mercoledì 14 ottobre 2026
Ci siamo abituati a parlare della guerra attraverso le cifre. I chilometri quadrati conquistati o perduti, il numero dei droni lanciati nella notte e le infrastrutture distrutte. Sono dati necessari per comprendere la realtà del conflitto, ma rischiano di nascondere ciò che dovrebbe restare al centro di ogni riflessione: dietro ogni città bombardata ci sono persone. Persone come noi, che fino a un momento prima pensavano al lavoro del giorno successivo, a una rata da pagare, a un progetto da realizzare, a una cena con chi amano. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina non ha sconvolto soltanto confini e assetti di sicurezza. È entrata nelle cucine, nelle camere dei bambini, nei luoghi di lavoro, imponendo a milioni di esseri umani una domanda che nessuno dovrebbe essere costretto a porsi: cosa posso salvare della mia vita? Svitlana conosce quella domanda da molto prima del 24 febbraio 2022. Nel 2014 ha dovuto lasciare Stakhanov, nella regione di Luhansk, quando la città è finita sotto il controllo dei separatisti filorussi fomentati da Mosca e la vita quotidiana è diventata insostenibile. Insieme ai figli ha cercato rifugio altrove, mentre il marito ha scelto di restare. La distanza, l’incertezza e gli anni vissuti sotto il peso della guerra hanno lentamente consumato il loro matrimonio, fino a separarli definitivamente. Non è stata una scelta facile. Per Svitlana ha significato occuparsi da sola dei figli e ricominciare in un luogo sconosciuto. Ha cercato lavoro, cambiato abitudini e provato a ricostruire una parvenza di normalità.
La sua nuova vita l’ha portata a Kharkiv, dove ha incontrato Yevhen. In un panificio ha scoperto un mestiere che le piaceva e, insieme a lui, ha cominciato a immaginare una piccola attività tutta loro. Una caffetteria, forse un forno. Niente di grandioso, almeno agli occhi di chi misura il successo con il denaro; ma per quei due era un futuro da costruire insieme. Poi è arrivata l’invasione russa su larga scala. Nell’aprile 2022 Svitlana e Yevhen sono riusciti a raggiungere L’viv, portando con sé pochi vestiti, insufficienti persino ad affrontare il freddo. Lei ha trovato lavoro come panettiera, mentre lui, che aveva già esperienza militare, è partito per il fronte orientale. Nonostante la separazione, continuavano a coltivare il sogno di aprire un forno tutto loro. Immaginavano il laboratorio, il banco, le attrezzature, il profumo del pane appena sfornato. Ma nel luglio dello stesso anno Yevhen è stato ucciso. Nelle statistiche della guerra la sua morte rappresenta un numero in più, ma nessuna cifra può raccontare ciò che quella perdita ha significato per Svitlana. Non ha perso soltanto l’uomo che amava, ma anche la persona con cui aveva immaginato di trascorrere il resto della propria vita.
Sarebbe facile chiamare “resilienza” ciò che è successo dopo, usare una parola rassicurante e passare oltre. Ma ricominciare quando si è spezzati non è un esercizio di ottimismo. Svitlana ha cercato sostegno psicologico. Ha ripreso in mano il progetto condiviso con Yevhen e ha deciso di realizzarlo anche per lui. Il primo finanziamento le ha permesso di comprare un’impastatrice. Poi sono arrivati altri aiuti, ma sono serviti anche sacrifici e la ricerca di attrezzature di seconda mano.
