giovedì 27 agosto 2026
Dalla Primavera araba in poi, gli islamisti marocchini non sono riusciti a proporre un credibile programma di governo. Hanno invece trascorso anni a convincere i giovani marocchini che il loro Paese non ha futuro.
Per lungo tempo, la retorica islamista in Marocco ha dipinto l’Europa come una sorta di terra promessa: un luogo dove il welfare è inesauribile, le opportunità sono ovunque e la prosperità è a portata di mano. L’obiettivo era minare la fiducia nelle istituzioni marocchine e spingere i giovani a lasciare il Paese.
Queste forze hanno continuato a esercitare il potere dopo le riforme costituzionali del 2011 introdotte sull’onda della Primavera araba. La loro esperienza di governo ha prodotto un’economia stagnante, promesse rimaste disattese e un’opinione pubblica che ha progressivamente perso fiducia. Da allora, il copione è sempre lo stesso, mentre il Marocco viene dipinto come uno Stato fallito. Ai giovani marocchini viene indicata la via del jihad e si alimenta un atteggiamento di scontro con l’Occidente. Anno dopo anno, l’obiettivo è stato spegnere l’entusiasmo di un’intera generazione, convincendola soprattutto di una cosa: il proprio Paese non ha futuro.
Qualunque siano i problemi del Marocco, la nazione non è al collasso. Non c’è una guerra, né un fallimento dello Stato, e nemmeno un cedimento delle istituzioni. Il processo di sviluppo prosegue, sostenuto da alcuni dei più imponenti progetti infrastrutturali e industriali della storia moderna del Marocco. La stessa corrente ideologica alimenta anche la tesi secondo cui il Marocco starebbe cercando di “riconquistare terre musulmane” attraverso Ceuta e Melilla. In realtà, nessun governo marocchino ha mai avanzato una simile rivendicazione alle Nazioni unite. Un leader islamista marocchino ha però sostenuto pubblicamente che il Paese “deve prima o poi tornare a controllare Ceuta e Melilla”.
Proiettando questa posizione sullo Stato e ignorando dichiarazioni e comportamenti ufficiali, gli attivisti islamisti costruiscono una parvenza di legittimità per una campagna volta a indebolire l’autorità dello Stato e ad amplificarne il messaggio online, nel tentativo di ottenere sostegno a livello globale. Anche i rapporti del Marocco con Israele e gli Stati Uniti vengono così trasformati in un’arma, presentati come la prova che lo stesso governo sia privo di legittimità. Il Marocco resta un Paese in via di sviluppo. Le difficoltà sociali ed economiche sono reali e persistono. Ma descrivere la nazione come un luogo senza speranza non aiuta nessuno. In pratica, questa narrazione finisce per favorire soprattutto due categorie: chi cerca di giustificare la migrazione illegale e chi mira a delegittimare lo Stato marocchino.
Contrariamente alle teorie complottiste che circolano online, il Marocco non ha nulla da guadagnare dagli attraversamenti incontrollati della frontiera. Quanto è accaduto di recente appare molto meno come un’operazione orchestrata dallo Stato e molto più come il risultato di un coordinamento online e di movimenti di massa. Gruppi su Facebook hanno coordinato afflussi di massa verso le città di confine, mentre una selezione di video mostrava agenti della polizia stradale, la cui autorità è limitata a precise competenze previste dalla legge, accanto a immagini di auto e autobus diretti verso nord. Il tutto è stato poi rielaborato per sostenere la tesi secondo cui “dietro tutto questo ci sarebbe il Marocco”.
Quella narrazione online ometteva però le immagini delle forze di sicurezza marocchine impegnate a respingere gli attraversamenti, dispiegate a Nador, Tangeri e nelle aree circostanti, così come il fatto che lo stesso Marocco aveva sospeso il servizio ferroviario per rallentare il flusso. Le reti criminali cercavano di mettere in crisi la risposta delle autorità corrompendo le persone e spingendo il maggior numero possibile di individui a muoversi simultaneamente. Alla fine, il Marocco ha mobilitato l’esercito in diverse città.
La verità è che il Marocco è a sua volta sottoposto a una forte pressione migratoria proveniente dal Sahel. Solo nel 2025, le autorità hanno intercettato 73.640 tentativi di ingresso irregolare, mentre oggi i cittadini dell’Africa subsahariana costituiscono quasi il 60 per cento della popolazione straniera residente nel Paese. Il caos degli ultimi giorni non fa che aggravare la posizione del Marocco, anziché favorirla: quando si diffonde la percezione di una frontiera aperta o fuori controllo, il Paese finisce per attirare ancora più rifugiati e migranti irregolari, accrescendo ulteriormente un peso che è già considerevole.
Oggi le voci islamiste ribaltano la realtà e accusano il governo marocchino di aver orchestrato l’intera vicenda. Molte organizzazioni non governative, comprese quelle europee vicine a gruppi islamisti, hanno contribuito ad alimentare questa falsità, bollando il Marocco come un “proxy sionista”. Una tesi che ignora il fatto che la posizione di Rabat sulla guerra a Gaza non è affatto favorevole a Benjamin Netanyahu: il Marocco ha ripetutamente condannato le operazioni militari israeliane e le violazioni del cessate il fuoco, chiesto una cessazione immediata e duratura delle ostilità, reclamato un accesso umanitario senza restrizioni e ribadito il sostegno a una soluzione a due Stati, con Gerusalemme Est come capitale di uno Stato palestinese. Anche la tempistica non è casuale: le elezioni politiche si terranno a settembre e gli ambienti islamisti sanno bene che il caos alla frontiera, amplificato sui social, può destabilizzare la narrazione del governo uscente alla vigilia del voto.
Il Marocco è inoltre penalizzato dalle scelte politiche della Spagna guidata dal premier Pedro Sánchez. Per gestire efficacemente i flussi migratori serve reciprocità. Rabat si fa carico della presenza sul territorio, dei pattugliamenti, delle intercettazioni e della sorveglianza lungo l’intero perimetro terrestre e marittimo. La Spagna, invece, destina risorse molto più limitate alla prevenzione: circa 60 milioni di euro (98,7 milioni di dollari) l’anno alle misure volte a impedire gli arrivi irregolari, a fronte di oltre 1,8 miliardi di euro annui destinati all’accoglienza e all’assistenza dei migranti irregolari. Un piano pluriennale da 711 milioni di euro varato dal governo spagnolo per Ceuta e Melilla, fino al 2026, ha destinato la maggior parte dei fondi all’istruzione, ai servizi sociali e allo sviluppo economico, piuttosto che alla sicurezza delle frontiere in senso stretto.
Questo squilibrio strutturale rende insostenibile l’approccio spagnolo, che rischia di creare ulteriori incentivi agli ingressi irregolari anziché ridurli. Una volta che una persona entra in territorio spagnolo, compresa Ceuta, il Marocco non ha alcun titolo giuridico per intervenire e procedere al suo rimpatrio. Quest’ultimo episodio finirà per avvantaggiare soprattutto gli islamisti che vogliono vedere fallire l’Europa e, insieme a essa, il Marocco, da loro bollato nella propria propaganda come uno Stato “sionista”. Ogni crisi che esaspera la polarizzazione, indebolisce i governi europei e rafforza la narrazione di un Marocco al collasso fa avanzare il progetto ideologico che perseguono da anni.
(*) Tratto da Hudson Institute
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
di Zineb Riboua (*)