mercoledì 2 settembre 2026
Gli ultimi anni del potere del vecchio e malato Ali Khamenei sono stati caratterizzati dalla questione della sua successione. Già la sua successione al fondatore del regime “islamico”, il carismatico Ruhollah Khomeini, nel 1989, era stata problematica: occorsero dapprima l’abilità di Ali Akbar Rafsanjani e, in seguito, l’astuzia dello stesso Khamenei per tenere in piedi la baracca della Repubblica islamica. L’anacronistica istituzione del velayat‑e faghih era infatti un vestito cucito su misura per Khomeini. Una caratteristica dei regimi totalitari è la crisi nella scelta del successore: ogni dittatore elimina sistematicamente chiunque, anche solo in potenza, possa risultare idoneo a quel ruolo. Nelle dittature accade spesso che il trono passi dal padre al figlio. Sebbene non all’altezza, il discendente offrirebbe comunque una parvenza di continuità, un simbolo utile a preservare l’illusione della stabilità. Così è accaduto anche nelle stanze buie del regime di Teheran. L’eliminazione di Ali Khamenei, nella guerra americano‑israeliana di febbraio, ha fatto precipitare la situazione: il secondogenito di Khamenei, Mojtaba è stato innalzato al rango di leader dello Stato islamico, sebbene se ne parlasse da anni e non avesse le credenziali necessarie per quel ruolo. Ora il terzo leader spirituale del regime dei mullà, di cui non si sa con certezza se sia vivo, morto o nelle sue piene facoltà, sembra intenzionato a proseguire sulla strada del padre: muoia Sansone con tutti i Filistei.
In ogni caso il regime del velayat-e faghih si trova in una crisi di sussistenza senza precedenti. Il tempo per le sue scorribande, e anche per i suoi capricci, è terminato. Ciò lo pone di fronte a scelte impossibili: scegliere tra la morte o il suicidio; tra negoziazione o guerra. Di quel che rimane del regime dei mullà si fronteggiano tre linee: chi pretende di continuare i negoziati per guadagnare tempo; chi vuole negoziare solo alle condizioni del regime; e chi, infine, spinge per attaccare a testa bassa, nel tentativo disperato di uscire dalla crisi totale e paralizzante che stringe la gola del sistema in ogni campo. Anche un lettore non esperto di questioni mediorientali può cogliere l’impasse di un regime indebolito dall’eliminazione del suo leader, dalla guerra, dal collasso economico e dalla rabbia di un popolo intero, pronto a sfruttare la prima occasione per scendere in strada con lo slogan “Morte al dittatore!” e spazzarlo via.
Oltre alla guerra, che indebolisce il regime ma non lo rovescia, l’amministrazione Trump ha cambiato tattica, giocando con la stessa tecnica dei mullà: negoziare con capricci per guadagnare tempo, una presa in giro strutturale. Gli americani replicano la tattica del regime, catalizzandola con le asfissianti sanzioni e gli interventi militari. Ora a far il furbo sono in due, ma il tempo non è a favore di ciò che resta del regime dei mullà. Nel frattempo la popolazione iraniana rimane tra l’incudine del regime e il martello della guerra. Anche chi ha voluto dar credito ai bluff del regime dei mullà, i fautori dell’appeasement, è responsabile di questo disastro, che non è solo l’aumento del prezzo del gasolio, ma un enorme tributo di sangue e sofferenza del popolo iraniano. Il regime dei mullà non negozierà mai seriamente: non può farlo. Un negoziato autentico smusserebbe la sua macchina repressiva contro una popolazione che è anni luce più avanti rispetto ad esso, e che lo ripudia e non lo vuole. Il regime totalitario al potere dal 1979 in Iran con i suoi macabri balletti di riformismo, moderatismo, pragmatismo e altre locuzioni prive di senso, ha esaurito il tempo a sua disposizione. Il potere reale del regime è nelle mani del leader spirituale, che attualmente, se c’è, è nascosto; figure come Pezeshkian e Ghalibaf possono dichiarare ciò che vogliono, ma sono parole al vento, perché il potere decisionale è altrove. Tutto il dualismo del regime iraniano, di cui i mass media occidentali sono tanto ammaliati, ha un punto fermo in comune: la conservazione del regime teocratico a qualsiasi costo.
È evidente che il regime ha giocato tutte le sue carte ma senza risultato. Ora percorre una seria crisi di sussistenza. La spesa di duemila miliardi di dollari per il progetto nucleare è oggi solo un cappio al collo. Il secondo cappio è lo strategico stretto di Hormuz che ogni giorno perde importanza: vi transita oltre il 50 per cento del petrolio, ma quello del regime è l’unico a non poter passare.
La narrazione del regime dei mullà, ripetuta ancora dai mass media occidentali, viene sbiadita dall’inflazione a tre cifre e dalla svalutazione della moneta nazionale: per comprare un dollaro, servono oltre 2 milioni rial, mentre nel 1979 ne bastavano settanta. Il regime del velayat‑e faghih può festeggiare perché non è, ancora, stato rovesciato, ma il tempo gli corre contro. Deve affrontare una somma di crisi in ogni campo: deve fronteggiare una popolazione ridotta sul lastrico e una resistenza organizzata con le sue Unità di resistenza in tutto il Paese. Deve misurarsi con una generazione giovane su cui la repressione produce l’effetto opposto a quello voluto, incoraggiandola nella lotta per spazzarlo via. La palla è nel campo del regime dei mullà, ma non sa che farsene. È in un cul‑de‑sac: i nodi sono arrivati al pettine.
di Esmail Mohades