Nell’agosto 2024, a L’viv, ha inaugurato la panetteria “Dukhmyana Mriya” (il “Sogno fragrante”). La cerimonia è iniziata con un minuto di silenzio. Svitlana vuole che quel pane serva anche ad aiutare i militari e a custodire il ricordo di Yevhen. Ogni pagnotta non cancella la sua assenza, ma impedisce che sia la morte ad avere l’ultima parola sulla loro storia. Quella di Svitlana non è una storia isolata. A centinaia di chilometri di distanza, un’altra vita sarebbe stata sconvolta dalla stessa guerra. A Mariupol, Denys aveva avviato un’autoscuola nel 2012, dedicando gli anni successivi a farla crescere con impegno e sacrificio. Aveva investito tempo e risorse, organizzato corsi e costruito una solida realtà professionale. La sua non era una vita straordinaria: era precisamente quella normalità fatta di impegni, responsabilità e prospettive che tutti diamo per scontata, finché qualcuno non ce la sottrae. Il 24 febbraio 2022 quella normalità si è interrotta. Sotto l’attacco russo, il futuro si è ristretto a questioni elementari: trovare acqua, cibo, riparo; capire come fuggire. Quando è riuscito a evacuare verso Kyiv, Denys aveva con sé soltanto i documenti. Tutto ciò che aveva costruito era rimasto a Mariupol. È difficile spiegare cosa significhi partire con i documenti e nient’altro. Non si abbandonano soltanto mobili, fotografie o strumenti di lavoro. Si perde la familiarità con le strade, il saluto di chi ti conosce, la certezza di sapere dove sarai il mese prossimo. Si diventa estranei alla propria quotidianità. Denys ha provato diversi impieghi, prima di decidere che avrebbe ricostruito proprio l’attività di cui conosceva ogni dettaglio.
Nel novembre 2022 la nuova autoscuola ha ottenuto l’accreditamento e a dicembre sono iniziate le lezioni. Tra i collaboratori di Denys c’erano anche altri sfollati di Mariupol. Nei primi sei mesi, sette allievi su dieci provenivano proprio dalla città che erano stati costretti ad abbandonare. È un particolare che colpisce: persone che avevano perso la propria casa e dovuto ricominciare altrove si ritrovavano in un’aula per imparare a guidare e riconquistare un frammento della propria autonomia. Le storie di Svitlana e Denys non sono favole a lieto fine. Yevhen non tornerà. Mariupol, la città in cui Denys aveva costruito la propria vita, è ancora sotto occupazione russa. Nessun forno inaugurato e nessuna impresa riaperta possono restituire integralmente ciò che la violenza ha portato via. Ed è proprio questo il punto che spesso sfugge a chi osserva la guerra da lontano, discutendo di territori come fossero caselle su una carta geografica. Un territorio non è mai soltanto un territorio. È la casa in cui qualcuno ha cresciuto un figlio, il negozio aperto dopo anni di risparmi, il luogo in cui due persone si sono promesse un futuro. Quando si parla di “concessioni territoriali” senza ascoltare chi in quei luoghi viveva, si rischia di decidere del futuro di intere comunità senza considerare la volontà di chi ne fa parte. C’è anche un’altra ragione per soffermarsi su queste due vite. Spesso si immagina che i civili colpiti da una guerra siano figure passive, definite unicamente dalla sofferenza. Svitlana e Denys non lo sono. Hanno paura, conoscono il lutto e la perdita, ma continuano a scegliere, lavorare, chiedere aiuto, costruire rapporti.
Non perché abbiano il dovere di essere eroi, né perché una tragedia debba necessariamente trasformarsi in una lezione edificante. Semplicemente perché desiderano ciò che desideriamo noi: una vita dignitosa e la libertà di deciderne il corso. Questa è anche la misura dell’ingiustizia che hanno subito. Non si tratta di persone nate per essere simboli della guerra. Sono persone che avrebbero voluto non avere nulla a che fare con essa. La prossima volta che leggeremo un bollettino su un bombardamento, uno sfollamento o una città occupata, proviamo allora a ricordare un’impastatrice comprata per mantenere viva una promessa e un’autoscuola rinata lontano da casa. Dietro quelle immagini ci sono due nomi, Svitlana e Denys, e infinite altre esistenze che non conosceremo mai. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina è anche questo: la pretesa di un potere di decidere, con la forza, dove gli altri possano vivere e quali sogni debbano abbandonare. Raccontare queste storie non significa distogliere lo sguardo dalla geopolitica. Significa ricordare per chi, e per che cosa, la pace e la libertà devono avere un senso.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)