La lunga mano del Cremlino

mercoledì 23 settembre 2026


Un rapporto Onu documenta come Mosca perseguiti oppositori, giornalisti e attivisti anche all’estero, attraverso operazioni clandestine, intimidazioni, procedimenti giudiziari e strumenti finanziari. Una strategia che minaccia le vittime, ma anche la sovranità dei Paesi che le ospitano.

Lasciare il proprio Paese per sfuggire alla persecuzione politica non significa necessariamente ritrovare la libertà. Per molti russi che si oppongono al Cremlino, denunciano la guerra di aggressione contro l’Ucraina o esercitano il proprio diritto di critica, l’esilio non è una garanzia di sicurezza. La repressione li raggiunge a migliaia di chilometri da Mosca, con minacce, arresti e pressioni sui familiari. È il quadro che emerge dal rapporto “Nowhere is safe: exporting the rule of fear beyond borders – transnational repression by the Russian Federation”, presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite dalla relatrice speciale Mariana Katzarova. Il documento descrive la repressione transnazionale non come una successione di episodi isolati, ma come uno strumento sistematico della politica dello Stato russo.

Questa strategia ha subito un’accelerazione dopo l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, nel febbraio 2022. La successiva mobilitazione militare ha contribuito a un esodo che, secondo il rapporto, ha coinvolto tra 650mila e 900mila cittadini russi: giornalisti, attivisti contro la guerra, difensori dei diritti umani e obiettori di coscienza, tra gli altri. Persone che, pur avendo trovato rifugio all’estero, continuano a essere considerate dalle autorità russe una minaccia da neutralizzare. Il numero medio annuo degli episodi documentati di repressione transnazionale è aumentato di circa otto volte nel periodo 2022-2024 rispetto agli anni 2014-2021. La repressione ha seguito gli oppositori oltre i confini, trasformando l’esilio in un’estensione del territorio sul quale il Cremlino cerca di esercitare il proprio controllo.

Secondo il rapporto Onu, nelle attività di repressione transnazionale intervengono almeno nove dipartimenti del Servizio federale di sicurezza (Fsb), insieme all’intelligence militare, al Servizio di intelligence estera (Svr) e ad altre istituzioni governative. Il documento richiama l’assassinio di Alexander Litvinenko a Londra nel 2006, l’attentato contro Sergei e Yulia Skripal nel Regno Unito nel 2018 e l’uccisione di Zelimkhan Khangoshvili a Berlino nel 2019. Per quest’ultimo caso, la giustizia tedesca ha accertato che l’omicidio fu deciso da organi dello Stato russo; ricostruzioni investigative hanno collegato l’esecutore materiale, Vadim Krasikov, all’unità Vympel dell’Fsb. Il rapporto ricorda anche l’assassinio in Spagna, nel febbraio 2024, di Maxim Kuzminov, il pilota russo che aveva disertato passando dalla parte ucraina. Episodi che mostrano come la minaccia non si esaurisca con l’attraversamento di una frontiera.

Ma la repressione transnazionale non si manifesta soltanto attraverso omicidi e operazioni clandestine. Le autorità russe ricorrono anche a procedimenti penali, richieste di estradizione e segnalazioni internazionali per provocare l’arresto di oppositori rifugiati all'estero, esponendoli al rischio di essere riconsegnati alle autorità dalle quali cercano protezione. Il rapporto denuncia, in particolare, l’abuso dei meccanismi dell’Interpol e cita un episodio verificatosi in Italia. Nell’agosto 2023 Andemirkan Guchaev, rifugiato politico ceceno residente nel Regno Unito, fu arrestato durante una vacanza nel nostro Paese sulla base di una notifica rossa richiesta dalla Federazione russa. Venne poi rimesso in libertà dopo un’udienza sull’estradizione davanti a un tribunale italiano. Uno strumento concepito per contrastare la criminalità internazionale può così diventare un mezzo per perseguire persone considerate politicamente ostili.

Ancora più insidiosa è la dimensione economica e amministrativa. La legge federale russa numero 284-FZ del 4 agosto 2026 introduce restrizioni nei confronti di cittadini residenti all’estero destinatari di determinate condanne penali o sanzioni amministrative: congelamento dei beni, limitazione dei servizi consolari, mancato rilascio o rinnovo dei passaporti e restrizioni nell’accesso al credito. Inoltre, l’inserimento negli elenchi russi dei “terroristi ed estremisti” può produrre conseguenze anche oltre confine. Le informazioni di Rosfinmonitoring, l’organismo russo di monitoraggio finanziario, vengono acquisite da banche dati internazionali usate dagli istituti finanziari per i controlli antiriciclaggio. Il rischio denunciato dall’Onu è che una designazione adottata per ragioni politiche venga recepita da operatori stranieri, causando il blocco dei conti correnti o il diniego di servizi finanziari. Una misura repressiva adottata a Mosca può così compromettere l’esistenza di chi vive legalmente in un altro Paese.

A completare il quadro sono la sorveglianza digitale, l’infiltrazione delle comunità di esuli e le intimidazioni rivolte ai familiari rimasti in Russia. Software spia, campagne di phishing, minacce online e diffusione di dati personali servono a monitorare e intimidire giornalisti e oppositori. I parenti possono subire minacce, arresti arbitrari e, nei casi più gravi, sequestri e torture. È una coercizione che trasforma la sicurezza dei propri cari in uno strumento di ricatto. Il rapporto dedica particolare attenzione anche alla diaspora cecena, documentando episodi di violenza e intimidazione contro gli oppositori delle autorità di Grozny.

Le conclusioni chiamano in causa gli Stati che ospitano le vittime. Occorre rafforzarne la protezione, verificare le richieste di estradizione russe e impedire i trasferimenti verso Paesi nei quali sussista un rischio concreto di tortura, persecuzione o altre gravi violazioni dei diritti fondamentali. Tra le raccomandazioni, la Relatrice speciale propone di sospendere i diritti di trattamento dei dati dell’Ufficio centrale nazionale russo presso l’Interpol fino alla cessazione dell’abuso del sistema penale a fini repressivi e di elaborare una convenzione internazionale vincolante contro la repressione transnazionale.

Non si tratta, dunque, di una questione esclusivamente interna alla Federazione russa. Quando un governo straniero colpisce persone che vivono sul territorio di un altro Stato attraverso operazioni clandestine, intimidazioni o strumenti giudiziari e finanziari, minaccia anche la sovranità di quello Stato e la tenuta delle sue istituzioni democratiche. È una sfida per la sicurezza europea, alla quale occorre rispondere tutelando insieme i diritti fondamentali e gli ordinamenti giuridici nazionali. Perché la libertà di un individuo non può dipendere dalla capacità di un regime autoritario di raggiungerlo anche nel Paese nel quale ha cercato rifugio.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)