lunedì 14 settembre 2026
La lezione liberale di un’alleanza fondata sul puro interesse nazionale
L’arrivo di Vladimir Putin a New Delhi l’11 settembre per il diciottesimo vertice dei paesi Brics ha offerto agli osservatori internazionali uno straordinario laboratorio di geopolitica applicata. L’incontro bilaterale tra il premier indiano Narendra Modi e il presidente russo, svoltosi alla vigilia dell’apertura del summit multilaterale, ha confermato un dato ormai inoppugnabile: il pragmatismo strategico guida le relazioni internazionali contemporanee molto più delle retoriche ideologiche o dei desiderata degli organismi sovranazionali.
Dal punto di vista dell’analisi economica e giuridica, l’esito di questo incontro bilaterale offre indicazioni preziose sulla reale natura delle dinamiche globali. Sebbene la narrazione ufficiale dei media statali russi continui a dipingere il blocco Brics come il pilastro di un presunto nuovo ordine mondiale anti-occidentale e “de-dollarizzato”, la realtà dei fatti dimostra l’esatto contrario.
Il forum multilaterale, specialmente a seguito della sua recente e disordinata espansione, soffre di un’evidente paralisi decisionale, mentre il canale di cooperazione bilaterale tra India e Russia si rivela estremamente fluido, funzionale e guidato da freddi calcoli di convenienza nazionale. I dati emersi dai report ufficiali e dalle analisi di mercato evidenziano come ben il 96 per cento delle transazioni commerciali tra New Delhi e Mosca avvenga ormai direttamente in valute nazionali, rubli e rupie, coinvolgendo decine di istituti di credito dei due paesi e superando di fatto gli ostacoli posti dal sistema sanzionatorio occidentale.
Questo dato di reale operatività contrasta in modo stridente con la lentezza e la nebulosità dei progetti comunitari targati Brics, come la ventilata creazione di una valuta comune o l’integrazione delle valute digitali delle banche centrali, paralizzata dai reciproci sospetti e dalle invalicabili rivalità strategiche tra l’India e la Repubblica Popolare Cinese. Il vero test di tenuta per il vertice indiano non è rappresentato dall’ombra del conflitto in Ucraina, dove la diplomazia dell’Unione Europea e degli Stati Uniti continua giustamente a esercitare una pressione costante per isolare il regime di Mosca e difendere il diritto internazionale.
La frattura più profonda e destabilizzante per il blocco Brics è quella interna, legata alle gravissime tensioni in Medio Oriente che vedono contrapposti Teheran e Abu Dhabi. La presenza nella medesima organizzazione dell’Iran e degli Emirati Arabi Uniti ha trasformato il forum da spazio di cooperazione a cassa di risonanza delle crisi geopolitiche regionali. Quando le divergenze tra paesi membri riguardano la sicurezza nazionale, la navigazione nello stretto di Hormuz e gli equilibri energetici mondiali, la possibilità di produrre una posizione comune o un documento politico condiviso crolla drasticamente, costringendo la diplomazia dell’India a ripiegare su dichiarazioni di compromesso dal contenuto minimo.
Per un’economia di mercato in impetuosa crescita come quella indiana, le turbolenze nel Golfo Persico si traducono immediatamente in un costo macroeconomico diretto. Il rialzo del prezzo del petrolio greggio e le tensioni sulle rotte di approvvigionamento della flotta mercantile mettono sotto pressione la rupia e alimentano la spinta inflazionistica. Di conseguenza, l’interesse di New Delhi a una rapida de-escalation nella regione risponde a un’esigenza di tutela della propria stabilità finanziaria e della propria sovranità energetica, e non a scelte di campo ideologiche.
Da una prospettiva liberale, riformista ed europeista, il comportamento dell’India offre una lezione fondamentale che le diplomazie di Washington e Bruxelles devono saper interpretare con lucidità. L’approccio indiano si fonda sul perseguimento inflessibile del proprio interesse nazionale, bilanciando la partnership energetica e militare con la Russia con il fondamentale consolidamento dei legami tecnologici e strategici con gli Stati Uniti e l’Occidente.
La difesa delle democrazie occidentali, della sovranità dell’Ucraina di fronte all’aggressione russa e della sicurezza dello Stato d’Israele nel teatro mediorientale non passa attraverso la pretesa che paesi emergenti come l’India abbraccino integralmente le nostre categorie politiche, ma attraverso la capacità dell’Occidente di offrire partnership economiche, finanziarie e industriali più competitive e attrattive di quelle dei regimi autocratici.
Il blocco Brics espanso si rivela dunque per ciò che è realmente: un’eterogenea piattaforma di dialogo e di coordinamento tattico, priva di una visione strategica unitaria e indebolita da conflitti interni insanabili. Le democrazie occidentali, forti della loro superiorità tecnologica, della solidarietà della Nato e di mercati finanziari aperti e regolati dallo stato di diritto, non devono temere l’ipertrofia formale di questi forum. La risposta alla complessità del panorama globale non è il ripiegamento protezionistico, ma un atlantismo rinnovato, capace di combinare il rigore nella difesa delle libertà con un pragmatismo economico in grado di competere e vincere sui mercati di tutto il mondo.
di Riccardo Renzi