lunedì 21 settembre 2026
Come si coniuga nel nuovo Medio Oriente Hell, l’Inferno dantesco in lingua inglese? Con tre “H”, la cui comune consonante iniziale mette assieme i tre angeli vendicatori dello sciismo iraniano, Hezbollah, Hamas, Houti. Questa triade del terrore costituisce il fronte della vendetta contro sia i Satana grandi e piccoli dell’Occidente, come Usa e Israele, sia gli Stati sunniti del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati in particolare, perché questi ultimi vengono considerati “servi” dei primi due. Nei fatti, le tre “H” del nuovo Medio Oriente rappresentano altrettanti proxies super armati dal loro sponsor di Teheran (e a spese di tutto il popolo iraniano!), per la conduzione in nome degli ayatollah di una guerra per procura (ora divenuta diretta!) contro il resto del mondo, sunnita o miscredente. Nella loro collegialità, saldata sulla comune matrice del terrore, le tre “H” fanno riferimento al tristemente noto Asse della Resistenza (Mihwar al-Muqawama). Una coalizione informale e asimmetrica, quest’ultima, di attori statali e milizie armate, incaricati di condurre vere e proprie “guerre per procura” (proxy wars), per sostenere le quali da decenni l’Iran fornisce ai suoi alleati regionali, dislocati in posizioni chiave, addestramento, finanziamenti e missili. All’origine, l’obiettivo principale di questa rete era di permettere a Teheran di esercitare una forte deterrenza strategica sulla regione, senza però scivolare in un conflitto aperto e diretto, come invece è poi accaduto con la guerra Usa-Iran iniziata sei mesi fa. In particolare, l’Hezbollah sciita libanese, nato negli anni Ottanta con il supporto diretto dei guardiani della Rivoluzione iraniana, rappresenta il proxy più potente dell’asse, e il migliore dei tre per inquadramento ed equipaggiamento, che funge da vero e proprio braccio armato avanzato (di fatto, un esercito parallelo che controlla il Libano) al confine settentrionale di Israele.
Ed è proprio a causa della forza d’urto di Hezbollah, continua e sistematica, con il martellamento quotidiano dei villaggi israeliani ai confini, colpiti con missili e droni, che Israele ha mobilitato le sue migliori risorse di intelligence e militari contro le postazioni dei miliziani, utilizzando aviazione, truppe di terra e azioni mirate per la decapitazione della loro leadership. Ora, nello schema della cintura dei proxy, simile a quella di una piovra, in cui la testa è a Teheran e i tentacoli si muovono ora a comando, ora in piena autonomia, sono saltate tutte le strategie militari insegnate nelle scuole di guerra occidentali. Il primo errore è stato commesso all’inizio del conflitto, quando si è pensato che l’eliminazione della guida suprema e dei vertici politico-militari del regime teocratico sarebbe stata più che sufficiente a provocare un regime change. Tanto più che ondate ininterrotte di bombardamenti massivi da parte di Israele e degli Usa, prima e dopo l’eliminazione della leadership iraniana, avevano gravemente danneggiato i siti di arricchimento dell’uranio e le principali infrastrutture industriali, civili e militari del Paese. Invece, da una vittoria che si pensava rapida, ottenuta esclusivamente grazie all’assoluta superiorità dell’aviazione israeliana e americana, illudendosi di eliminare quasi per intero l’arsenale missilistico iraniano, si è passati di fatto a una sconfitta strategica. Fin dall’inizio del conflitto, infatti, si è progressivamente manifestata la fortissima linea di resistenza del regime, attentamente preparata nell’arco di due decenni, basata sui seguenti punti di forza. In primo luogo, la capacità dimostrata dalle seconde e terze linee della catena gerarchica iraniana di colmare in pochissimo tempo i vuoti che si sono creati al primo livello di comando, decapitato dal blitz israeliano.
C’è stato sì un regime change, ma nel senso di aver creato una supremazia delle formazioni paramilitari (quindi, più fanatiche ed estremiste, disposte a tener duro fino all’ultimo uomo) rispetto ai livelli politico-religiosi. Questo perché, in realtà, il vero potere politico ed economico è da decenni nelle mani di pasdaran e guardiani della Rivoluzione, che controllano con le loro holding tra il 30 per cento e oltre il 50 per cento del Prodotto interno lordo iraniano. E sono sempre loro ad aver usato le armi per reprimere le proteste popolari all’inizio del mese di gennaio di quest’anno, facendo decine di migliaia di vittime. Per cui, malgrado le attuali condizioni di disagio in cui vive la popolazione iraniana (inflazione galoppante superiore all’80 per cento su base annua, e difficoltà crescenti nel reperimento di beni essenziali), è assai improbabile una nuova sollevazione popolare. Su quest’ultima possibilità, tuttavia, continua a puntare la strategia di Donald Trump, con il contro-blocco delle esportazioni di petrolio iraniano nello Stretto di Hormuz, che però può avere successo se il mondo intero, e non solo l’Occidente, sarà in grado sostenere ancora per mesi gli oneri crescenti del costo dell’energia e dei carburanti, che sta creando forti tensioni tra l’America e i Paesi alleati. Il secondo pilastro della sorprendente resistenza iraniana è rappresentato dalla sua capacità di ricostituire rapidamente le scorte di missili e droni, utilizzando siti di assemblaggio e catene di montaggio interrati e disseminati capillarmente in tutto il vasto territorio del Paese (soprattutto all’interno di rilievi montuosi).
Ma, la vera carta vincente di Teheran, in questo suo confronto asimmetrico con la più grande potenza militare del mondo, risiede nel terzo elemento della sua strategia: ovvero, la capacità di colpire le basi americane e le infrastrutture petrolifere nei Paesi del Golfo Persico alleati degli Usa, dimostrando così l’impotenza del loro “lord protettore”. Del resto, l’America è entrata in guerra senza una corretta valutazione dei rischi di questo durissimo scontro, in cui era chiarissima a-priori l’importanza strategica degli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, attraverso cui transitano più del 20 per cento delle forniture mondiali di petrolio. Per cui, senza i famosi “boots-on-the-ground” (occupazione militare delle aree strategiche interessate, isole e coste comprese) era chiaro che iraniani e houti avrebbero avuto partita vinta nel minacciare e paralizzare la navigazione commerciale nei due stretti strategici. E qui, ancora una volta, si sta avverando ciò che l’Occidente ha già avuto modo di verificare a sue spese in Afghanistan e in Medio Oriente: contro milizie di fanatici religiosi islamici, pronti a immolarsi per la propria fede, non c’è esercito regolare che tenga. Per questo Teheran ha difeso strenuamente Hezbollah quando Israele ha minacciato una nuova invasione del Libano per distruggerla militarmente. E, oggi, tutto il mondo si trova ostaggio di una milizia che conquista intere regioni scorazzando sui pickup, e persino hackerando Claude, l’AI più evoluta di Anthropic, per costruire missili balistici multistadio, e altre armi molto sofisticate, comprese quelle biologiche. Chiosa finale (e de profundis per la nostra hubris di occidentali): dalla Corea in poi, l’America non termina mai le guerre che ha deciso di iniziare (spesso e volentieri senza una chiara determinazione degli obiettivi), ma semplicemente le abbandona!
di Maurizio Guaitoli