mercoledì 9 settembre 2026
Per molti anni la Russia ha trasformato petrolio e gas in strumenti di politica estera. Non si trattava soltanto di venderli, ma di costruire dipendenze, premiare i governi amici, mettere sotto pressione quelli ostili e mantenere legate al Cremlino intere aree dello spazio post-sovietico. La guerra di aggressione contro l’Ucraina ha progressivamente incrinato questo modello. Oggi, però, sta emergendo un fenomeno ancora più significativo: quella che per decenni è stata una delle principali leve di influenza russa sta diventando anche una delle sue maggiori vulnerabilità.
Da mesi l’Ucraina conduce una campagna sistematica contro raffinerie, depositi, terminali e infrastrutture petrolifere in profondità nel territorio russo. Non sono attacchi episodici e non rispondono soltanto a una logica di rappresaglia. Kyiv sta cercando di colpire uno dei punti nei quali l’enorme estensione geografica della Federazione smette di essere un vantaggio e diventa un problema. Estrarre petrolio non significa infatti disporre automaticamente di benzina, diesel o carburante per aviazione. Il greggio deve essere raffinato, immagazzinato, trasportato e distribuito. È questa catena, molto più complessa e vulnerabile dei pozzi petroliferi, che i droni ucraini stanno prendendo di mira.
Gli effetti cominciano a essere difficili da nascondere. A luglio le esportazioni russe via mare di prodotti petroliferi sono diminuite di oltre un terzo rispetto al mese precedente e di più della metà rispetto allo stesso periodo del 2025. In agosto le esportazioni di olio combustibile hanno toccato il livello più basso registrato nelle serie disponibili dal 2017. Il caso della raffineria di Orsk, a quasi duemila chilometri dal confine ucraino, è emblematico. Dopo un attacco dell’11 agosto l’impianto è stato costretto a fermarsi; le autorità regionali hanno ammesso che alcune apparecchiature danneggiate sono di produzione estera e che le sanzioni complicano e allungano i tempi di sostituzione. È uno degli aspetti meno appariscenti, ma più importanti, della strategia ucraina: non occorre distruggere completamente una raffineria se basta danneggiare componenti difficili da reperire per ridurne l’operatività per mesi.
La Federazione continua naturalmente a essere una grande potenza petrolifera e sarebbe prematuro parlare di un collasso del sistema. Ma il problema per il Cremlino non è soltanto quantitativo. È logistico, industriale e politico. Un Paese può esportare milioni di barili di greggio e, nello stesso tempo, incontrare difficoltà nel garantire un flusso regolare di carburanti raffinati sul proprio territorio. Quando gli impianti lavorano a capacità ridotta, il governo deve decidere se privilegiare il mercato interno, le esigenze militari oppure le esportazioni che producono valuta. Ogni scelta ha un costo. Limitare le vendite all’estero protegge temporaneamente i consumatori, ma riduce le entrate e indebolisce l’affidabilità commerciale del Paese. Continuare a esportare significa invece rischiare carenze e aumenti dei prezzi sul mercato interno.
La questione diventa ancora più delicata perché la macchina militare russa consuma enormi quantità di carburante. Carri armati, veicoli da combattimento, autocarri, aerei e sistemi logistici dipendono da una rete di raffinazione e distribuzione che deve funzionare senza interruzioni. Gli attacchi ucraini non mirano quindi soltanto all’economia: cercano di aumentare il costo materiale della guerra e di costringere il Cremlino a disperdere sistemi di difesa aerea su un territorio sterminato. Ogni raffineria, deposito o terminale che si decide di proteggere sottrae risorse alla difesa di basi militari, centri industriali e infrastrutture strategiche. Anche quando un drone viene abbattuto, dunque, la campagna può produrre un effetto operativo ben più ampio del danno provocato dall’esplosione.
A questo si aggiunge una conseguenza geopolitica. La rete di approvvigionamento e distribuzione non serve soltanto il territorio della Federazione. Per decenni ha contribuito a mantenere nell’orbita russa territori separatisti, repubbliche autoproclamate e Stati dell’Asia centrale. Transnistria, Abkhazia e Ossezia del Sud hanno costruito parte della propria sopravvivenza economica sulla capacità del Cremlino di garantire forniture a condizioni politicamente convenienti. Se il mercato interno diventa più difficile da soddisfare, diventa inevitabilmente più oneroso sostenere anche le periferie del sistema di influenza. Quello che avrebbe dovuto consolidare la dipendenza rischia così di mostrarne tutta la fragilità. Lo stesso vale, in misura diversa, per l’Asia centrale. Non è un caso che i Paesi della regione stiano moltiplicando i tentativi di diversificare rotte, fornitori e relazioni politiche. È un processo iniziato prima dell’attuale campagna ucraina, ma che la vulnerabilità delle infrastrutture russe sta accelerando.
Il paradosso è evidente. Vladimir Putin ha costruito una parte importante della proiezione internazionale del Paese sulla convinzione che l’Europa e lo spazio post-sovietico avessero più bisogno degli idrocarburi russi di quanto il Cremlino avesse bisogno della loro stabilità. Quella convinzione ha funzionato per anni. Dopo il 2022, l’Europa ha ridotto drasticamente la propria dipendenza e la Federazione ha compensato parte delle perdite rivolgendosi soprattutto ai mercati asiatici. Ma un sistema petrolifero non è fatto soltanto di giacimenti e oleodotti. È composto da raffinerie, pompe, serbatoi, porti, ferrovie, componentistica industriale e capacità di manutenzione. Proprio questi nodi sono oggi esposti a una guerra tecnologica che consente a Kyiv di colpire a centinaia o migliaia di chilometri dal fronte.
È probabilmente questo il risultato strategico più importante della campagna ucraina. I droni non possono privare la Russia delle sue immense riserve di petrolio e gas, né possono da soli decidere l’esito della guerra. Possono però ridurre il valore politico e militare di quelle risorse, trasformando un punto di forza in un problema da gestire quotidianamente. E quando una potenza è costretta a utilizzare una parte crescente dei propri mezzi per proteggere ciò che fino a poco tempo prima considerava al sicuro, la sua capacità di proiezione inevitabilmente si riduce.
Per anni il Cremlino ha ricordato ai propri vicini che le forniture potevano essere interrotte, razionate o rese più costose. Oggi Kyiv sta dimostrando che quella stessa leva non è invulnerabile: se colpita nel punto giusto, può spezzarsi.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)