La giustizia è come l’acqua, arriva sempre

venerdì 9 ottobre 2026


La giustizia internazionale di fronte alle guerre, ai crimini contro l’umanità e alle violazioni dei diritti fondamentali. Ne parliamo con l’avvocato Achille Campagna, che da anni segue direttamente vittime di crimini internazionali e procedimenti legati alla guerra in Ucraina. Dalla raccolta delle prove sul campo al ruolo della Corte Penale Internazionale, fino alla difficile ricerca di responsabilità e alla possibilità di costruire una pace duratura, il diritto si confronta con la realtà drammatica dei conflitti contemporanei.

Avvocato Campagna, partiamo dall’Iran. Il diritto internazionale dispone realmente degli strumenti per garantire giustizia alle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani, oppure esiste ancora un divario troppo grande tra principi giuridici e loro applicazione concreta?

Gli strumenti ci sono e, se non ci sono, si creano. La storia del diritto penale internazionale ci insegna come spesso gli strumenti arrivino dopo i fatti: pensiamo a Norimberga e ai tribunali speciali.

È vero, però, che gli strumenti sono ancora molto lontani dalla perfezione. I tribunali internazionali operano con forti limitazioni sulla loro giurisdizione. Non dimentichiamo comunque le corti nazionali, soprattutto quelle dei Paesi che si sono dotati di norme sulla giurisdizione universale, cioè del potere di giudicare fatti, come i crimini contro l’umanità, avvenuti in altri Paesi.

Nel suo lavoro lei si occupa di vittime di crimini internazionali, compresi crimini di guerra e contro l’umanità. Qual è oggi il principale ostacolo per individuare e perseguire i responsabili?

Sul piano generale bisogna distinguere la cosiddetta “troika”, cioè capi di Stato, primi ministri e ministri degli Esteri, dagli altri soggetti, perché i primi sono coperti dall’immunità personale.

In breve, mentre è pacifico che un tribunale internazionale possa giudicare questi soggetti per le atrocità commesse, la questione è purtroppo ancora attuale davanti ai tribunali nazionali. C’è poi il problema della giurisdizione, che è molto complesso.

L’individuazione dei responsabili, invece, è più facile di quanto si possa pensare: il focus è certamente sulle figure apicali che decidono e che hanno il potere e il dovere di disciplinare i sottoposti, che si tratti di genocidio, crimine di aggressione, crimini di guerra o crimini contro l’umanità.

Anche il soldato semplice può essere responsabile, se ricorrono tutti gli elementi della sua responsabilità. Noi, ad esempio, siamo parti civili a Irpin contro un carrista russo catturato in Ucraina.

Infine, c’è il problema dell’esecuzione delle misure. Alcuni tribunali non giudicano in contumacia: la Corte Penale Internazionale, ad esempio, non celebra processi senza la presenza dell’imputato. Senza l’arresto, quindi, non si arriva al processo.

Quanto conta oggi la raccolta delle prove, comprese quelle digitali, nei procedimenti internazionali? E come si può evitare che testimonianze e documenti vadano perduti durante un conflitto?

La prova, per un tribunale internazionale, è ancora più importante che nei sistemi interni. Lo standard di prova penale è, in teoria, lo stesso, ma un tribunale internazionale deve rispettare in maniera particolarmente rigorosa i canoni del giusto processo.

Per evitare che le prove vadano perdute durante un conflitto bisogna, purtroppo, andare sul campo il prima possibile. È per questo che tante persone rischiano la vita: giornalisti, investigatori, avvocati e fact-finding commissions.

La prova digitale è ormai “la prova”: ha completamente cambiato il modo di documentare i crimini di guerra. Chiunque si trovi in un’area di conflitto, con uno smartphone, può potenzialmente acquisire elementi probatori.

Anche il web rappresenta una fonte enorme di informazioni, ma esiste una disinformazione selvaggia e mirata a contrastare la verità dei fatti. Questo non diminuisce l’importanza dell’Open Source Intelligence (Osint), in un settore nel quale tutto è sotto gli occhi del pubblico e può essere storicizzato.

Lei ha seguito direttamente vittime ucraine di crimini di guerra. Dopo anni di conflitto, cosa significa concretamente per una vittima ottenere “giustizia”: una condanna, un risarcimento, il riconoscimento della verità o qualcosa di più?

Non penso sia possibile capire il dolore di una persona che ha visto morire i suoi due figli di 5 e 8 anni e la moglie, perdendo inoltre una gamba sotto le cannonate di un blindato che faceva il tiro a segno con le auto civili. Non ho l’arroganza di dire a una persona del genere che la “capisco”.

