lunedì 19 ottobre 2026
Dopo raffinerie, depositi di carburante e stabilimenti militari, i droni ucraini hanno colpito i centri di elaborazione dati russi. Gli attacchi contro le infrastrutture di Yandex, colosso tecnologico spesso paragonato a Google, hanno provocato disservizi anche all’estero e messo in evidenza una contraddizione della politica del Cremlino: “L’Internet sovrano”, concepito per garantire autonomia e controllo, concentra in poche strutture vulnerabilità che possono propagarsi all’intera economia digitale. Tra l’8 e l’11 ottobre sono stati colpiti tre dei cinque principali data center di Yandex: l’impianto di Sasovo, nella regione di Ryazan, quello di Kaluga e, infine, la struttura di Vladimir, a est di Mosca, le cui attività sono state completamente sospese secondo quanto comunicato dalla società. Le conseguenze hanno superato quelle di un motore di ricerca. Yandex gestisce servizi di navigazione, trasporti, consegne, pagamenti, archiviazione e Intelligenza artificiale, oltre a una piattaforma cloud con più di 64mila clienti. Tra le aziende interessate dai disservizi figurano la catena commerciale Magnit e quella di ristorazione Vkusno i Tochka. Sono stati segnalati problemi per Yandex Pay, applicazioni domestiche intelligenti e strumenti di lavoro a distanza. Le ripercussioni hanno raggiunto Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Armenia. In Uzbekistan, il responsabile locale di Yandex, Izzat Shukurov, si è scusato pubblicamente con utenti e partner. In Kazakhstan, le difficoltà di Yandex Go hanno spinto molti cittadini verso servizi alternativi.
Le autorità kazake hanno precisato che i server contenenti i dati dei propri cittadini non erano stati danneggiati: a interrompere le applicazioni è stata la dipendenza da componenti informatiche situate in Russia. La localizzazione dei dati non assicura dunque la continuità dei servizi. Per comprendere questa fragilità occorre risalire alle scelte del Cremlino. Dal 2015 la legislazione russa impone di conservare sul territorio nazionale i dati personali dei cittadini; nel 2019 ulteriori norme hanno rafforzato il progetto di “internet sovrano”, attribuendo a Roskomnadzor maggiori poteri sulle reti. Le restrizioni ai servizi occidentali e le sanzioni successive all’invasione dell’Ucraina hanno accelerato la dipendenza da pochi grandi operatori nazionali. Il vantaggio politico del controllo centralizzato si accompagna così a un rischio: quando un nodo essenziale viene colpito, il danno si estende a migliaia di organizzazioni che utilizzano le stesse infrastrutture. L’Ucraina ha seguito una strategia differente. Dopo l’invasione del 2022, Kyiv ha trasferito parte delle proprie infrastrutture digitali e dei dati pubblici verso servizi cloud all’estero, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Questa distribuzione geografica ha ridotto l’esposizione di alcune funzioni pubbliche alla distruzione dei centri informatici nazionali. Mosca, privilegiando la localizzazione interna, ha invece concentrato infrastrutture strategiche entro il raggio d’azione dei droni ucraini. Un capitolo delicato riguarda l’Intelligenza artificiale. Yandex sviluppa modelli linguistici e dispone di tre supercomputer che, secondo le informazioni disponibili, erano ospitati in due dei centri interessati dagli attacchi. Non è accertato se e quanto siano stati danneggiati. La loro eventuale compromissione, tuttavia, sarebbe difficile da compensare: utilizzano processori Amd e acceleratori Nvidia A100, componenti occidentali il cui approvvigionamento è ostacolato dalle restrizioni commerciali. Secondo valutazioni riportate dalla stampa russa, sostituire le apparecchiature potrebbe richiedere fino a sei mesi, con possibili ripercussioni sulla ricerca e sullo sviluppo tecnologico. Il 12 ottobre il ministro russo dello Sviluppo digitale, Maksut Shadayev, ha definito gli attacchi senza precedenti, annunciando un lavoro con il Ministero della Difesa per proteggere le strutture. Ha anche sottolineato il ruolo dei sistemi di riserva nel mantenere attivi alcuni servizi.
Che la difesa dei data center coinvolga direttamente l’apparato militare mostra quale rilevanza sia ormai attribuita a queste infrastrutture. Gli attacchi hanno alimentato anche l’ipotesi di un indebolimento della propaganda online russa. Volodymyr Zelensky ha osservato una diminuzione dei messaggi ostili e della presenza di account automatizzati dopo i raid. I dati diffusi da Cloudflare il 14 ottobre hanno mostrato, per l’11 ottobre, un calo del 99 per cento del traffico proveniente dalla rete di ricerca Yandex e del 90 per cento da Yandex Cloud. Ma quei numeri non dimostrano la neutralizzazione delle operazioni di disinformazione. Gran parte del traffico scomparso proveniva da programmi che indicizzano il web, non da bot propagandistici; inoltre alcune attività automatizzate potenzialmente malevole sono state trasferite ad altri fornitori. Mancano dunque prove di una riduzione significativa delle campagne di manipolazione condotte da Mosca. La portata strategica degli attacchi va cercata soprattutto nell’effetto moltiplicatore dei danni e nelle risorse che la Russia deve destinare alla difesa delle retrovie. Raffinerie, depositi, aeroporti, fabbriche e ora centri dati richiedono protezione antiaerea e sorveglianza. Ogni nuova infrastruttura esposta ai droni ucraini impone di distribuire mezzi limitati su un territorio immenso, accentuando le difficoltà di protezione.
Questa campagna segue anche gli attacchi russi contro le infrastrutture digitali ucraine: a settembre, nella regione di Kyiv, bombardamenti contro centri dati e telecomunicazioni hanno provocato disservizi per circa 100mila utenze domestiche. Zelensky ha presentato i raid contro Yandex come una risposta. Resta essenziale distinguere il valore strategico di un’infrastruttura dalla sua qualificazione giuridica: un centro dati civile non diventa automaticamente un obiettivo militare solo perché economicamente importante. Secondo il diritto internazionale umanitario occorre considerare il suo contributo effettivo alle operazioni militari e le condizioni dell’attacco. Il risultato degli attacchi non è la paralisi dell’economia russa né la scomparsa dei bot del Cremlino, ma l’emersione di una vulnerabilità sistemica. L’Ucraina dimostra di poter infliggere conseguenze economiche e tecnologiche superiori al danno fisico prodotto dal singolo drone, mentre Mosca è costretta ad ampliare ulteriormente il perimetro delle infrastrutture da difendere. Putin ha cercato di costruire un internet russo indipendente dal resto del mondo. La guerra mostra che indipendenza tecnologica e sicurezza non coincidono: concentrare il controllo di un sistema può significare concentrare anche le sue vulnerabilità.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)