mercoledì 9 settembre 2026
Che cosa avviene di così importante attualmente in Russia, dopo la Rivoluzione d’ottobre nel 1917 e la fine della Cortina di ferro nel 1991? Semplicemente questo: “Habemus Zar”, dal 1999 a oggi, con il nome vero di Vladimir Putin, il nuovo despota che sogna di ricomporre l’Impero perduto dopo la caduta dell’Unione Sovietica. E siccome lui, come Pietro il grande, desidera fare le cose per bene, ci sta seriamente provando dal 24 febbraio 2022 a riportare a casa la riottosa Ucraina, da dove nasce il nome stesso di Rus’ nella Kiev nel IX secolo. Il problema insolubile per lui, però, è che gli ucraini non ne vogliono sapere di un loro ritorno in seno alla Grande madre russa, avendo sperimentato soprattutto il genocidio e i dolori staliniani ai tempi dell’Holodomor, la grande carestia indotta dal regime sovietico negli anni Trenta. Così, da cinque anni, lungo il grande fiume della Storia transitano desolati e muti milioni corpi di soldati di entrambe le parti, morti, feriti o mutilati. Purtroppo, come in tutte le tirannie che si rispettano, una volta scatenata una guerra di aggressione il capo supremo che l’ha iniziata o vince, o viene decapitato se la perde. Quindi, se le cose vanno malino sul fronte, al Dominus per rimanere al potere non resta che continuare a tenere alta la tensione prolungando la guerra, fino alla (sperata) resa dell’avversario. E poiché l’Ucraina ha cambiato tutte le carte in tavola sulle tecniche di combattimento e sugli armamenti, allora meglio copiare dal modello di sopravvivenza militare del nemico, per tentare di metterlo alle corde con i suoi stessi mezzi. Lo abbiamo visto con le battaglie sempre più feroci e a controllo remoto da parte delle intelligence artificiali che guidano i droni, in cui la decisione umana su “to kill/not-to kill” è viepiù delegata alla potenza crescente degli algoritmi.
Oggi, la Russia ha fatto ancora un passo in avanti costruendo e lanciando sui bersagli centinaia di droni Geran 4 e 5 con motore a reazione, assai più veloci, difficili da intercettare e con maggiore carico esplosivo rispetto a quelli ordinari. Aspettiamo pazienti la risposta ucraina, in un ciclo di “tit-for-tat” (colpo su colpo) di cui per ora non si vede la fine. Intanto, nell’economia di guerra russa c’è stata una vera rivoluzione silenziosa, che ha obbligato il faranoico ed elefantiaco apparato industrial-militare di Mosca a fare un clamoroso passo indietro, a favore delle enormi risorse di idee e tecnologie che vengono dalla società civile, lasciata libera di inventare e di sperimentare sempre nuove soluzioni in materia di droni e similari, a guida Ai (Artificial Intelligence). Innovazione quest’ultima denominata ”vantaggio asimmetrico” che, oltre ai droni, comprende sistemi integrati di guerra elettronica (Ew, nell’acronimo inglese), e altre tecnologie low-cost “scalari”. Laddove con quest’ultima denominazione si indica l’aumento-decremento progressivo delle quantità prodotte in base alle necessità, e senza perdere efficienza. Ed è proprio a proposito di questa sfida a lungo termine, nota Financial Times (Ft), che l’Europa potrebbe trovarsi molto più svantaggiata rispetto all’Ucraina, alla quale si è ispirata la nuova filosofia russa della guerra, abbandonando le vecchie logiche di produzione degli armamenti. Al contrario di quanto accade per i ventisette complessi militar-industriali della Ue, che fanno fatica a superare il vecchio modello della Guerra fredda, perché del tutto sprovvisti di un adeguato know-how, Russia e Ucraina sperimentano quotidianamente, in concreto e sui terreni di battaglia, le nuove tecnologie.
L’attuale modello ibrido russo, “Stato + mercato”, combina la capacità del sistema sovietico della mobilitazione industriale con la flessibilità della competitività di mercato. Per capirci: la Russia ha ereditato una vasta infrastruttura industriale che la mette in grado di realizzare una produzione “scalare” di armi e di sistemi d’arma, in modo molto più rapido rispetto alla grande maggioranza delle industrie della difesa europee. Oggi, il sistema di difesa russo (come quello ucraino, del resto) incorpora selettivamente incentivi di mercato, compagnie private e innovazione decentralizzata. Valga un esempio per tutti: Ushkuynik rappresenta un “acceleratore tecnologico” (Ft) che collega start-up domestiche ed è aperto al contributo personalizzato di tecnici volontari, liberi di interagire con i grandi apparati militar-industriali per la difesa, e con il sistema degli acquisti di Stato. E qui, a causa della corruzione dilagante, come sappiamo, l’Ucraina si trova in netto svantaggio. L’innovazione russa possiede due inedite virtù. In primo luogo, tiene conto dei suggerimenti dal basso (cosa che in passato si sarebbe rivelata impossibile), per rispondere in tempo reale alle esigenze del fronte. In secondo luogo, consente di aggirare con grande facilità l’embargo e le sanzioni internazionali. E questo perché, anziché fare affidamento sugli appalti di Stato, le microaziende utilizzano network di intermediazione e compagnie di comodo, rivolgendosi a distributori di Paesi terzi e a piattaforme di e-commerce come Alibaba (cinese!), per acquistare componenti dual-use occidentali, aggirando i controlli sugli export!
Così, le manifatture tradizionali russe degli armamenti hanno aumentato i loro investimenti nei sistemi a guida autonoma e nelle tecnologie, in cui è l’Ai a selezionare gli obiettivi da colpire. Oggi, i droni Geran a reazione e a lungo raggio auto-organizzano i network wireless, permettendo allo sciame di droni di comunicare tra di loro e di scambiarsi dati l’uno con l’altro. Idem per l’Ew (Electronic warfare) che non si basa più su grandi sistemi strategici, bensì su una miriade (migliaia) di sistemi compatti e low cost antidrone, per disturbare le comunicazioni e confondere la navigazione. Nel solo 2026 la Russia prevede di costruire 7,3milioni di droni a fibra ottica e più di 130mila apparati di Ew a basso costo. Per Ft, la produzione mensile di Geran va ben oltre quella degli analoghi Lucas americani. Ora avete capito perché l’Europa non uscirebbe viva da un confronto armato “convenzionale” con i russi?
di Maurizio Guaitoli