Il caos spagnolo

giovedì 15 ottobre 2026


Il 12 ottobre, la Festa Nazionale della Spagna e il Giorno della Hispanità, ha rispecchiato lo stato della nazione iberica da nord a sud: avversione per ciò che è spagnolo, indipendentismo, incoerenza, incongruenza, impotenza e un Presidente del Governo accolto alla Sfilata delle Forze Armate al grido “Pedro Sánchez hijo de puta”.

​Nei Paesi Baschi e in Navarra, la sinistra nazionalista basca ha organizzato atti di rifiuto del patriottismo spagnolo denunciando il significato storico della conquista e dell’imposizione statale. Altresì, in Catalogna, gli indipendentisti hanno mantenuto la loro posizione tradizionale di boicottaggio della Festa Nazionale e, a Barcellona, i gruppi separatisti locali si sono uniti alle proteste e alle accampate (per il diritto alla casa, per il quale non è stato fatto nulla in 8 anni) nel tentativo di contrastare il corteo costituzionalista.

​A Madrid, oltre agli accampamenti in Plaza del Sol difesi da Schlein e Salis − dove esibire una bandiera spagnola è considerato un simbolo provocatorio e perfino fascista − la piattaforma dei collettivi antirazzisti ha marciato con lo striscione “Ribellione e guarigione contro secoli di oppressione” nella protesta “Decolonizziamoci, 12-O Nulla da festeggiare”, organizzata ormai da 14 anni per esigere l’abolizione del Giorno della Hispanità, ritenendolo una festività “fondata sull’oblio istituzionale e sul razzismo strutturale”, e il cambio di denominazione in Giorno della Resistenza Indigena, Nera e Popolare.

​È paradossale considerando che le nazioni ispanoamericane sono le principali beneficiarie della cosiddetta Ley de Nietos (Legge dei Nipoti) con cui in tre anni, fino all’ottobre del 2025, il Governo Sánchez ha approvato 600.684 richieste di cittadinanza spagnola, oltre la metà delle quali ha già completato l’iscrizione formale al Registro Civil Consular. Risulta altresì incoerente ricordando che in un anno (2018-2019) Sánchez non è riuscito a processare le 8.622 richieste di naturalizzazione dei sefarditi che, pur essendo state presentate nei tempi e nei modi previsti, sono finite dimenticate in un cassetto.

​Qualcosa di incongruo nella Legge dei Nipoti deve aver individuato il Tribunale Supremo dato che ha respinto il ricorso del Governo e ratificato la sospensione del diritto di voto per i naturalizzati tramite essa, a meno che non dimostrino che i loro antenati furono esiliati (dal 1936 al 1955) per ragioni politiche, ideologiche, di fede o di orientamento e identità sessuale, perdendo o rinunciando alla cittadinanza spagnola, ricordando inoltre all’Esecutivo − in risposta alle lamentele per la mancanza di tempo per esaminare tutti i fascicoli − che non è possibile allegare l’impossibilità materiale di eseguire un ordine giudiziario quando la causa dell’inadempimento risiede nella stessa Amministrazione responsabile di adempierlo. Altrettanto è strano che 184 municipi inesistenti prima del 1955 abbiano moltiplicato il proprio Censo Elettorale dei Residenti Assenti (con 23.742 nuovi elettori) o che vi siano circa 4.000 persone registrate nel censo elettorale cumulato di una popolazione totale che non raggiunge i 1.000 abitanti distribuiti su quindici comuni; eppure, come conferma la perizia informatico-forense di Gabriel Araújo su dati dell’Ufficio del Registro Elettorale, si tratta di una realtà attualmente presente in molti paesi spagnoli.

​Crescono così lo sconcerto e la diffidenza verso il voto per posta promosso dal PSOE dal giorno dopo la convocazione delle elezioni generali anticipate, particolarmente dopo che lo Stato Maggiore della Guardia Civil ha inviato un’istruzione interna raccomandando agli agenti di votare con questo metodo. Una raccomandazione per nulla gradita, ad esempio, dagli agenti a Ceuta, che continuano a sentirsi impotenti nell’impossibilità di compiere la propria missione dall’invasione: proteggere il libero esercizio dei diritti e delle libertà e garantire la sicurezza cittadina.

La frontiera sud d’Europa resta infatti in uno stato di emergenza non dichiarato. Una situazione che ha spinto oltre 70 alti comandi dell’Esercito in riserva a firmare una lettera indirizzata al Re, prima della sua visita alle Città Autonome, accusando il Governo “social-comunista, sostenuto da filo-etarras e indipendentisti” di minacciare “la disgregazione dell’Unità Nazionale” e manifestando la propria lealtà alla Corona “in questi momenti difficili per la Patria”.

​Una fedeltà verso la nazione e la Monarchia che il Presidente spagnolo non sembra condividere, almeno verso la sua nazione. Sánchez non ha dedicato una singola parola ai media marocchini che hanno definito la presenza del Re e della Regina a Ceuta e Melilla come un atto di “provocazione” volto a “rimarcare la sovranità sulle città occupate”, cosa che lui non fa, dal momento che non ha nemmeno risposto alle autorità marocchine che rivendicano la sovranità su queste due città. Ha invece confermato pubblicamente la presenza e l’incursione di navi marocchine, compresa l’ammiraglia della Marina Reale, la fregata Mohamed VI, nelle acque territoriali di Ceuta il 30 e 31 luglio.

Il colmo è giunto al Consiglio dei Ministri dell’Interno Ue durante l’approvazione definitiva del nuovo Regolamento sui Rimpatri per accelerare e inasprire le espulsioni dei clandestini: la Spagna è stata l’unico Paese dell’Ue a votare contro. Da che parte sta Sánchez?


di Sara Hernández Díez