La guerra ibrida russa è già dentro l’Europa

venerdì 4 settembre 2026


Per capire quale potrebbe essere il prossimo passo della Russia non bisogna necessariamente immaginare colonne corazzate dirette verso Varsavia o un attacco frontale contro uno dei Paesi baltici. L’ipotesi più pericolosa è probabilmente molto meno spettacolare: una crisi costruita ai margini della Nato, sufficientemente ambigua da dividere gli alleati e abbastanza grave da mettere alla prova la credibilità dell’intero sistema di deterrenza occidentale.

È quanto emerge da una simulazione organizzata negli Stati Uniti alla quale hanno partecipato membri del Congresso ed ex funzionari militari, diplomatici e dell’intelligence americana. Lo scenario immaginava il 2028, una guerra in Ucraina ancora bloccata in un sanguinoso stallo e una Russia decisa a sfruttare la situazione attaccando la Moldova. Durante le operazioni, un drone russo colpisce un deposito di carburante in Romania, Paese membro della Nato, causando vittime civili. La domanda è inevitabile: che cosa farebbero gli Stati Uniti? La risposta emersa dall’esercitazione è tutt’altro che rassicurante. Washington reagirebbe con estrema prudenza, mentre all’interno del Congresso prevarrebbe la convinzione che l’opinione pubblica americana non sarebbe disponibile a sostenere una risposta militare significativa. Senza una chiara leadership americana, anche l’Europa rischierebbe di apparire divisa, esitante e incapace di elaborare rapidamente una risposta comune.

Il punto, però, è che non stiamo parlando soltanto di ciò che potrebbe accadere nel 2028. Basta osservare ciò che sta già accadendo oggi. Sabotaggi, incursioni nello spazio aereo, attacchi informatici, guerra elettronica e azioni contro infrastrutture sono ormai parte del presente europeo.

Un’analisi di TD International ha contato 63 incidenti collegabili alla Russia contro obiettivi europei soltanto da marzo. Tra quelli censiti figurano 43 episodi legati a droni o allo spazio aereo, sei sabotaggi o complotti, sei attacchi cyber o di guerra elettronica e cinque episodi ostili in mare. Sessantatré azioni in pochi mesi non sono anomalie isolate: descrivono un metodo e una strategia.

Si continua a separare la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina da un’Europa ancora estranea alle ostilità. È una distinzione ormai artificiale. Mosca evita azioni che renderebbero immediata una risposta militare collettiva della Nato, ma opera in una zona grigia di pressioni e sabotaggi capaci di produrre danni e abbastanza ambigui da complicarne l’attribuzione, anche attraverso intermediari reclutati localmente.

In aprile il ministero della Difesa russo aveva pubblicato nomi e indirizzi di ventuno aziende europee accusate di produrre materiali destinati all’Ucraina, indicandole di fatto come possibili obiettivi. Nei mesi successivi incendi, esplosioni e sabotaggi hanno interessato impianti della difesa in diversi Paesi. Non tutti possono essere attribuiti alla Russia, ma il contesto impone di considerare anche l’ipotesi di operazioni ostili coordinate.

Un caso significativo riguarda l’Italia. Il 13 agosto un incendio seguito da una violentissima esplosione ha colpito lo stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, l’ex Simmel Difesa. L’azienda produce munizioni e propellenti solidi, un comparto strategico anche alla luce degli accordi quadro dell’European Defence Agency sul 155 millimetri, calibro centrale per le scorte europee e il sostegno all’Ucraina.

I Carabinieri del RIS hanno effettuato sopralluoghi, prelevato campioni ed esaminato telecamere e celle telefoniche. La Procura di Velletri ha valutato possibili collegamenti con episodi analoghi, tra cui l’esplosione verificatasi tre giorni prima presso un sito della EMCO in Bulgaria. Tra le piste considerate è entrata anche quella di un possibile sabotaggio riconducibile alla Russia, senza che siano finora emersi elementi pubblici sufficienti per trasformare l’ipotesi in un’attribuzione.

La notizia, che non ha avuto particolare risonanza sulla stampa italiana, forse anche per il periodo di Ferragosto, è stata rilanciata con grande rapidità dalla galassia filorussa. Account e canali vicini alla propaganda del Cremlino hanno dato immediato risalto all’accaduto, in alcuni casi con toni di aperta soddisfazione. Non è naturalmente una prova. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che non risultano elementi tali da far ritenere l’esplosione qualcosa di diverso da un problema interno allo stabilimento. Colleferro non può quindi essere inserita tra i sabotaggi russi accertati, ma mostra quanto sia cambiato l’ambiente di sicurezza europeo.

Anche la Germania parla ormai apertamente di una minaccia quotidiana. Berlino ha attribuito alla Russia l’attacco con drone del 4 agosto contro un aereo cargo ucraino presso l’aeroporto di Lipsia/Halle e altri due tentativi analoghi. Il problema è impedire che Mosca continui a verificare fino a dove può spingersi senza una risposta realmente costosa.

La deterrenza non dipende soltanto da carri armati, aerei o missili, ma dalla convinzione dell’avversario che determinate soglie non possano essere superate impunemente. Non siamo in presenza di una guerra aperta tra Russia e Nato, ma siamo certamente oltre la normale competizione tra Stati. La guerra ibrida non è il preludio di qualcosa che potrebbe cominciare domani. È già una dimensione della sicurezza europea di oggi.

È proprio per questo che l’atteggiamento degli Stati Uniti assume un’importanza decisiva. L’assenza di una guida americana chiara riduce la prevedibilità della risposta occidentale e aumenta il rischio di errore di calcolo. Se Mosca ritiene che Washington sia riluttante a impegnarsi e che gli alleati europei reagiscano in ordine sparso, la tentazione di aumentare la pressione diventa più forte.

Resta poi la Moldova, non appartenente alla Nato e da anni sottoposta a pressione russa anche attraverso la presenza militare in Transnistria. Un’eventuale escalation contro Chișinău avrebbe conseguenze immediate per la Romania: un drone o una violazione dello spazio aereo rumeno potrebbero trasformarla in una crisi Nato. Ed è precisamente questo il tipo di scenario evocato dalla simulazione americana: una crisi periferica, ambigua all’inizio, ma capace di mettere alla prova in poche ore la credibilità dell’intera Alleanza.

Sarebbe però un errore considerare tutto questo soltanto una possibilità futura. I 63 incidenti censiti da marzo mostrano che la Russia sta già verificando oggi la tenuta delle difese politiche europee, la rapidità delle reazioni e soprattutto la disponibilità degli alleati a considerare i singoli episodi come parti di una campagna strategica più ampia.

Gli Stati Uniti non devono cercare uno scontro diretto con Mosca. Devono impedire che Mosca arrivi alla conclusione di poterlo provocare senza conseguenze. Per oltre ottant’anni la forza americana ha contribuito alla sicurezza europea soprattutto perché non è stato necessario usarla. La deterrenza funziona quando l’avversario sa che il prezzo dell’aggressione sarà superiore al possibile guadagno. Oggi il rischio è che Mosca abbia già iniziato a verificarlo, un sabotaggio, un drone e un attacco alla volta.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)