venerdì 16 ottobre 2026
La notizia che SpaceX avrebbe improvvisamente limitato le prestazioni del sistema satellitare utilizzato dalle forze armate ucraine è stata inizialmente interpretata come l’ennesima iniziativa di Elon Musk, l’imprenditore che sembra ormai esercitare, attraverso il controllo di alcune infrastrutture tecnologiche essenziali, un potere capace di condizionare persino l’andamento delle guerre. Ma le informazioni emerse nelle ultime ore suggeriscono che la questione sia diversa, e politicamente assai più rilevante.
Nella notte fra il 13 e il 14 ottobre, numerosi reparti ucraini hanno constatato che i terminali satellitari impiegati sui droni perdevano la connessione quando superavano determinate velocità. La limitazione, fissata nominalmente intorno ai 160 chilometri orari, ha compromesso diverse operazioni militari, comprese quelle dei droni intercettori utilizzati per contrastare gli attacchi russi. Il provvedimento, secondo fonti del ministero della Difesa ucraino, sarebbe stato introdotto senza alcun preavviso.
La conseguenza è facilmente comprensibile anche per chi non possiede particolari conoscenze di tecnologia militare. Un drone che dipende dal collegamento satellitare per essere guidato verso il proprio obiettivo e perde improvvisamente la connessione quando accelera oltre una certa velocità diventa, almeno per quel tipo di missione, è inutilizzabile. Se poi il suo compito consiste nell’intercettare un velivolo nemico più veloce, la limitazione equivale sostanzialmente a impedirgli di svolgere la propria funzione.
Non si tratta dunque di un inconveniente marginale, ma di un intervento capace di modificare immediatamente le possibilità operative di un esercito impegnato a difendere il proprio territorio.
La prima reazione è stata quella di attribuirne la responsabilità a Musk. Una conclusione comprensibile, considerando che SpaceX gestisce Starlink e che in passato il suo proprietario aveva già assunto posizioni controverse sull’impiego militare della propria tecnologia in Ucraina. Ma proprio Musk ha introdotto un elemento che dovrebbe indurre a riconsiderare l’intera vicenda.
Esistono infatti due sistemi distinti, sebbene tecnologicamente collegati: Starlink e Starshield. Il primo è un servizio commerciale di comunicazioni satellitari, appartenente a SpaceX e destinato prevalentemente a impieghi civili. Il secondo è stato sviluppato per esigenze militari e di intelligence e consente utilizzazioni che il normale servizio commerciale non autorizza, comprese alcune operazioni condotte mediante droni militari.
La distinzione è decisiva perché, secondo quanto dichiarato pubblicamente dallo stesso Musk, i sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Le eventuali limitazioni relative alla velocità o alle modalità di impiego, ha precisato l’imprenditore, vengono decise dalle autorità militari americane e, in ultima istanza, dal presidente degli Stati Uniti.
Se le cose stanno così, la domanda diventa inevitabile: perché la responsabilità dell’accaduto dovrebbe essere attribuita a SpaceX?
Bisogna infatti distinguere chi esegue materialmente una decisione da chi possiede l’autorità per assumerla. Che una società privata intervenga tecnicamente sui propri apparati non significa necessariamente che sia stata quella stessa società a decidere autonomamente l’intervento, e se il sistema militare è effettivamente sottoposto al controllo del governo americano, la ricerca delle responsabilità deve necessariamente risalire a quel governo.
Naturalmente resta una questione da chiarire: il Pentagono ha richiesto la restrizione oppure si è limitato ad autorizzarla, magari su proposta di SpaceX? La differenza non è secondaria. Nel primo caso ci troveremmo davanti a un’iniziativa direttamente promossa dalle autorità militari statunitensi; nel secondo, a un’iniziativa privata resa possibile da una decisione governativa. Ma in entrambi i casi sarebbe difficile considerare il governo americano estraneo all’accaduto, sempre che siano confermate le competenze decisionali descritte da Musk.
A rendere ancora più significativa questa distinzione interviene la testimonianza di Oleksandr Karpiuk, noto specialista ucraino di ricognizione aerea militare, il quale sostiene che l’Ucraina abbia stipulato contratti per utilizzare Starshield proprio allo scopo di superare i limiti operativi dei normali terminali commerciali. E aggiunge un particolare assai importante: sarebbe stato il Pentagono, nello stesso giorno, a modificare i parametri degli account Starshield e a limitare la condivisione delle informazioni di intelligence con l’Ucraina. Secondo Karpiuk, la decisione sarebbe stata presa dal segretario alla Difesa Pete Hegseth su ordine di Donald Trump.
Quest’ultima attribuzione non può ancora essere considerata un fatto dimostrato. Non risultano infatti conferme pubbliche indipendenti che consentano di ricostruire con certezza la catena degli ordini, ma l’ipotesi merita di essere esaminata, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo contemporaneamente sul versante della collaborazione informativa fra Washington e Kyiv.
Negli stessi giorni, infatti, il governo ucraino ha denunciato la mancata ricezione di alcuni avvertimenti relativi agli attacchi missilistici russi. Secondo ricostruzioni giornalistiche, funzionari americani avrebbero inoltre minacciato di limitare la condivisione di informazioni di intelligence qualora l’Ucraina avesse continuato a colpire le infrastrutture petrolifere russe.
Trump ha negato che gli Stati Uniti abbiano interrotto la collaborazione informativa, e le notizie disponibili non consentono di affermare che sia stata effettivamente disposta una sospensione generale del servizio. Rimane però documentata l’esistenza di pressioni americane volte a ottenere una modificazione della strategia militare ucraina.
