martedì 13 ottobre 2026
Gli Stati Uniti restano alla finestra. Mentre l’Arabia Saudita fa la conta dei danni provocati dai recenti raid degli Houthi, Donald Trump ha chiamato il principe ereditario Mohammed bin Salman. Lo ha detto il tycoon in un colloquio con gli inviati alla Casa Bianca. Ancora non è chiaro quando riaprirà l’aeroporto di Riad.
Gli Usa non sono gli unici ad avere dubbi riguardo a un ulteriore intervento militare nel Golfo persico: l’attacco delle milizie yemenite sta mettendo alla prova anche l’Accordo della Mecca, firmati il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Oggi i vertici militari di Ankara e Islamabad si sono sentiti telefonicamente. Secondo il Ministero della Difesa di Ankara, durante il colloquio tra Selcuk Bayrakraroglu e Asim Munir “sono state discusse le relazioni bilaterali e questioni regionali”. Recep Tayyip Erdoğan, ieri, ha ricordato che il Parlamento turco dovrà votare l’approvazione dell’Accordo della Mecca. Il capo di Stato ha condannato gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita, affermando che Ankara sta dalla parte di Riad. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha sottolineato che, nell’ambito dell’Accordo trilaterale, la Turchia è chiamata a sostenere la difesa di uno dei Paesi firmatari in caso di attacchi ma “non invierà truppe nel territorio di un altro Paese per sferrare un attacco”.
A Riad, nel frattempo, autorità indipendenti cercano di capire perché l’attacco degli Houthi sia arrivato così all’improvviso. Reuters ha segnalato che già da diversi giorni la protezione civile saudita non inviava più gli avvisi di pericolo alla popolazione. L’ultima notifica, prima di ieri, era datata al 29 settembre scorso. Al momento, il governo di Riad non ha ancora spiegato il perché. Sta di fatto che, dei quattro attentati avvenuti la scorsa settimana, nessuno è stato preannunciato dalle forze competenti. Ciò sta sollevando pesanti interrogativi sulla vulnerabilità dell’Arabia Saudita agli attacchi e sulla sua capacità di proteggere residenti e visitatori. Lo hanno affermato quattro funzionari occidentali e arabi in un colloquio con Reuters.
Dal 28 febbraio scorso, quando è iniziata la guerra tra Iran e Stati Uniti, tutti i Paesi del Golfo sono stati colpiti da ordigni iraniani. Tutti hanno reagito di conseguenza: il Qatar ha diramato avvisi tramite il cellulare prima di ogni attacco, il Bahrein e il Kuwait hanno fatto suonare le sirene ripetutamente. Perché una contromisura del genere, che avrebbe potuto risparmiare morti e feriti, non sia stata presa da Riad è un mistero. Secondo alcuni funzionari di un non specificato governo occidentale, le autorità avrebbero considerato le sirene “troppo fastidiose”, e “molti cittadini si erano lamentati di essere svegliati di notte”. Reuters, finora, non è stata in grado di stabilire perché non sia stato emesso alcun allarme prima dell’attacco di sabato, il più letale della scorsa settimana.
di Eugenio Vittorio