lunedì 5 ottobre 2026
Quale grave malattia ha incubato l’Avana, malato terminale dei Caraibi? Semplice: è stata la hubris del virus comunista che l’ha condotta al suo drammatico fine-vita. Eppure, nemmeno oggi i suoi responsabili hanno il coraggio di ammettere il fallimento storico del loro regime, che si regge sul falso mito di una rivoluzione che non ha liberato popoli, ma al contrario li ha fatti miseri e schiavi di un’ideologia totalitaria del partito unico. La sua caratteristica perversa è sempre stata quella dell’ipertrofia burocratica, necessaria e indispensabile per potere guidare un’economia centralizzata, dove tutto dipende da centri di comando, spesso e volentieri gestiti da incompetenti capaci di sfornare piani di produzione che nulla hanno a che fare con la realtà oggettiva dei territori, dei mercati e delle catene di valore internazionali e mondiali. Il più fulgido esempio di questa follia della pianificazione dall’alto è stato il collasso della produzione agricola e industriale, che ha avuto come conseguenza paradossale la distruzione della storica filiera dello zucchero, già pesantemente colpita fin dagli anni Sessanta dai tentativi di industrializzazione forzata di Ernesto “Che” Guevara, e aggravato in seguito da decenni di inefficienza burocratica statale. E fu proprio responsabilità diretta del “Che” (mai dare a un medico la cura di una materia che non conosce!) che volle la centralizzazione radicale della produzione agricola, eliminando gli incentivi materiali a favore dei contadini, sostituiti dai “doveri morali” di dover contribuire disinteressatamente al benessere della collettività.
Cosa che in soli quattro anni, dal 1958 al 1962, fece crollare il Pil cubano del 25 per cento! È ben noto come, poi, dopo il fallimento del tentativo di diversificazione industriale dell’utopia guevarista, Fidel Castro fu obbligato ad allinearsi al modello sovietico (il Comecon). Rendendo così l’economia cubana totalmente dipendente dai sussidi e dal petrolio dell’Urss, la cui fine, avvenuta nei primi anni Novanta, dette origine al così detto, drammatico “Periodo speciale”. Il regime castrista, malgrado Cuba un tempo dominasse il mercato mondiale dello zucchero ed esportasse tonnellate di dolcificante, con la sua folle pianificazione burocratica centralizzata, contraddistinta da macchinari obsoleti e dalla mancanza di sussidi per i contadini, ha trasformato l’isola in un paese costretto a importare zucchero! Esiste però un altro fattore determinante che spiega la crisi del regime, che si identifica con la più grande migrazione silenziosa di tutta la storia cubana, facendo precipitare la curva demografica di Cuba, a partire dal 2020. Da lì in poi, si calcola che almeno un quarto della popolazione abbia lasciato il Paese (in valori assoluti la forbice stimata va da 1,6 a 2,75 milioni di cubani, pari al 13-25 per cento dell’intera popolazione), come se Cuba fosse a tutti gli effetti una zona di guerra.
Spazi urbani famosi dell’Avana, come Plaza de la Revolución, sono deserti, mentre aumentano sensibilmente le case di abitazione lasciate vuote e abbandonate. Altro aspetto significativo: le parrocchie non hanno più personale ecclesiastico che le Governi, per cui un singolo sacerdote è a scavalco su tre o quattro chiese, mentre i raccolti restano sui campi per mancanza di manodopera. L’esodo di massa si è aggravato a seguito della crisi del Covid e, soprattutto, della dura repressione del dissenso da parte delle autorità castriste. E tutto ciò è solo una diretta conseguenza dello stato disastroso in cui versano i servizi pubblici (certo, anche e soprattutto a causa dell’inasprimento delle sanzioni americane), dato che la fuga dei cervelli ha riguardato professioni di vitale importanza, come professori, medici e personale infermieristico. Come in tutte le economie socialiste fallite dell’ex Europa dell’Est, la vera differenza tra “have-have-not” cubani è tra chi può avvalersi delle rimesse in valuta dall’estero (e, quindi, ha potuto aprire una piccola attività a Cuba, grazie alle parziali aperture del regime all’imprenditoria privata), e gli altri invece, assai numerosi che non hanno parenti immigrati. Come effetto collaterale delle ondate migratorie che separano le famiglie, accade che il tasso di criminalità giovanile sia in costante aumento, anche a seguito della perdita di legami parentali, con i genitori e i loro più stretti congiunti emigrati all’estero. Una società che invecchia come quella cubana presto o tardi non sarà più in grado di contenere le proteste di massa, sulle quali fa affidamento Donald Trump per vedere, finalmente, la fine del castrismo. Tuttavia, la sfida demografica continuerebbe a rimanere intatta anche se, in una ipotesi per assurdo, Cuba dovesse rinunciare all’autoritarismo e alla pianificazione centralizzata, introducendo qualche forma di democrazia per passare all’economia sociale di mercato. C’è solo da sperare che un giorno verranno rimosse o alleggerite di molto le attuali sanzioni, con il ritorno degli investitori nel corso degli anni, ma comunque sia non esiste una pianificazione o un meccanismo adatti per incentivare il ritorno di milioni di persone, che nel frattempo hanno trovato radicamento, lavoro e affetti in altri Paesi all’estero.
Del resto, il disastro cubano viene da lontano e, per sopravvivere, la popolazione si è adagiata su sempre più scarsi sussidi statali, mentre gli stipendi da lavoro garantiti dallo Stato sono al di sotto della soglia di sussistenza. Per di più, da quando nel 1990 si è cercato un rimedio per le entrate pubbliche aprendo al turismo e all’edilizia alberghiera, i soli a guadagnarne sono stati il complesso militar industriale e i sodali del regime, che hanno tenuto per sé la gran parte dei profitti. Così, invece di continuare ad sostenere settori come sanità, scuola e agricoltura, gli investimenti pubblici sono stati reindirizzati verso il turismo, l’immobiliare e l’alberghiero. Dal 2020 in poi, questi ultimi sono stati messi in ginocchio, assestando così un colpo mortale all’economia dell’Isola, a seguito del verificarsi in stretta sequenza degli shock del Covid-19; del forte inasprimento delle sanzioni da parte dell’Amministrazione Trump, con la stretta sui visti turistici americani; e soprattutto a causa della caduta in Venezuela del dittatore Nicolás Maduro, che ha causato di riflesso il crollo delle forniture semigratuite di petrolio (in pratica, l’unica risorsa energetica rimasta a Cuba). Da tempo, la mancanza di carburante e il sottodimensionamento cronico degli investimenti nelle centrali elettriche provocano sempre più frequenti blackout, mentre la riforma che ha interessato moneta, salari e prezzi ha sempre più depresso il potere d’acquisto dei cubani e fatto salire alle stelle l’inflazione. Chi libererà Cuba dal morbo castrista avrà un posto unico nella Storia!
di Maurizio Guaitoli