Houthi Zaydi: vittime o carnefici?

venerdì 2 ottobre 2026


La Storia, come è noto, non perdona nulla a chi la ignora. Poi, più in generale, le drammatiche fasi storiche cicliche che stravolgono il Medio Oriente, con manifestazioni violente di carattere politico, militare, economico e sociale, spingono a chiedersi seriamente chi abbia ragione o torto, anche se data la realtà di cui si parla si tratta quasi sempre di un mix di entrambi questi aspetti. Di fatto, nel loro alternarsi e susseguirsi i conflitti mediorientali ignorano bellamente il teorema di Francis Fukuyama, stando al quale dopo la caduta dell’Urss la democrazia liberale avrebbe vinto su tutti gli altri sistemi possibili di governance; per confermare al contrario le tesi di Samuel P. Huntington sullo “Scontro di civiltà”, nel nostro caso risalente al VII secolo dopo Cristo, tra l’Islam e le comunità giudaico-cristiane. Se si utilizza correttamente proprio questa lente di ingrandimento, ci si accorge come la questione religiosa che riguarda gli Houthi appartenga alla sfera più generale della dura contrapposizione religiosa tra sciismo e sunnismo. Praticamente la stessa che abbiamo appreso a riconoscere ai tempi in cui il sunnita Saddam Hussein faceva strage di decine di migliaia di vittime tra la maggioranza sciita del Paese, per aver osato ribellarsi al regime dopo la disastrosa Guerra del Golfo del 1991. Allora, varrà la pena iniziare da lontano, citando la storica emarginazione della comunità zaydita sciita del Nord Yemen, che per migliaia di anni era stata sede di un imamato zaydista, fino alla sua detronizzazione avvenuta con un colpo di Stato del 1962, che diede luogo alla proclamazione della Repubblica Araba dello Yemen (nota come Yemen del Nord). Si trattò in questo caso di un profondo cambiamento politico che portò all’esclusione degli zayditi da qualsivoglia posizione di potere, malgrado la loro grande influenza storica.

Nei decenni successivi, le cose andarono gradualmente peggiorando per la comunità zaydita, che si vide sempre più presa tra due fuochi tra il Nord e il Sud, quest’ultimo divenuto nel 1969 uno Stato marxista, affiliato all’Urss, dopo il ritiro degli inglesi nel 1967, che aveva messo fine al protettorato britannico nel Sud Yemen. Nel tempo, questa crescente condizione di marginalità della popolazione zaydita, estromessa da tutti i processi politici in atto, contribuì a generare un senso di alienazione e di risentimento, raccolto da un movimento politico emergente che rivendicava, dapprima pacificamente, i diritti della comunità e la partecipazione attiva al Governo del Paese. Ed è così che, all’interno del più ampio contesto dell’environment politico instabile yemenita, apparvero sulla scena gli Houthi. All’epoca della riunificazione dello Yemen, avvenuta nel 1990, il fondatore del movimento che porta il suo nome, Hussein Badreddin al-Houthi, chiedeva un adeguato spazio per la rappresentanza zaydita, a seguito dei rapporti sempre più stretti intercorrenti tra il Governo di Sana’a e l’Arabia Saudita, che aveva condotto alla conseguente ascesa del salafismo waabita, nemico giurato dello sciismo. In origine, Hussein Badreddin al-Houthi si era limitato a chiedere una riforma dello Stato a favore dell’integrazione della comunità zaydita nella vita politica yemenita, per poi passare alla lotta armata contro il regime, una volta che le sue insistenti richieste erano state lasciate cadere. In questa scelta, ha pesato non poco la situazione socio-economica del Nord Yemen nelle aree ampiamente sottosviluppate in cui è più forte la presenza degli Houthi, contraddistinte da alti livelli di povertà, disoccupazione e accesso limitato ai servizi essenziali. Cosa che fa della popolazione locale zaydita, disseminata nelle zone rurali, un autentico parìa, rispetto alle comunità urbanizzate assai più ricche e sviluppate.

E poiché i guai non vengono mai da soli, è stata la crescente influenza saudita ad aggravare la situazione in atto, già abbastanza tesa, ingenerando nella comunità zaydita un profondo risentimento nei confronti di Riad. Questo per dire come le responsabilità dell’imperialismo pan-sunnita arabo non siano mai state adeguatamente prese in considerazione, per cui poi non c’è nulla da meravigliarsi se insorgono movimenti che si oppongono anche con la forza delle armi all’interferenza crescente di attori statuali stranieri. E come in molti altri casi, anche qui il cemento della ribellione ha una netta matrice religiosa, visto che l’obiettivo primario degli Houthi è di instaurare in Yemen una teocrazia sciita che rifletta i principi valoriali e il modello di governance della comunità zaydita. In tal senso, lo zaydismo si distingue dal sunnismo e dallo sciismo duodecimano (la branca sciita maggioritaria) principalmente per la sua concezione moderata dell’Imamato, che lo colloca dottrinalmente come un “ponte” tra le due grandi confessioni dell’Islam. Come tutti i movimenti fondamentalisti islamici, anche lo zyadismo dei miliziani in ciabatte, armati (inizialmente) di vecchi kalashnikov, fa un dovere religioso (per cui vale la pena morire combattendo) della sua resistenza al Governo degli infedeli, giudicato corrotto e allineato con potenze straniere (Arabia Saudita, in primo luogo, a seguito della sua contrapposizione storica all’Iran sciita) che intendono porre fine all’indipendenza dello Yemen. Da qui, l’alleanza degli Houthi con Teheran è soltanto una conseguenza del radicamento armato della protesta interna, da parte di una grande comunità religiosa millenaria, alla quale sono stati negati i diritti fondamentali di rappresentanza.

Ed è così che a partire dagli anni 2000 nasce un’alleanza di ferro tra Iran e Houthi. Che nel frattempo erano passati da forza ribelle locale a una sofisticata formazione politica e paramilitare a livello nazionale. Per Teheran il sostegno alla guerriglia zayda ha rappresentato un modo concreto e assai insidioso per asseverare la sua influenza nella penisola arabica, e di controbilanciare il dominio saudita nella regione. Per gli Houthi, invece, il sostegno iraniano ha significato un salto notevole di scala, militare e finanziario, che ha consentito ai miliziani di tenere testa ai governativi e di averla vinta sull’intervento diretto dei sauditi nel 2015. Se all’inizio la loro alleanza aveva connotati più ideologici, fondata sulle comuni radici sciite, con il passare del tempo si è fatta sempre più strutturata, a seguito delle forniture iraniane di tecnologia militare avanzata, inclusi missili balistici, droni e addestramento dei miliziani. Strumenti rilevatisi utilissimi, come sappiamo, per colpire basi americane e infrastrutture petrolifere strategiche degli alleati Usa nel Golfo. Così, quello che all’inizio era solo un conflitto locale, si è esteso al punto di travalicare il controllo dello Yemen per incidere sulle dinamiche stesse del potere regionale, divenendo a tutti gli effetti una guerra per proxy, orchestrata dall’Iran. Cosicché, come ben si capisce, la pace non riguarda più governativi e ribelli yemeniti, ma gli interessi conflittuali esterni di potenze regionali come Arabia Saudita e Iran, molto difficili da comporre. Al solito, chi è sommerso dalla valanga come l’Europa a corto di carburanti, paga l’effetto palla di neve per non aver preso mai posizione a difesa di minoranze locali, come la zaydita, che reputavamo troppo distanti dai nostri interessi immediati. Come se i rifornimenti di greggio che transitavano per il Mar Rosso non ci riguardassero! Povera Europa, non c’è che dire!


di Maurizio Guaitoli