Quello che so è che queste persone mi vengono sempre a incontrare quando vado in Ucraina e vogliono sapere come procede il loro caso. Durante l’ultimo viaggio, quell’uomo mi ha detto: “Il tempo non cura queste cose.”

Purtroppo ho incontrato padri e madri rimasti soli, persone che si chiedono: “Perché non sono morto anch’io?”. Di certo non sarà una sentenza a renderli felici. Credo però che siano motivati dal desiderio di fare qualcosa affinché ciò che è accaduto a loro non si ripeta mai più, oltre che dal desiderio di giustizia, intesa come affermazione della responsabilità per i crimini commessi.

Lei ha formulato un concetto molto forte: “Peace = No Victims”, la pace come assenza di vittime. È possibile costruire una pace duratura senza giustizia e senza accountability per chi ha commesso crimini internazionali?

Una domanda importante. La risposta è un no secco. Il sistema attuale, figlio delle due guerre mondiali, mira a sostituire il mondo dei secoli passati, nel quale la guerra era uno strumento di risoluzione delle controversie tra Stati, con un mondo nuovo in cui la guerra è bandita.

La Carta dell’Onu nasce per proteggere la pace, ma mancano veri e propri strumenti di intervento effettivo che ristabiliscano l’ordine e la pace. Questi strumenti sono rimessi all’armonia e, dunque, all’arbitrio dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

L’inerzia nel contrasto sul campo è associata alla debolezza del secondo grande strumento a difesa della pace: la giustizia, l’accountability, alla quale devono essere soggetti anche i leader che spingono un tasto e riportano il mondo al XIX secolo, quando si facevano le guerre di conquista.

Con una differenza: oggi abbiamo le bombe atomiche.

Le vittime, che vantano il diritto di più alto rango, non possono essere ignorate. Eppure mi scontro continuamente con concetti come immunità e difetti di giurisdizione. Come pensiamo di spezzare questa spirale? Come pensiamo che un giorno si possa sopire il rancore di un popolo se lo umiliamo con l’inerzia, giorno dopo giorno?

Guardando alle crisi internazionali di oggi, dall’Iran all’Ucraina e agli altri conflitti, quale messaggio dovrebbe arrivare alle vittime che spesso hanno la sensazione che il diritto internazionale sia troppo lento o addirittura impotente?

Nella mia ultima intervista ho detto che la giustizia è come l’acqua: trova sempre la sua strada. Oggi aggiungo che il diritto internazionale è molto più forte di quanto appaia. Le guerre di oggi dimostrano che gli Stati lo violano spesso, ma allo stesso tempo lo temono e lo applicano.

Storicamente non vedo un declino, vedo l’esatto opposto. Gli attacchi alla Corte Penale Internazionale dimostrano, a mio avviso, l’inevitabile evoluzione verso una maggiore giustizia e coerenza, dove nessuno è al di sopra della legge.

Siamo di fronte a una creatura nuova: il diritto penale internazionale, nato nel secolo scorso. Noi siamo quindi, stranamente, la frontiera del diritto. Dico “stranamente” perché questi sono i pilastri del sistema, non delle novità esotiche. La percezione, però, è ancora quella di una questione riservata a pochi.

Avvocato Campagna, il suo team in Ucraina continua a lavorare mentre a Zhytomyr, e anche a Kyiv, dove si trovano alcuni suoi amici e collaboratori, si vive quotidianamente sotto la minaccia di bombe e droni. Che cosa significa per un professionista del diritto internazionale raccogliere testimonianze e prove di crimini mentre la guerra è ancora in corso e la propria sicurezza è costantemente a rischio?

Durante uno dei miei viaggi ho avuto la fortuna di abbandonare un hotel che è stato distrutto dai droni la sera dopo la mia partenza. Mi trovavo vicino al fronte, ma i rischi sono reali anche in altre zone.

Ho clienti e collaboratori sparsi su tutto il territorio dell’Ucraina, alcuni a pochi chilometri dal fronte. A fine luglio, il mio amico e principale collaboratore di Zhytomyr, l’avvocato Olexyi Yasyunetskyi, è entrato in una sede della polizia in città, a due passi dal suo ufficio, per un’udienza istruttoria, mentre io aspettavo fuori. Due settimane dopo, in quegli stessi uffici, sono morte tre persone e undici sono rimaste ferite.

Kyiv è persino più pericolosa.

Il problema, ormai, per queste persone è lo svolgimento della vita quotidiana. Non riguarda soltanto gli avvocati come noi. Eppure vedo che stanno diventando pericolosamente insensibili al pericolo: perlomeno questa è stata la mia impressione durante l’ultimo viaggio.

Non tanto il mio team, nello specifico, ma la gente in generale. È un popolo molto forte. Non si piega.


di Claudia Conte