venerdì 9 ottobre 2026
La Russia sta introducendo una nuova variabile nella guerra aerea contro l’Ucraina: droni d’attacco dotati di motori a reazione, molto più veloci dei tradizionali Shahed a elica. Non si tratta soltanto di un miglioramento delle prestazioni. L’aumento della velocità riduce i tempi di reazione delle difese e mette in discussione soluzioni che Kyiv aveva sviluppato con successo negli ultimi anni. È un’evoluzione che interessa direttamente anche la sicurezza europea e, più in generale, quella dei Paesi esposti alla proliferazione delle tecnologie militari russe. Nel corso del 2025, l’Ucraina aveva costruito una rete di difesa relativamente economica contro i droni convenzionali, impiegando soprattutto intercettori di produzione nazionale e unità mobili di fuoco. L’arrivo dei modelli a reazione ha modificato questo equilibrio. Il 26 settembre, il presidente Volodymyr Zelenskyy ha spiegato che, mentre oltre il 90 per cento dei droni tradizionali viene neutralizzato, la percentuale scende a circa il 55 per cento per quelli a reazione. Nel solo mese di settembre, secondo i dati ucraini, Mosca ne avrebbe lanciati più di 2.730, dei quali circa 1.500 abbattuti o neutralizzati. Sono numeri che descrivono una difficoltà operativa concreta, non una semplice prospettiva teorica. Tra i sistemi più significativi figura il Geran-5. Secondo l’intelligence militare ucraina, il velivolo può raggiungere velocità di crociera comprese tra 450 e 600 chilometri orari, trasportare una testata di circa 90 chilogrammi e percorrere fino a mille chilometri. Prestazioni che, per alcuni aspetti, lo avvicinano a un missile da crociera, pur mantenendo caratteristiche produttive proprie di un drone.
Rispetto ai modelli a elica, un bersaglio così rapido lascia meno tempo ai radar, agli operatori e agli intercettori per intervenire. Anche le mitragliatrici pesanti delle squadre mobili, efficaci contro obiettivi più lenti, diventano meno risolutive. Per contrastare questa minaccia, le forze ucraine devono talvolta ricorrere agli aerei da combattimento e ai missili aria-aria: risorse preziose e costose, che non possono rappresentare una risposta sostenibile a ogni attacco. L’industria nazionale sta sviluppando intercettori più veloci, ma passare dalla sperimentazione alla produzione di massa richiede capacità industriali e forniture stabili di componenti. Nel frattempo, Mosca può sfruttare il divario per aumentare la pressione sulle città. Le incursioni, anche diurne, colpiscono infrastrutture energetiche, trasporti, abitazioni e attività economiche. Oltre ai danni materiali, producono un logoramento continuo della vita civile e obbligano l’Ucraina a disperdere mezzi e risorse nella protezione del territorio. Il problema non riguarda soltanto ciò che vola, ma anche il modo in cui viene prodotto. Secondo valutazioni ucraine basate su immagini satellitari, la Russia starebbe trasferendo parte delle attività industriali collegate ai droni in strutture sotterranee, seguendo un modello già adottato dall’Iran. Proteggere gli stabilimenti significa rendere più difficile colpire la capacità produttiva alla fonte. L’esame dei rottami, inoltre, ha rivelato componenti elettronici di origine cinese, tedesca e statunitense; nel Geran-5 sarebbe stato individuato anche un propulsore fabbricato in Cina. È la conferma di una vulnerabilità delle restrizioni commerciali: tecnologie e prodotti a duplice uso continuano a raggiungere l’industria bellica russa attraverso reti internazionali di approvvigionamento. Il secondo rischio è la diffusione di queste capacità presso i partner di Mosca. La cooperazione con Teheran costituisce un precedente significativo.
La Russia ha iniziato a impiegare droni di progettazione iraniana, per poi acquisire le conoscenze necessarie alla produzione su larga scala. Lo scambio tecnologico non procede però in una sola direzione: secondo un’inchiesta del Financial Times, Mosca avrebbe assistito l’Iran nello sviluppo di missili da crociera supersonici. Non vi sono conferme pubbliche di un trasferimento all’Iran degli attuali droni russi a reazione, ma il quadro della collaborazione rende questa eventualità plausibile. Il 4 ottobre, Zelenskyy ha inoltre sostenuto che la Russia avrebbe già condiviso le nuove tecnologie con la Corea del Nord. La prospettiva assume rilievo soprattutto in Medio Oriente e nell’Asia orientale. Se droni più rapidi e difficili da intercettare entrassero negli arsenali di Iran e Corea del Nord, le difese dei Paesi vicini dovrebbero confrontarsi con minacce sensibilmente diverse da quelle attuali. Non sorprende, quindi, che l’esperienza ucraina sia diventata oggetto di interesse internazionale. Kyiv ha offerto assistenza ai Paesi del Golfo nel contrasto ai droni iraniani e ha avviato forme di cooperazione nel settore della difesa con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. L’Ucraina, da destinataria di aiuti militari, si sta così affermando anche come fornitrice di conoscenze operative maturate sul campo. Per gli Stati occidentali la lezione è duplice. Da un lato, servono intercettori economici, veloci e producibili in grandi quantità, integrati con radar, guerra elettronica e difesa aerea tradizionale.
Non è sostenibile rispondere sistematicamente a un drone relativamente poco costoso con un missile molto più caro. Dall’altro, occorre intervenire sulle catene di fornitura che permettono alla Russia di acquisire motori, microelettronica e altri componenti critici, rafforzando controlli, tracciabilità e cooperazione tra apparati di intelligence. Limitare la produzione è importante quanto migliorare l’intercettazione. I cieli ucraini sono diventati un laboratorio nel quale Mosca sperimenta sistemi d’arma e tattiche destinati potenzialmente ad altri teatri. La rapidità con cui un vantaggio difensivo può essere annullato dall’innovazione avversaria impone agli eserciti occidentali un adattamento continuo. La minaccia dei droni a reazione non comincia quando questi velivoli raggiungono nuove regioni del mondo: comincia ora, mentre vengono perfezionati, prodotti e forse condivisi con altri regimi. Ignorare questa evoluzione significherebbe lasciare alla Russia e ai suoi partner il tempo di trasformare una capacità sperimentata in Ucraina in uno strumento di pressione sulla sicurezza internazionale.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)