lunedì 5 ottobre 2026
La diplomazia non è necessariamente sinonimo di pace. Può esserlo, naturalmente, quando le parti coinvolte cercano realmente un punto di equilibrio capace di interrompere le ostilità. Ma può anche diventare qualcosa di diverso: uno strumento per guadagnare tempo, indebolire la determinazione dell’avversario, ottenere concessioni politiche che non si è riusciti a conquistare sul campo di battaglia. È in questa prospettiva che andrebbero osservati i nuovi tentativi di dialogo tra Washington e Mosca sulla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Il problema, infatti, non è stabilire se sia giusto o sbagliato avere colloqui con la Russia. La questione è un’altra: capire se il negoziato stia modificando il comportamento di Mosca oppure se sia il Cremlino a utilizzare il negoziato per modificare quello dei suoi interlocutori. Finora gli elementi disponibili sembrano indicare soprattutto la seconda possibilità. Il 5 settembre Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Vladimir Putin a Mosca per oltre tre ore. Il Cremlino ha definito il colloquio “molto utile”, ma non ne è scaturita alcuna svolta. Le richieste russe sono rimaste sostanzialmente quelle già note: riconoscimento delle pretese territoriali di Mosca e rinuncia ucraina all’ingresso nella Nato. In altre parole, la Russia continua a chiedere attraverso la diplomazia ciò che, dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra su vasta scala, non è riuscita a ottenere militarmente. È questo il nodo fondamentale. Un negoziato diventa credibile quando entrambe le parti iniziano a considerare la prosecuzione della guerra meno conveniente di un compromesso. Non sembra ancora essere questa la valutazione del Cremlino. Mosca continua a lasciare aperti i canali diplomatici mentre, contemporaneamente, prosegue e adatta la propria campagna militare.
Dopo l’incontro del 23 settembre tra il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, nel quale era stata discussa anche l’ipotesi di una tregua limitata nel settore energetico e del grano, Lavrov ha escluso una sospensione delle operazioni militari durante i negoziati. Nelle ore successive l’Ucraina è stata nuovamente investita da un massiccio attacco russo con droni e missili. Non si tratta soltanto di una contraddizione apparente. È una strategia. Se il Cremlino ritiene che il trascorrere del tempo possa indebolire militarmente l’Ucraina, ridurre progressivamente il sostegno occidentale e accrescere nelle società europee e americana la pressione affinché Kyiv accetti concessioni territoriali, non ha alcuna ragione per rinunciare alla guerra. Al contrario, ha interesse a combattere e negoziare contemporaneamente. La pressione militare crea le condizioni che Mosca spera di trasformare, in seguito, in risultati politici. Per questo motivo il successo della diplomazia non dovrebbe essere misurato dal numero degli incontri, dalle ore trascorse attorno a un tavolo o dalla frequenza dei contatti tra Washington e Mosca. Dovrebbe essere valutato attraverso un indicatore molto più semplice: il comportamento russo. La Russia riduce gli attacchi? Rinuncia alle pretese sui territori che non controlla? Mostra disponibilità verso garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina? Accetta che un eventuale cessate il fuoco non diventi semplicemente una pausa operativa utilizzata per ricostituire uomini e mezzi? Se la risposta rimane negativa, il dialogo può continuare a essere utile, ma non può essere confuso con un processo di pace. Esiste inoltre un secondo elemento che merita attenzione. Diplomazia, economia e politica sembrano muoversi sempre più sullo stesso piano. Reuters ha riferito che nelle discussioni russo-americane sono entrate anche ipotesi relative a importanti interessi energetici e alla possibile riapertura di spazi di cooperazione economica.
Putin avrebbe sollevato personalmente la questione durante l’incontro del 5 settembre con Witkoff e Kushner. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno invitato il presidente russo al vertice G20 previsto a Miami nel prossimo dicembre. È precisamente qui che Washington deve evitare un errore già visto molte volte nei rapporti occidentali con Mosca: concedere anticipatamente parte del risultato sperando che questo favorisca successivamente una moderazione del comportamento russo. La normalizzazione non può precedere il cambiamento. Deve esserne la conseguenza. Da questo punto di vista, gli Stati Uniti dispongono oggi di strumenti significativamente più incisivi. Il 18 settembre Donald Trump ha firmato il “Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026”, che amplia le possibilità di intervenire attraverso sanzioni, tariffe e altre misure economiche contro la Russia e contro i circuiti che ne sostengono l’economia di guerra. L’amministrazione americana ha sostenuto esplicitamente la legge come strumento destinato ad aumentare il costo della prosecuzione della guerra e a rafforzare la capacità negoziale degli Stati Uniti. Ma una legge produce effetti soltanto quando viene applicata. Negli ultimi anni la Russia ha dimostrato una notevole capacità di adattamento alle sanzioni, costruendo reti finanziarie alternative, utilizzando intermediari, modificando i flussi commerciali e facendo ricorso alla cosiddetta flotta ombra per mantenere parte delle proprie esportazioni energetiche. La pressione economica deve quindi essere applicata non simbolicamente, ma sistematicamente, colpendo anche i meccanismi attraverso i quali le restrizioni vengono aggirate. Lo stesso principio vale sul piano militare. Più Mosca ritiene possibile migliorare la propria posizione sul terreno aspettando qualche mese in più, minore sarà la sua disponibilità a negoziare seriamente. Rafforzare la capacità dell’Ucraina di difendere il proprio spazio aereo, proteggere le infrastrutture energetiche e impedire alla Russia di ottenere nuovi risultati militari significa quindi anche rafforzare la diplomazia.
È un principio apparentemente paradossale, ma soltanto in apparenza: talvolta il modo più efficace per rendere possibile un compromesso è dimostrare che l’alternativa non produrrà risultati migliori. La pace non nasce necessariamente dalla debolezza dell’avversario. Nasce quando entrambe le parti comprendono che continuare a combattere costa più di quanto possa realisticamente offrire. Oggi il problema principale è proprio questo. Il Cremlino sembra ancora convinto che il tempo lavori a suo favore. Che l’Ucraina possa essere lentamente logorata. Che l’Occidente possa stancarsi. Che qualche capitale europea possa cercare una propria sistemazione con Mosca. Che Washington possa infine considerare la conclusione rapida della guerra più importante delle condizioni alle quali essa viene conclusa. Finché questa convinzione sopravvivrà, Vladimir Putin avrà interesse a continuare a parlare senza necessariamente avere interesse a fermarsi. Il compito della diplomazia occidentale dovrebbe quindi essere meno quello di convincere Mosca con nuovi argomenti e più quello di modificare il calcolo strategico dal quale dipendono le sue decisioni. Continuare la guerra deve diventare, per la Russia, più costoso che terminarla. Solo allora un tavolo negoziale smetterà di essere un altro terreno sul quale proseguire la guerra con strumenti diversi e potrà finalmente diventare il luogo nel quale iniziare a concluderla.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)