La politica estera di Milei: Trump o Xi Jinping?

giovedì 24 settembre 2026


Donald Trump o Xi Jinping? Libertà e capitalismo, oppure un capitalismo sottoposto al controllo del Partito comunista cinese? Un’Argentina pienamente integrata nel mondo libero, oppure un Paese disposto a negoziare i propri principi in funzione delle proprie esigenze di finanziamento?

Il governo di Javier Milei deve una risposta agli argentini. Il suo movimento politico è arrivato al potere promettendo una netta scelta di campo a favore dell’Occidente. Per questo, quando Shenzhen, la metropoli del boom economico nel sud della Cina, spesso indicata come modello di sviluppo, viene celebrata e Pechino corteggiata come partner, è legittimo chiedersi dove finisca il pragmatismo e dove cominci la resa.

Chi ha deciso di barattare il sogno americano, quell’idea stessa che Milei ha fatto propria nel suo discorso politico, con la favola cinese? Il ministro dell’Economia dell’Argentina, Luis Caputo, l’ha di recente spiegato così: “Prendete Shenzhen e sostituitela con l’Argentina: è esattamente ciò che stiamo facendo”. Si riferiva all’apertura dell’economia e agli incentivi agli investimenti. Il paragone, di per sé, non dimostra che voglia importare una dittatura. Ma mette in luce una notevole omissione da parte di un ministro che si definisce libertario: celebrare il successo economico di una città cinese senza spiegare quale ruolo abbia la libertà nel modello che sta elogiando.

Shenzhen è una città cinese appartenente a un Paese governato da un unico partito. Non esiste una competizione politica in grado di sostituire il Partito comunista attraverso libere elezioni. La prosperità economica convive con un potere politico che conserva l’ultima parola sulla vita pubblica. Ha smesso di contare questo dettaglio? La differenza tra gli Stati Uniti e la Cina di Xi Jinping non si riduce a chi offre le migliori condizioni di finanziamento. In una democrazia, i cittadini possono criticare il presidente, organizzare l’opposizione e mandarlo a casa attraverso il voto elettorale. Nel regime cinese, il dissenso è soggetto a forti restrizioni. E la libertà economica concessa dallo Stato resta, in ultima istanza, subordinata alla possibilità che quello stesso Stato decida di revocarla.

Un governo che ha fatto della libertà la propria bandiera dovrebbe cogliere questa differenza prima di indicare modelli da seguire. L’Argentina ha bisogno di investimenti, concorrenza e produttività, ma anche di riscoprire una tradizione di progresso: mobilità sociale, industria, istruzione e lavoratori capaci di costruire qualcosa di proprio. Il lavoratore che vogliamo è, prima di tutto, un cittadino a pieno titolo: una persona che possa far sentire la propria voce, organizzarsi e pretendere che la legge venga rispettata. La dignità è parte integrante dello sviluppo. La Cina ha una legislazione sul lavoro, ma non un sistema di sindacati e di libertà politiche paragonabile a quello di una democrazia pluralista. Anche il costo umano deve quindi entrare nel bilancio di qualsiasi modello di sviluppo.

L’altra scena ha per protagonisti il ministro degli Esteri argentino, Pablo Quirno, e l’ambasciatore cinese a Buenos Aires, Wang Wei, che ha ribadito il sostegno di Pechino alla rivendicazione argentina sulle isole Falkland, le Malvine per gli argentini. L’Argentina deve certamente valorizzare il sostegno alla propria sovranità. Ma un ministro degli Esteri ha il dovere di comprendere quali siano gli interessi in gioco quando una potenza offre il proprio appoggio. La posizione della Cina è coerente con la sua stessa dottrina sull’integrità territoriale. Interpretarla come un gesto disinteressato sarebbe una ingenuità difficilmente conciliabile con il ruolo.

