venerdì 9 ottobre 2026
Chi ha tolto la casa agli spagnoli? L’overtourism, verrebbe da rispondere. Quel fenomeno, cioè, simile all’invasione delle cavallette su di un campo di grano, per cui quando lo sciame si alza di nuovo in volo non c’è più nulla (socialmente) da raccogliere. Ecco, questo (devastante) fenomeno di massa funziona un po’ così in tutta Europa, soprattutto per quanto riguarda i centri urbani storici di pregio, vedi per l’Italia Napoli, Roma, Firenze e così via. Il fenomeno è in fondo piuttosto semplice, e sotto processo sono ancora le piattaforme digitali globali di affitti brevi, come B&B, che ha dato le risposte cercate a un turismo di massa mordi-e-fuggi, assai gradite a chi non ha molto da spendere, preferendo soggiorni brevi ed economici a quelli alberghieri. Sicché, ogni casa di pregio in centro, o nelle adiacenze di esso, può valere molte volte il canone mensile, se affittato per periodi brevi (una settimana) o brevissimi (due o tre notti) a turisti di passaggio. Non serve un portiere, grazie alla pratica del moderno affittacamere: bastano un citofono cifrato; una cassetta con codice resettabile per le chiavi; un numero di cellulare per comunicare con il proprietario o, molto più spesso, con un suo intermediario, incaricato poi verificare i documenti all’ingresso e di ritirare il pagamento cash, in modo da evitare il tracciamento, evadendo così tasse e Iva.
Molte decine di migliaia di appartamenti ristrutturati ad hoc (con l’intervento della speculazione immobiliare e del riciclo di grey/dark money), per essere poi attrezzati a camere singole con bagno, vengono così sottratti al mercato immobiliare degli affitti, causando per di più la famosa gentrification, che espelle verso le periferie le popolazioni locali autoctone, non più in grado di pagare canoni stratosferici. Sarebbe ora che, in merito, si valutasse seriamente il “danno antropologico” che queste variegate, drammatiche situazioni hanno già prodotto, con la fine letterale della civiltà! Perché, ad esempio, come viene notato da moltissimi cittadini autoctoni, il dilagare degli street food sta progressivamente svuotando i locali storici della ristorazione, con evidente crollo della qualità e della tradizione culinaria stessa, caratteristica delle culture locali e regionali. L’allarme sulla gentrification è giunto nelle ovattate stanze di Bruxelles, che sta seriamente pensando a varare un Regolamento che metta fine a questo tipo di situazioni non più tollerabili. La proposta normativa europea fornisce criteri uniformi e stringenti ai sindaci e alle città per limitare gli affitti brevi nelle aree definite ad alto “stress abitativo” (rapporto prezzo/reddito superiore a 8).
Attualmente, è già attivo il Regolamento trasparenza dati, in base al quale le piattaforme digitali devono verificare la presenza del codice di registrazione unico dei locatori (come il Cin italiano), e trasmettere regolarmente i dati sulle presenze ai punti di accesso digitali nazionali. Ancora in discussione, invece, è l’Affordable Housing Act. La Commissione europea ha avviato l’iter per dare agli enti locali strumenti omogenei di restrizione (durata massima dei blocchi pari a 5 anni e prima casa sempre esclusa), ma il testo sta incontrando resistenze politiche da parte di diversi Stati membri, inclusi i rilievi del Governo italiano che chiede maggiori tutele per la proprietà e il settore turistico. Tra l’altro, questo fenomeno ha ricadute molto importanti all’interno degli spazi di conurbazione delle medio-grandi città che vantano centri storici di pregio, come si sta vedendo nel caso di Roma, in cui i Castelli Romani sono divenuti centri residenziali, con il progressivo abbandono della loro funzione storica di località turistiche. Dalle elezioni irlandesi del 2024, alla recente elezione del sindaco di Berlino, la questione degli affitti nei grandi centri urbani ha particolarmente galvanizzato i giovani elettori, stanchi di dover sacrificare una crescente proporzione del loro reddito al pagamento di canoni sempre più cari.
Il piano per la casa, presentato il 2 ottobre scorso dal dimissionario Governo socialista del premier Pedro Sánchez, è stato clamorosamente bocciato dai parlamentari della destra, che hanno giudicato illiberali le misure del tetto per gli affitti e l’imposizione di limiti più severi alle società corporate per l’acquisto di grandi quantità di immobili, con la motivazione che il provvedimento avrebbe peggiorato l’attuale crisi degli affitti a prezzo di mercato. Un po’ avventatamente, il leader dell’opposizione del Partito popolare (Pp) ha proposto in alternativa di finanziare la costruzione di 250mila nuove case in un anno, dando lavoro a 600mila persone. Misura piuttosto demagogica, dato che oltre al maggiore consumo di territorio, la proposta prevede la nascita di ulteriori quartieri periferici (con i ritardi soliti che contraddistinguono le opere di urbanizzazione primaria e secondaria e, soprattutto, i trasporti), destinati a creare ulteriore marginalità e a peggiorare il rapporto già drammatico tra città e campagna. Il tutto, senza tenere conto per l’appunto che il fabbisogno abitativo sarebbe in fieri già soddisfatto, se si mettesse drasticamente termine agli affitti brevi speculativi, conseguenti alla proliferazione di un numero sempre crescente di B&B. Per di più, il Pp è a favore dell’accelerazione della pianificazione urbana che liberi ulteriori spazi per lo sviluppo e favorisca mutui più vantaggiosi e affitti garantiti per i giovani. Senza, però, evidenziare come i grandi flussi di immigrazione poi legalizzata, abbiano contribuito a saturare il mercato degli immobili a basso canone.
Tuttavia, a mettersi di traverso è anche il tipo di regionalizzazione della Spagna, in cui spetta al Governo centrale legiferare sulla casa, e individuare piani a livello nazionale per l’erogazione di incentivi e sussidi, salvo poi ad affidare l’implementazione del tutto e la pianificazione urbana ai governi regionali e alle collettività locali. Del resto, se vent’anni fa la Spagna ha dovuto vedersela con una seria bolla immobiliare che provocato il collasso del mercato relativo, quest’ultimo da allora ha subito un’inversione radicale, passando da un eccesso di case invendute (surplus/bolla) a una grave carenza di alloggi disponibili (deficit). Il netto recupero successivo della domanda, sostenuto da tassi di interessi vicini allo zero, non è stato accompagnato da nuove abitazioni laddove era più necessario, dato che sviluppatori e speculatori, segnati dalla crisi e a corto di lavoratori, erano riluttanti a riprendere le attività edilizie. Per le statistiche, va detto che il 73percento degli spagnoli è proprietario di casa, mentre (come da noi) metà dei giovani della fascia di età che va dai 18 a 34 anni continua a vivere con i genitori, o dipende da loro per affrontare il costo della vita. In particolare, nell’ultimo anno i prezzi delle case sono cresciuti tre volte di più rispetto agli stipendi, obbligando sempre più persone a ricercare case in affitto. E, secondo i calcoli della Commissione europea, il tasso complessivo delle case popolari rispetto al resto degli immobili è pari all’1,7 per cento, il più basso dell’Unione. “L’abitazione è un diritto”, gridano i manifestanti spagnoli. Sì, ma a spese di chi? Non c’è un modo diverso per riequilibrare i pesanti squilibri tra città e campagna?
di Maurizio Guaitoli