina, e che al capitolo 4, lettera D prevede una “Unione economica e di transito” tra i due futuri Stati, compresa quindi: l’unione doganale; lo stabilimento di un sistema monetario comune, prevedendo un unico tasso di cambio; l’amministrazione nell’interesse comune e su di una base non discriminatoria, delle ferrovie, delle strade comuni ai due Stati; dei servizi postali, telegrafici e telefonici; dei porti e degli aeroporti che partecipano agli scambi e ai commerci internazionali; lo sviluppo economico comune, particolarmente in ciò che concerne l’irrigazione, la valorizzazione delle terre e la conservazione dei suoli. Quanti politici, analisti o esperti hanno in questi ultimi ottanta anni esaltato, o rivendicato l’attuazione di questa parte a carattere federale della Risoluzione 181/47? La domanda finale e conclusiva è la seguente: qual è l’alternativa a questo conflitto permanente tra le due comunità palestinese ed ebraica? In teoria, sarebbe sufficiente il ritorno ai grandi imamati cosmopoliti fatimiti (medio evo musulmano) e, in termini attuali, a quello nizari dell’Aga Khan. Convivenza, cooperazione, tolleranza: ma non stava già scritto nella Risoluzione del 1947?


di Maurizio Guaitoli