La nuova Siria spegne le speranze di autonomia dei curdi

mercoledì 26 agosto 2026


La “questione Kurdistan” scuote l’area della Mesopotamia da oltre un secolo; una regione del Vicino Oriente che è stata privata dalla miope diplomazia franco-britannica, dell’unica realtà statale che aveva caratteristiche culturali, linguistiche e sociali omogenee. Un comunità, quella curda, che affonda le radici in alcuni secoli prima di Cristo, ma che con il famigerato patto Sykes-Picot, redatto segretamente nel 1916 ma reso noto nel 1919, ha privato, nel quadro della dissoluzione dell’Impero Ottomano, i curdi di un proprio Stato. Un errore storico che ha diviso, quello che sarebbe dovuto essere il Kurdistan, tra Siria, Iran, Iraq e Turchia, e che oggi si ritrova a tratteggiare una criticità regionale dalla difficile soluzione. Così dopo che gli Stati Uniti nell’agosto del 2021 hanno lasciato, dopo 20 anni,  l’Afghanistan ai Talebani facendo piombare il Paese e il mondo femminile in particolare, nell’abisso della disperazione, repentinamente nel 2025 hanno interrotto la collaborazione militare con le forze curde che da allora hanno contratto le loro aree di controllo a favore delle forze armate siriane coordinate dell’ex jihadista, oggi presidente della Siria, Ahmed al-Sharaa.

Va ricordato che senza i combattenti curdi, donne e uomini, lo Stato Islamico nel 2017 non sarebbe stato sconfitto. L’Isis ha rappresentato e tutt’oggi rappresenta nella sua parcellizzazione, una delle forme più tossiche del jihadismo. Un sistema islamista che aveva l’obiettivo di trasformare il Medio e Vicino oriente in un califfato con il jihad come forma di espansione, e che ha prodotto una modalità operativa e aggregativa che sta diffondendosi nell’area del Sahara e del Sahel. Senza il sacrificio dei curdi siriani soprattutto, i jihadisti dello Stato islamico avrebbero governato sicuramente per più tempo e con maggiore violenza.

I Rojava, ovvero i curdi dell’area occidentale, dopo avere cacciato dalla città di  Kobane gli islamisti carnefici dell’Isis, contavano di consolidare ed estendere la loro autonomia nella regione siriana, ma un'altra operazione a trama statunitense che ha avuto il sigillo a gennaio, ha fatto infrangere le loro speranze. Infatti il 30 gennaio, con l’avallo di Washington, è stato siglato un accordo di integrazione nello Stato siriano delle Forze democratiche siriane, Sdf (curdi, arabi e assiro-siriaci), quindi dell'Amministrazione autonoma del Nord e dell’Est della Siria. Una convenzione che di fatto ha dato il via alla perdita dell’autonomia dei territori controllati dai curdi nel nord e nel nord-est della Siria. Così il 20 agosto il generale curdo Mazloum Abdi, capo delle Sdf, ha annunciato che una prima fase di integrazione era stata conclusa, ma che la lotta continuerà affinché i diritti legittimi del popolo curdo siano sanciti nella Costituzione siriana, aggiungendo che il Parlamento siriano dovrà ratificare quanto auspicato entro cinque anni, ovvero il tempo previsto per il primo periodo di transizione.

Comunque, dopo l’entrata in vigore dell’accordo, le forze di Damasco sono entrate nella città di Qamishliyeh dove hanno preso il controllo dei giacimenti petroliferi strategici e dell’aeroporto, e nella città di Hassakeh.

Di fatto, dopo quasi 12 anni di guerra, il popolo curdo ha visto infrangersi, per ora, il sogno di autonomia nel Rojava nel nord del Paese; l’incorporazione delle istituzioni civili e militari curde dell’Amministrazione autonoma del Nord e dell’Est della Siria, nelle istituzioni statali damascene sarà anche sancito, tuttavia oltre che essere il processo di annessione, perché di questo si tratta, lungo e problematico, la forte instabilità regionale, anche a medio termine, non da garanzia di riuscita. Va anche ricordato che l’accordo di gennaio fu sottoscritto tra il generale curdo Abdi e il presidente Al-Sharaa, ed è arrivato dopo pesanti scontri tra le rispettive forze militari; scontri che hanno fatto perdere ai curdi vaste aree sotto loro controllo nel nord e nel nord-est ricchi di giacimenti di petrolio da loro gestiti.

Tuttavia vanno evidenziate alcune condizioni, iniziando dal fatto che i curdi prima della salita al potere di al-Sharaa, contavano almeno 100mila combattenti, oltre l’aiuto strategico e logistico statunitense, venuto a mancare quando Washington ha deciso di sostenere il nuovo presidente nell’ottica di una visione strategica regionale. I curdi persero così quasi la totalità dei combattenti arabi in organico tra le fila curde, che passarono con le autorità di Damasco, riducendo le forze curde alla metà. Inoltre i curdi siriani avevano esteso il loro “progetto” anche ai curdi, donne e uomini combattenti, turchi, iracheni e iraniani che si erano alleati con le Sdf; ora queste realtà sono tornate nei propri territori. Prima dell’inizio della guerra civile siriana, 2011, i curdi costituivano circa il quindici percento della popolazione del Paese, e sotto gli Assad avevano subito persecuzioni ed emarginazione; non potevano celebrare le proprie festività, o praticare le proprie tradizioni, e nemmeno insegnare la propria lingua, oltre che a migliaia di curdi fu revocata la cittadinanza.

Ora l’ex jihadista Ahmed al-Sharaa, dopo l’accordo di gennaio ha decretato con atti presidenziali il riconoscimento dei diritti nazionali dei curdi, accreditando il curdo come lingua nazionale, una concessione che non ha precedenti dal 1946, data dall'indipendenza della Siria. Inoltre a febbraio al-Sharaa ha nominato un ufficiale curdo di Qamishliyeh, Nour Al-Din Ahmad Issa, come governatore del governatorato di Hassakeh, e il mese successivo Sipan Hamo, un altro autorevole ufficiale curdo, viceministro della difesa per la regione orientale.

La questione che maggiormente potrebbe essere frutto di riflessioni e che le Forze democratiche siriane erano addestrate ed organizzate ed hanno dimostrato la loro efficienza e la capacità aggregativa, nonché la disponibilità nell’appoggiare l’occidente nelle crisi dell’area, e nella nuova realtà statale siriana potevano fungere da prototipo in un contesto dove le minoranze non mancano. Ma in realtà l’integrazione delle Sdf nelle forze armate siriane sancisce la fine delle speranze curde di poter gestire il proprio territorio nella nuova Siria; ma questo finché i calcoli strategici degli attori della geopolitica, compresi i traditori del popolo curdo, non avranno altri obiettivi.


di Fabio Marco Fabbri