I fantasmi di Taiwan nel deserto del Gobi

venerdì 11 settembre 2026


La deterrenza occidentale e le simulazioni di Pechino

Nell’immensità arida della Mongolia Interna, la geointelligence internazionale ha da tempo rintracciato le tracce di un’ossessione strategica: la ricostruzione in scala reale, nei poligoni di Alxa e Zhurihe, dei reticoli viari e degli edifici simbolo del potere politico di Taipei.

Le immagini satellitari che ritraggono il reticolo del Bo’ai Special Zone — il distretto governativo dove sorgono il Palazzo Presidenziale e i ministeri chiave della Repubblica di Cina — non rappresentano una mera curiosità coreografica o un’innocua propaganda. Esse sintetizzano l’essenza di una dottrina militare, quella dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), tesa a perfezionare scenari di attacco di precisione, operazioni di decapitation strike e guerra urbana.

Per chi osserva le dinamiche globali con le lenti del liberalismo strategico e dell’atlantismo, l’emergere di queste “finte città” rappresenta la conferma di una minaccia sistemica alle democrazie occidentali e all’ordine internazionale basato sulle regole. Tuttavia, è proprio nell’analisi di questi dettagli che la comunità euro-atlantica deve dimostrare lucidità: confondere la preparazione di una capacità operativa con l’imminenza di un’invasione rischia di alimentare un allarmismo paralizzante o, al contrario, di sottovalutare la sfida strategica posta dal regime di Xi Jinping.

I poligoni cinesi svolgono una duplice funzione, tanto tecnica quanto psicologica. Sotto il profilo strettamente operativo, la riproduzione millimetrica degli snodi viari di Taipei e delle installazioni navali di Suao serve al PLA per testare la guida autonoma dei droni, la calibrazione dei missili balistici e la familiarizzazione tattica delle forze speciali destinate a neutralizzare i centri di comando taiwanesi. Sotto il profilo geopolitico, la palese visibilità di questi siti ai satelliti commerciali e all’intelligence militare dell’Occidente costituisce una forma di guerra psicologica coercitiva, studiata per instillare il senso dell’ineluttabilità del destino di Taiwan.

Eppure, proprio l’esperienza della guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina offre una lezione fondamentale che le democrazie liberali non possono dimenticare. Le simulazioni perfette e i piani teorici svaniscono rapidamente di fronte alla capacità di resistenza di una società libera e al coordinamento delle alleanze internazionali.

Il fallimento del blitz di Mosca su Kiev nel 2022 ha dimostrato quanto sia arduo trasformare la superiorità numerica e la sorpresa tattica nel collasso politico di una democrazia dotata di continuità di governo, profondità difensiva e alleati determinati. L’Occidente a guida statunitense, affiancato da una Unione Europea consapevole del proprio ruolo geopolitico, ha il dovere di rispondere a queste simulazioni non con la ritirata o la rassegnazione, ma con il rafforzamento della deterrenza democratica.

La sicurezza dell’Indo-Pacifico non è una questione geograficamente remota o marginale per la finanza e il commercio europeo: la stabilità dello Stretto di Taiwan è la chiave di volta della sicurezza economica globale e della catena dei semiconduttori. Un attacco a Taipei rappresenterebbe un colpo mortale all’economia mondiale e alla credibilità delle democrazie.

Per questa ragione, la risposta degli Stati Uniti e delle potenze europee deve poggiare su una strategia chiara e riformista: sostenere la capacità di autodifesa di Taiwan attraverso la cosiddetta “strategia dell’istrice”, incrementare la cooperazione di intelligence e riaffermare con fermezza la libertà di navigazione nelle acque internazionali.

Le esercitazioni del PLA nei deserti della Mongolia Interna dimostrano che la Cina riconosce la complessità di un’eventuale operazione militare contro l’isola; spetta alla fermezza dell’asse transatlantico e dei partner democratici dell’Asia-Pacifico, come Giappone e Australia, fare in modo che i costi di un’avventura militare rimangano proibitivi per Pechino.

La vera forza delle società aperte risiede nella capacità di leggere la realtà senza cedimenti ideologici. I poligoni di Pechino descrivono uno scenario di guerra potenziale che l’Occidente ha tutti gli strumenti per prevenire. Investire nella difesa comune, consolidare l’alleanza tra Washington e le cancellerie europee e difendere il diritto internazionale sono gli unici argini efficaci per garantire che le simulazioni nel deserto rimangano soltanto un esercizio teorico e che la libertà di Taiwan continui a essere un pilastro indiscusso del mondo libero.


di Riccardo Renzi