mercoledì 2 settembre 2026
Una caratteristica che accomuna le due guerre più “rumorose” in atto, quella in Ucraina e quella in Iran, è il fallimento degli obiettivi di chi le ha scaturite. Se la guerra di Vladimir Putin simboleggia uno stallo, che non può essere definito quindi un successo, dalle difficili previsioni di sblocco, quella in Iran rappresenta, fino ad ora, quantomeno il fallimento dell’opera dei servizi segreti, soprattutto israeliani, ovvero del Mossad. Dal 28 febbraio data dell’attacco all’Iran da parte dell’aviazione statunitense e israeliana, nonostante la chirurgica eliminazione delle gerarchie religiose e militari iraniane da parte dei rispettivi servizi segreti, c’è stata una graduale crescita della consapevolezza, a livello globale, che il governo degli ayatollah-pasdaran era lungi dall’essere nelle condizioni di cadere. Contestualmente, i pasdaran hanno acquisito certezze sulla loro resistenza e aperto solidi contatti internazionali, precedentemente decisamente blandi, mettendo in imbarazzo la disorientata diplomazia statunitense, vedi l’ultimo accordo con l’Oman sulla gestione dello stretto di Hormuz; una questione ad oggi rappresentata dalla schizofrenica compulsione di controllo da parte degli attori presenti sullo “stretto”, ma che di fatto ha caratteristiche decisamente caotiche.
Così alcuni giorni fa, dopo l’eclatante ridimensionamento della struttura verticistica del Mossad iniziata nella prima decade di agosto, la stampa israeliana ha delineato i contorni del fallimento delle strategie dell’intelligence esterna israeliana, descrivendo lo scenario che i “servizi” avevano previsto dovesse servire a deporre il regime iraniano. In pratica oltre gli attacchi aerei, in questa fase concentrati contro le basi iraniane vicino al confine iracheno, sarebbe dovuta avvenire l’avanzata dei combattenti curdi verso il nord-ovest del Paese al fine di sconfinare in Iran e spingersi verso diverse città curde del Kurdistan iraniano, quindi innescare un effetto domino, notizia che in un primo momento sembrava stesse avvenendo. Di conseguenza la contestuale rivolta delle minoranze iraniane avrebbe innescato un movimento insurrezionale che avrebbe radunato i membri dell’opposizione, e favorito dal caos causato dai devastanti bombardamenti, sarebbe dovuto avanzare verso il palazzo del potere di Teheran. Inoltre, il tutto avrebbe dovuto facilitare l’organizzazione di un movimento politico che avrebbe deposto la dittatura teocratica prendendo il comando del Paese.
Quindi, sempre secondo i media israeliani, il fallimento dell’azione contro il regime di Teheran è stato il frutto della incapacità di due agenti ai vertici dei servizi, che hanno ideato il piano operativo per utilizzare gli effetti della guerra contro l’Iran al fine di provocare una spaccatura politica interna. Come più volte scritto, la questione nucleare ha rappresentato, e sta rappresentando, “l’immagine populista” dell’operazione da dare in pasto ai media, tanto è che il piano di aggressione, anche se ha agito contro le infrastrutture nucleari e missilistiche dell’Iran, puntava a trasformare l’offensiva militare in una crisi di regime. Così l’obiettivo era creare un vuoto di potere demolendo i centri di comando e le strutture di sicurezza delle Guardie della rivoluzione islamica, per poi coordinare gli articolati gruppi di opposizione ad agire sulla presa di potere.
La “svista” degli agenti israeliani non si è limitata solo a questa strategia, ma anche nella individuazione dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad come eventuale figura in grado di svolgere un ruolo di riferimento nell’ordine politico immaginato. Una scelta paradossale, quella degli strateghi israeliani, che hanno visto nella figura dell’ex capo iraniano il punto di riferimento all’interno del sistema di potere di Teheran, dato che la sua politica è stata caratterizzata da una retorica gravemente ostile sia verso gli Stati Uniti che Israele.
La realtà è che alcuno scenario previsto si è concretizzato. Di fatto diverse figure di spicco sia militari che religiose sono state uccise, il sistema statale iraniano è stato gravemente indebolito, e ha attraversato una fase di grave disorganizzazione; tuttavia non è crollato. Ricordo che anche se il mainstream narra l’obiettivo nucleare come pietra miliare dell’attacco all’Iran, il piano per rovesciare il Regime non è stato un’idea estemporanea scaturita durante i combattimenti, ma era l’obiettivo principale. Comunque le difficoltà di mettere in pratica l’avvicendamento al potere non erano sconosciute, infatti gli interventi in aree di confine sarebbero stati interpretati da Teheran come la volontà di dividere il Paese in aree di controllo diverse, magari supportate da potenze straniere, non casuale l’eventuale ruolo dei curdi; una dimensione nazionalista che ha frenato la capacità dell’opposizione di trasformare gli attacchi israelo-statunitensi in un movimento popolare di ampia portata. Un concetto, quello nazionalista, confermato anche da vari contatti avvenuti tra informatori statunitensi e israeliani ed alcune accreditate figure dell'opposizione, come Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià.
Da agosto è così iniziata la ricostruzione del nuovo assetto del Mossad, il fallimento dell’operazione Iran ha prodotto la rimozione, da parte del neo direttore Roman Gofman, dei due agenti, uno a capo della direzione dell’intelligence e l’altro della divisione Iran. Il 24 agosto intanto che Donald Trump inaspriva nuovamente le sanzioni contro l’Iran, Israele ha rinnovato le speranze in una rivolta popolare vocata alla caduta del Regime; così anche i nuovi attacchi alle infrastrutture civili iraniane sarebbero funzionali a una accelerazione del crollo generale del Paese. Inoltre lo Stato ebraico tende a non favorire negoziati per un intesa tra Washington e Teheran circa la riapertura dello stretto di Hormuz e tantomeno accordi su un programma nucleare iraniano controllato e limitato.
Oltre a questo anche l’isolamento economico dell’Iran, sul quale gli Stati Uniti spingono a livello globale, limita le risorse da destinare al riarmo del regime, e potrebbe causare divisioni all’interno del governo tra coloro che sono favorevoli a un’escalation militare e coloro che sono consci delle sofferenze causate a una popolazione immiserita e sfinita. Tuttavia questo isolamento è relativo in quanto la Cina ha assicurato che continuerà ad acquistare petrolio iraniano. Ora, quali strategie adotterà il nuovo Mossad alla luce dei recenti fallimenti e nella evidente attuale impotenza di Trump nel piegare i pasdaran affinché il fallimento non diventi cronico? Certamente la soluzione resta l’eliminazione della dittatura teocratica islamista, come arrivarci resta l’incognita.
di Fabio Marco Fabbri