venerdì 16 ottobre 2026
Per mesi il Cremlino ha descritto la conquista del Donbas come imminente, affidandosi alla superiorità numerica e materiale dell’esercito russo. Ma gli sviluppi raccontano una realtà diversa: nell’Ucraina orientale le forze di Kyiv hanno riconquistato territori, compromesso direttrici di avanzata russe e dimostrato che l’iniziativa non appartiene necessariamente all’aggressore. La previsione di un cedimento ucraino, ripetuta con insistenza dalla propaganda russa, si scontra con la capacità di Kyiv di passare dalla difesa alla controffensiva. Al centro di questa evoluzione vi è l’operazione “Vivaldi”, condotta dal Terzo corpo d’armata ucraino nel settore di Lyman, a nord di Sloviansk. Il 14 ottobre il generale di brigata Andrii Biletskyi ha annunciato la liberazione di 16 centri abitati e il recupero complessivo di 277 chilometri quadrati, di cui 101 nell’ultima fase, comprendente Zelena Dolyna, Lypove e Kolodyazi. I dati non sono ancora integralmente verificati in modo indipendente, ma si inseriscono in un quadro di deterioramento delle posizioni russe segnalato da diverse analisi. La portata del risultato emerge dalla geografia militare del Donbas. Sloviansk e Kramatorsk formano il nucleo della “cintura fortificata” ucraina, uno degli ultimi ostacoli alla conquista russa della regione di Donetsk. Mosca puntava ad aggirarla con una manovra a tenaglia: da nord, attraverso Lyman, e da sud-ovest, lungo la direttrice di Dobropillia, per minacciare le retrovie ucraine.
Vivaldi ha compromesso il braccio settentrionale della manovra, eliminando parte della penetrazione russa verso Sloviansk e recuperando posizioni perdute in oltre un anno di combattimenti. Secondo l’Institute for the Study of War, il contraccolpo non si limita alla perdita territoriale: mette in crisi l’impostazione dell’offensiva russa sul Donbas. Decisivo è stato il metodo. Prima dell’avanzata terrestre, le unità ucraine hanno condotto un’azione prolungata di ricognizione, attacchi di precisione e interdizione logistica contro depositi, carburante, mezzi di rifornimento e postazioni degli operatori di droni. L’obiettivo era disarticolare i sostegni dell’offensiva prima dell’assalto. Indebolito il sistema che sosteneva l’offensiva russa, è iniziata la riconquista delle posizioni. In questa sequenza risiede una delle lezioni operative più importanti: colpire la capacità del nemico di combattere prima di affrontarne direttamente le difese. Una componente innovativa è stata l’impiego offensivo di veicoli terrestri senza equipaggio. Alcuni robot, armati con esplosivi o lanciagranate, sono stati trasportati oltre le linee russe da droni pesanti e impiegati nelle retrovie. Altri hanno attirato il fuoco avversario, rivelando postazioni che la fanteria poteva aggirare. L’integrazione tra droni aerei e terrestri, artiglieria e unità di manovra riduce l’esposizione dei soldati e permette di sfruttare opportunità impraticabili con assalti frontali. La tecnologia, in questo modello, non sostituisce il combattente: ne protegge la vita e moltiplica l’efficacia. Gli effetti si estendono oltre Lyman.
Per contenere la pressione ucraina, il comando russo avrebbe trasferito reparti da altri settori, compresi elementi della Prima Armata carri della Guardia provenienti dall’area di Kupyansk. Anche le operazioni a est di Sloviansk mostrano segnali di rallentamento. Una controffensiva localizzata può dunque costringere Mosca a ridistribuire le riserve e indebolire la propria pressione lungo altre direttrici. Il valore del successo non si misura quindi soltanto nei chilometri quadrati riconquistati, ma nella pressione che impone sull’intero schieramento nemico. Tutto questo contraddice la narrazione del Cremlino. All’inizio di settembre Putin aveva rivendicato la conquista di Sviatohirsk, a nord di Sloviansk. Pochi giorni dopo Biletskyi si era mostrato in un video girato nella città, ancora controllata dagli ucraini. La smentita evidenzia un problema che va oltre la propaganda: la distanza tra i rapporti della catena di comando russa e la situazione reale. Gonfiare successi o annunciare conquiste inesistenti, come denunciano anche commentatori militari filorussi, può indurre a distribuire male le riserve e pianificare operazioni su presupposti falsi. Quando la propaganda condiziona le decisioni militari, il costo degli errori aumenta.
I risultati ucraini si collocano anche nel processo di riorganizzazione avviato nell’estate del 2026 con la nomina del generale Mykhailo Drapatyi a comandante in capo. Maggiore autonomia ai comandanti, revisione degli incarichi e minore centralizzazione segnano un allontanamento dalla tradizione sovietica. In un conflitto nel quale le tecnologie modificano rapidamente il campo di battaglia, iniziativa e capacità di adattamento diventano decisive quanto la disponibilità di mezzi. Sarebbe tuttavia prematuro parlare di svolta definitiva. La Russia conserva uomini e capacità militari, continua a premere su diversi settori e colpisce città, civili e infrastrutture energetiche ucraine. Non ha rinunciato ai propri obiettivi politici. Ma riconoscere queste capacità non significa considerare inevitabile la vittoria di Mosca: Vivaldi dimostra che l’esercito russo può essere fermato, respinto e obbligato a modificare i piani, soprattutto quando l’avversario impiega meglio informazioni, tecnologia e coordinamento. La questione investe direttamente la diplomazia. Mosca pretende che Kyiv ceda il Donbas ancora libero come condizione preliminare per negoziare: tenta così di ottenere al tavolo ciò che non è riuscita a conquistare sul campo, presentando l’esito militare come scontato. I successi ucraini incrinano questo presupposto. Per gli alleati occidentali, sostenere Kyiv non significa soltanto evitarne la sconfitta, ma consentirle di recuperare iniziativa e aumentare il costo strategico dell’aggressione russa. Una pace giusta e duratura non può nascere dall’obbligo imposto all’aggredito di accettare le condizioni dell’aggressore. Perché il Cremlino consideri seriamente il negoziato deve comprendere che continuare la guerra non gli garantirà i risultati perseguiti. Nel Donbas, Vivaldi dimostra che questa prospettiva è concreta. La Russia non è stata sconfitta, ma il mito della sua avanzata inarrestabile ha ricevuto un’altra significativa smentita.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)