martedì 1 settembre 2026
Non c’erano colonne di carri armati ad aprire la parata, né lunghe formazioni di soldati inquadrati lungo Khreshchatyk. Al loro posto avanzavano sistemi robotici terrestri, mentre sul Dnipro sfilavano imbarcazioni senza equipaggio e nel cielo di Kyiv volavano droni da bombardamento e intercettori. La scorsa settimana, in occasione del 35° anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, Kyiv ha scelto di mostrare qualcosa di molto diverso dalla tradizionale rappresentazione della potenza militare. Per la prima volta nella storia del Paese è stata organizzata una parata interamente dedicata ai sistemi senza equipaggio, aerei, terrestri e navali. Quasi cento sistemi d’arma di produzione ucraina hanno offerto una fotografia sintetica di quanto profondamente la guerra di aggressione russa abbia trasformato le Forze armate e, insieme ad esse, l’intera industria della difesa nazionale. L’immagine probabilmente più significativa è stata quella dei trenta veicoli terrestri senza equipaggio che hanno percorso in formazione una delle principali arterie della capitale. Non erano prototipi destinati alle esposizioni, ma strumenti già utilizzati quotidianamente sul campo di battaglia. Alcuni sono armati con mitragliatrici pesanti; altri svolgono missioni di ricognizione, trasportano munizioni, viveri ed equipaggiamenti, rimuovono mine e, soprattutto, evacuano i feriti dalle zone esposte al fuoco russo. Dall’inizio del 2026 i sistemi robotici terrestri ucraini hanno già eseguito oltre 66mila missioni. Il Ministero della Difesa ne ha contrattati più di 22mila soltanto quest’anno, quasi il doppio rispetto all’intero 2025. Dietro questi numeri vi è una trasformazione che va ben oltre l’introduzione di un nuovo sistema d’arma: quando una macchina può raggiungere una posizione sotto il fuoco avversario trasportando alcune centinaia di chilogrammi di materiale, oppure recuperare un ferito senza esporre altri militari, il vantaggio non si misura soltanto in termini di efficienza operativa. Si misura soprattutto nelle vite che non devono essere rischiate.
La stessa logica vale per il dominio marittimo. Sul Dnipro sono comparsi nove mezzi di superficie senza equipaggio, eredi tecnologici di quei droni navali che negli ultimi anni hanno contribuito a modificare radicalmente l’equilibrio nel Mar Nero. L’Ucraina, che non disponeva di una flotta paragonabile a quella russa, ha dimostrato come piattaforme relativamente economiche, utilizzate in maniera innovativa e coordinate con intelligence, sorveglianza e attacchi a lunga distanza, possano costringere una forza navale convenzionalmente superiore a modificare le proprie modalità operative e persino ad arretrare parte dei propri assetti. I mezzi presentati a Kyiv possono svolgere ricognizione e pattugliamento, attaccare obiettivi navali e, in alcuni casi, fungere essi stessi da piattaforme per il lancio di altri droni. Non si tratta più, dunque, di sistemi isolati, ma di un vero ecosistema nel quale piattaforme aeree, terrestri e navali si integrano progressivamente tra loro. È probabilmente questo il significato più importante della parata di Kyiv. Per decenni il drone è stato considerato un moltiplicatore di capacità inserito all’interno di strutture militari sostanzialmente tradizionali. L’esperienza ucraina sta mostrando qualcosa di diverso: i sistemi senza equipaggio stanno diventando parte strutturale dell’architettura delle forze. Nel 2024 l’Ucraina è stata il primo Paese a istituire una specifica componente delle proprie Forze armate dedicata ai sistemi senza equipaggio. Oggi quella decisione appare meno una curiosità organizzativa e sempre più l’anticipazione di un processo destinato a interessare molte altre forze armate. Il drone non sostituisce integralmente l’artiglieria, il carro armato, il fante o l’aereo da combattimento. Cambia però il modo in cui tutti questi strumenti vengono impiegati, riducendo i tempi tra individuazione e ingaggio del bersaglio e portando sensori ed effetti in aree nelle quali fino a pochi anni fa sarebbe stato necessario esporre direttamente uomini e piattaforme molto più costose.
La trasformazione è anche industriale. L’Ucraina è entrata nella guerra su larga scala del febbraio 2022 con un settore della difesa ancora fortemente legato alla propria eredità sovietica. Quattro anni e mezzo più tardi dispone di un ecosistema tecnologico nel quale imprese, start-up, militari e strutture statali sviluppano e modificano sistemi sulla base dell’esperienza raccolta quasi quotidianamente al fronte. Il ciclo tra necessità operativa, progettazione, sperimentazione e produzione si è drasticamente accorciato. Secondo il Ministero della Difesa, il 95 per cento dei droni acquistati per le Forze di difesa è ormai prodotto in Ucraina. Nei primi sei mesi del 2026 sono stati inoltre sottoscritti contratti per sistemi senza equipaggio per oltre 333 miliardi di grivne, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È un dato che racconta meglio di molte dichiarazioni quanto i droni siano passati dalla condizione di soluzione emergenziale a quella di componente centrale dello strumento militare ucraino. Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare quanto avviene in Ucraina nella previsione di una guerra futura combattuta esclusivamente da macchine. Il campo di battaglia continua ad avere bisogno di fanteria, artiglieria, mezzi corazzati, difesa aerea, guerra elettronica, aviazione e capacità logistiche. Ma la distinzione tra sistemi tradizionali e sistemi senza equipaggio sta progressivamente perdendo significato. Questi ultimi penetrano ormai in quasi ogni funzione: osservano, identificano, trasportano, disturbano, colpiscono, intercettano ed evacuano. E mentre aumentano le capacità dei droni, cresce inevitabilmente anche l’importanza delle contromisure elettroniche, degli intercettori e dei sistemi autonomi destinati a combattere altri sistemi autonomi. Il Ministero della Difesa ucraino ha comunicato che dall’inizio del 2026 le proprie forze hanno neutralizzato oltre 260mila Uav russi, una cifra che restituisce le dimensioni raggiunte da questa nuova dimensione dello scontro.
Per gli alleati occidentali la parata di Kyiv dovrebbe quindi rappresentare qualcosa di più di una manifestazione celebrativa. L’Ucraina possiede oggi un patrimonio di esperienza operativa che nessun Paese della Nato potrebbe ottenere attraverso esercitazioni, simulazioni o programmi sperimentali. Ogni soluzione tecnologica viene sottoposta alla verifica più severa possibile: quella di un campo di battaglia nel quale l’avversario osserva, interferisce, modifica le proprie tattiche e sviluppa continuamente contromisure. Un sistema efficace oggi può diventare vulnerabile poche settimane dopo. La capacità decisiva non è quindi soltanto produrre una buona tecnologia, ma essere in grado di modificarla prima che il nemico riesca a neutralizzarla. È forse questa la lezione più preziosa che Kyiv può offrire ai propri partner. La parata della scorsa settimana, organizzata in occasione del 35° anniversario dell’indipendenza ucraina, ha quindi avuto un significato che andava molto oltre la celebrazione nazionale. In passato, le parate militari servivano soprattutto a mostrare quanti uomini, carri armati e missili uno Stato fosse capace di schierare. A Kyiv è stata mostrata una concezione differente della forza: meno uomini esposti, più sensori, piattaforme distribuite, robotica, software e capacità di colpire a distanza. Non era la rappresentazione di una guerra futura immaginata in laboratorio. Era la fotografia di una trasformazione già in corso sul campo di battaglia ucraino e che molte forze armate occidentali dovranno studiare attentamente se vogliono essere preparate alle guerre di domani.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)