Trattare con Putin? Riabilitare il paria

venerdì 16 ottobre 2026


Tra “prendersi tutto” (posizione di Vladimir Putin) e “riprendersi tutto” (aspirazione di Volodymyr Zelensky) dove si colloca in Ucraina la linea mediana della gaussiana? A mente fredda, l’unica soluzione possibile sarebbe quella di dire che la parte già russificata del Donbass e quella dove attualmente il fronte è congelato sia definitivamente lasciata a Mosca, mentre le eventuali trattative di pace dovrebbero riguardare lo status della restante parte dell’Ucraina indipendente. Le ali estreme le conosciamo: a destra, come a sinistra, il motto è “resistere fino all’ultimo uomo!”. Con una bella differenza a vantaggio dell’attaccante rispetto a chi si difende: la Russia ha, ad oggi, cinque volte la popolazione dell’attuale Ucraina, calcolata quest’ultima al netto dei milioni di profughi che hanno abbandonato il Paese. Pertanto, nell’ipotesi estrema, e dopo altri milioni di morti militari e civili, la vittoria non può essere che di Mosca. Un esito ancora peggiore si ha anche nell’ipotesi di una resistenza a oltranza dell’Ucraina, con un fronte congelato diviso da una killing zone profonda 25 chilometri, che funziona da zona-cuscinetto (dominata dai droni e dall’intelligenza artificiale) sostanzialmente invalicabile, in cui si consuma lo stallo tra i due contendenti. Infatti, poiché l’economia di guerra russa può produrre un numero illimitato di armi offensive (missili ipersonici e droni veloci a reazione e a lunga percorrenza), che sfruttano la quasi totale superiorità aerea dell’Armata Rossa, Kiev è comunque destinata a soccombere nel lungo periodo, non potendo sventare la minaccia costante dal cielo. Zelensky, infatti, non potrà mai disporre delle centinaia di batterie antimissili che gli sono necessarie, da postare sui siti strategici produttivi e in prossimità sia delle centrali elettriche che delle città più grandi.

E questo significa, in termini di vite umane e di capacità di resistenza della popolazione civile, che Mosca può colpire quando e dove vuole i quartieri residenziali, i supermercati, le stazioni ferroviarie e quanto altro, terrorizzando i cittadini ucraini e rendendone sempre più difficile la sopravvivenza durante la stagione rigida. Quindi, onde evitare l’ennesimo strazio per una popolazione che resiste da più di quattro anni in condizioni estreme di sopravvivenza, resta solo da capire come e, soprattutto, chi parla con Putin, l’unico a quanto pare che può decidere se la guerra si deve fermare o no. Ora, siccome l’autocrate di Mosca è designato come un “paria” dai volenterosi europei, che continuano a sostenere l’Ucraina con l’invio di armi e finanziamenti, resta da stabilire, in premessa, se questa politica di resistenza a oltranza (che insegue il principio “la Russia non vince e l’Ucraina non perde”) sia ancora perseguibile o meno ad libitum. La risposta è evidentemente “No!”, e questo per una serie di evidenti motivi. Il primo risiede nella strategia anti-Europa di Putin, che intende tenere duro per tutto il 2027 (a poco prezzo, in fondo: deve solo metterci un centinaio di migliaia di vittime tra i suoi militari, morti o feriti), in attesa dei prevedibili sconvolgimenti che porteranno a vincere le destre in Francia, Spagna e Italia (già vittime delle hybrid wars putiniane), contrarie al proseguimento delle forniture militari all’Ucraina e favorevoli a un accordo con la Russia per la ripresa delle forniture energetiche a basso costo. Per di più, grazie alle posizioni più radicali della destra francese, in discussione potrebbe essere messo proprio l’attuale assetto della Nato, con la revisione di vitali principi dell’alleanza, soprattutto legati al famoso “articolo 5” del Trattato.

Il secondo aspetto di fondamentale importanza, per cui il sostegno della sola Europa senza il contributo americano sarebbe del tutto vanificato, risiede nell’inefficacia sostanziale dei vari “pacchetti” sanzionatori con cui si è cercato in tutti i modi di ostacolare l’economia di guerra russa. Non solo l’atteggiamento di totale chiusura (moralmente giusta) dell’Occidente ha fatto sì che all’interno dei Brics+ si cercasse un sistema di pagamenti internazionali alternativi al dollaro, ma per di più i più popolosi Paesi del mondo, come Cina e India, hanno continuato ad acquistare petrolio russo, le cui entrate per centinaia di miliardi di dollari finanziano la guerra di aggressione di Mosca, con Pechino che di fatto l’ha resa vassalla tecnologicamente, grazie alle sue forniture dual use, per quanto riguarda soprattutto l’elettronica avanzata e di base. Per non parlare dell’Iran, che con i suoi droni Shaded ha dato ai russi l’arma vincente, modificata per decine di volte e resa da questi ultimi ben più micidiale. Tra le grandi potenze che parlano con Putin oggi ci è messa persino l’America di Donald Trump. E qui occorre una riflessione di fondo, soprattutto sulla storia contemporanea. Primo aspetto: dopo il 1945 l’Occidente (gli Usa, in particolare) ha sempre perso contro i radicalismi politici e religiosi, affrontando gente male in arnese, che combatteva in sandali e con armi obsolete. Per il primo caso, è sufficiente citare il Vietnam e i vietcong comunisti. Nel secondo caso, dalle Torri gemelle in poi, basterà elencare nell’ordine l’Afghanistan, l’Iraq e oggi l’Iran e, soprattutto, le “Tre H” Hell, ovvero i suoi proxy fondamentalisti radicali Houthi, Hezbollah, Hamas.

Ora, in tutti i casi citati, chi è il paria? I vietcong, ai quali è stata lasciata precipitosamente occupare Saigon, mentre la Us-Army fuggiva in massa in elicottero, dopo aver per decenni terrorizzato e sterminato con il napalm migliaia di villaggi di civili innocenti? O i Talebani, con i quali gli Usa hanno trattato il ritorno, addirittura favorendoli con il ritiro precipitoso e ignominioso delle proprie truppe, dopo aver dilapidato in venti anni alcuni triliardi di dollari per occupare il Paese, lasciando così che la condizione femminile precipitasse al Medioevo prossimo venturo? Hamas è il paria, o Israele, nel caso del conflitto di Gaza? Il primo, ha mostrato il 7 ottobre il suo volto terribile e genocida (in base al suo stesso statuto!), uccidendo spietatamente 1.200 persone e sequestrando 250 civili inermi. Il secondo, ha dichiarato una guerra altrettanto spietata e senza quartiere ai fondamentalisti di Gaza, non per mirare al genocidio, ma per eliminare uno a uno tutti i suoi miliziani, come sta a dimostrare lo stesso Naza (film cult contro Tsahal, l’esercito israeliano), in cui le vittime collaterali sono subordinate all’eliminazione del singolo combattente di Hamas. Il problema è che Hamas è un paria anche per gli arabi: cosicché senza un’Autorità palestinese che lo sostituisca non si sa con chi trattare. E, a quanto pare, paria non è nemmeno il famigerato regime terrorista e guerrafondaio degli ayatollah iraniani, visto che Trump ha avviato un tavolo di trattativa con chi ha ucciso deliberatamente 40mila cittadini iraniani inermi, e vuole dotarsi di armi nucleari per usarle contro i propri vicini. Allora, Noi europei bussiamo uniti, una volta tanto, alla porta del Cremlino portando non doni (ci mancherebbe!) ma una seria proposta di mediazione, rimuovendo anche per quel “puzzone” di Putin le stimmate di paria.


di Maurizio Guaitoli