Il Dalai Lama, leader spirituale tibetano in esilio, ha chiesto una reale autonomia per il Tibet all’interno della Cina. Nello Xinjiang, le Nazioni unite hanno documentato detenzioni arbitrarie e altre gravi violazioni ai danni degli uiguri e di altre comunità musulmane, avvertendo che alcune di queste potrebbero configurare crimini contro l’umanità. Sono situazioni diverse dalla disputa sulle isole Falkland. Ed è proprio per questo che una diplomazia seria non può permettere che una posizione condivisa su una questione territoriale diventi un alibi per ignorare le responsabilità di un regime su altri fronti.

Che cosa vuole davvero l’Argentina di Milei? Quali infrastrutture considera strategiche? Quali controlli intende imporre sugli investimenti? E quali rischi è disposta a bloccare, anche quando l’offerta finanziaria sul tavolo appare allettante? L’Argentina deve però confrontarsi con una questione più ampia: quale rapporto vuole costruire con gli Stati Uniti, rappresentati in questo caso dall’ambasciatore Peter Lamelas, che ha indicato l’amicizia tra i due popoli come uno dei pilastri della sua missione diplomatica nello Stato sudamericano? Lamelas non fa mistero delle proprie posizioni: difende gli interessi del suo Paese, si richiama ai valori del mondo libero e ha espresso la volontà di contribuire concretamente allo sviluppo dell’Argentina attraverso investimenti, tecnologia e cooperazione. È su questo terreno che si misura una scelta di campo: quanto spazio intende lasciare Milei all’influenza strategica che Wang Wei promuove per conto di Pechino?

Ricevere entrambi gli ambasciatori rientra semplicemente nella normale attività diplomatica. Trattare i loro progetti strategici come equivalenti, invece, è una scelta politica. L’amicizia dichiarata di Buenos Aires con Washington perde credibilità se non si traduce in decisioni concrete su tecnologia, difesa, infrastrutture e intelligence.

UN’ALTERNATIVA PER L’OCCIDENTE

In questo scenario c’è un’alternativa che coniuga sviluppo economico e libertà politica. Ed è proprio il confronto con Taiwan a rendere ancora più difficile comprendere il fascino esercitato da Shenzhen su Buenos Aires. Taiwan è una democrazia capitalista, con un’economia cresciuta del 12,9 per cento su base annua nel secondo trimestre del 2026, elezioni competitive, pluralismo politico e un’industria tecnologica di rilevanza globale. La sua esperienza dimostra che la modernizzazione economica può procedere di pari passo con la libertà politica.

Nei miei due viaggi nella piccola nazione insulare ho potuto vedere direttamente come, in quel Paese, impresa, conoscenza, infrastrutture e sicurezza nazionale siano parte di una stessa strategia. C’è l’iniziativa privata, ma anche uno Stato consapevole del valore strategico delle proprie capacità industriali. Se l’Argentina cerca un punto di riferimento in Asia, c’è un’esperienza che merita di essere studiata. Se Milei vuole difendere la libertà, c’è una democrazia che la pratica ogni giorno, sotto una minaccia costante. E se l’obiettivo è ampliare le opportunità, c’è un partner con cui vale la pena approfondire i rapporti. Perché celebrare Shenzhen senza prestare altrettanta attenzione a ciò che Taiwan ha da insegnare?

Anche il presidente Trump dovrebbe riflettere su questo punto. La sintonia personale con un leader straniero non è di per sé una garanzia di solidità e coerenza dell’alleanza. Gli Stati Uniti dovrebbero guardare oltre il rapporto personale con il singolo leader e rivolgersi alla società argentina nel suo complesso, sostenendone lo sviluppo attraverso investimenti, tecnologia, accesso alle opportunità e una cooperazione duratura. È un peccato che il governo argentino non colga fino in fondo la necessità di assumere una posizione chiara nell’attuale scenario geopolitico.

Il sogno americano vive anche a queste latitudini: in chi vuole lavorare, costruirsi un futuro, dare un’istruzione ai propri figli e conservare il diritto di decidere del proprio destino. Che Dio, e il ricordo dei padri fondatori del sogno americano, da George Washington a José de San Martín (il generale che guidò Argentina, Cile e Perù verso l’indipendenza dalla Spagna) ci ispirino a custodire quella fiamma.

(*) Tratto da American Thinker

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Fernando León (*)