È precisamente questo il punto che rende politicamente rilevante la vicenda Starshield. Due strumenti essenziali per la difesa ucraina, le comunicazioni satellitari militari e la condivisione delle informazioni di intelligence, sono stati interessati quasi contemporaneamente da restrizioni effettive o da minacce di restrizione. Può trattarsi di una coincidenza, di decisioni indipendenti o di una strategia coordinata. Allo stato delle informazioni disponibili, non è possibile stabilirlo definitivamente. Ma sarebbe altrettanto irragionevole escludere a priori un collegamento politico; soprattutto perché entrambe le questioni si inseriscono in un contesto nel quale l’amministrazione Trump sta esercitando pressioni su Kyiv affinché modifichi la propria condotta militare e accetti una soluzione negoziata del conflitto.
In questo quadro, la possibilità che la limitazione di Starshield sia stata decisa o autorizzata dal Pentagono assume un significato che va ben oltre il rapporto fra Musk e il governo americano. Significherebbe infatti che Washington potrebbe aver utilizzato uno strumento tecnologico fornito a un paese aggredito non soltanto per assisterlo militarmente, ma anche per condizionarne le decisioni strategiche.
Un simile comportamento porrebbe una questione politica e morale di notevole gravità. Gli Stati Uniti non sono obbligati a sostenere indefinitamente e senza condizioni ogni operazione militare ucraina. Possono legittimamente discutere l’entità dei propri aiuti, la loro destinazione e gli obiettivi politici che intendono perseguire. Possono anche ritenere che determinati attacchi ucraini contro infrastrutture russe siano contrari agli interessi americani.
Ma esiste una differenza sostanziale fra decidere di non fornire nuovi strumenti militari e modificare improvvisamente le prestazioni di strumenti sui quali un esercito ha già organizzato le proprie operazioni, soprattutto quando tali modificazioni compromettono anche la sua capacità di proteggere la popolazione civile dagli attacchi nemici.
Nel primo caso si esercita una facoltà politica, per quanto discutibile. Nel secondo si interviene direttamente sulle possibilità operative di un alleato o partner nel corso di una guerra.
La differenza diventa ancora più rilevante se si considera che i droni intercettori ucraini non sono destinati soltanto a colpire obiettivi militari russi, ma anche a impedire che i droni russi raggiungano le città ucraine. Una restrizione tecnologica introdotta per ostacolare determinate operazioni offensive può quindi produrre conseguenze anche sulle capacità difensive.
E questo rende indispensabile conoscere non soltanto chi abbia preso la decisione, ma anche quali conseguenze fossero state previste e considerate accettabili.
Naturalmente non si può ancora affermare che Trump abbia personalmente ordinato la restrizione, né che il suo obiettivo fosse quello di favorire militarmente la Russia. Sarebbe un salto logico non giustificato dalle prove disponibili; ma sarebbe un salto logico altrettanto ingiustificato attribuire automaticamente l’accaduto all’iniziativa personale di Musk, ignorando le sue dichiarazioni sul controllo governativo di Starshield.
Anzi, proprio quelle dichiarazioni rendono necessaria una spiegazione ufficiale. Se il Pentagono non ha richiesto né autorizzato la modifica, dovrebbe chiarire come sia stato possibile che una società privata intervenisse autonomamente sulle prestazioni di un sistema militare che, secondo Musk, è sottoposto al controllo del governo americano. Se invece l’ha richiesta o autorizzata, dovrebbe spiegare chi abbia assunto la decisione, per quali ragioni e con quale valutazione delle conseguenze.
L’assenza di una smentita ufficiale da parte delle Casa Bianca delle dichiarazioni di Musk in merito, se non costituisce una prova di responsabilità, non contribuisce neppure a dissipare i dubbi, e anzi ne accresce di legittimi.
La questione, in definitiva, non riguarda soltanto Starshield e neppure soltanto l’Ucraina. Riguarda il rapporto fra potere politico, tecnologia militare e affidabilità delle alleanze. Un paese che organizza una parte essenziale della propria difesa sulla base di sistemi controllati da un altro Stato deve poter sapere se quei sistemi resteranno operativi quando ne avrà maggiormente bisogno, oppure se potranno essere limitati improvvisamente per indurlo ad accettare decisioni politiche che non condivide.
È una questione destinata a interessare anche gli alleati europei degli Stati Uniti, la cui sicurezza dipende in misura considerevole da infrastrutture, tecnologie e informazioni americane. Perché, se la disponibilità di uno strumento militare essenziale può essere modificata unilateralmente nel momento in cui il paese che lo utilizza non si conforma alle preferenze politiche del paese che lo controlla, quello strumento cessa di essere soltanto una risorsa difensiva e può diventare anche un mezzo di pressione.
E allora la domanda che resta da rivolgere all’amministrazione americana non è più che cosa abbia deciso Elon Musk: è che cosa abbia deciso il governo degli Stati Uniti, e perché.
In questo scenario, alla luce delle decisioni e affermazioni recenti di Donald Trump, la risposta potrebbe rivelarsi decisamente preoccupante, e indurre a ritenere che Zelensky possa avere ragione quando sostiene che il Presidente americano abbia ormai deciso da che parte stare: non con il popolo di un libero paese europeo invaso e massacrato da oltre quattro anni, ma con i suoi criminali assassini.
di Gustavo Micheletti