Una nuova coalizione presto in guerra contro gli Houthi

venerdì 31 luglio 2026


L’Arabia Saudita sta cercando di costruire una coalizione internazionale per proteggere la navigazione nel Mar Rosso dagli attacchi Houthi.
Il 20 luglio 2026, infatti, il clan yemenita degli Houthi ha dichiarato il blocco della navigazione contro l’Arabia Saudita (e Israele).
L’Arabia sta organizzando una reazione, discutendo con molte nazioni. Al-Monitor precisa che Riad avrebbe già esteso l’invito a circa 50 Paesi con l’obiettivo di riportare la sicurezza nello stretto Bab al-Mandeb, ma nulla è definito in uno stretto il cui nome arabo significa “Lamento Funebre”, funesto presagio di una antica e pericolosa navigazione tra Aden e l’africana Gibuti, ma adesso simbolo della non meno pericolosa navigazione delle petroliere da Oriente verso Occidente.  

Tra gli invitati vi sarebbero Stati Uniti, Egitto, Pakistan, Turchia, Qatar, Bahrein, Kuwait, Gibuti, Somalia e Sudan.
In realtà i sauditi sono in guerra contro gli Houthi dal 2015 a oggi. Resta un mistero l’incapacità di sconfiggere un clan familiare molto piccolo.

Nel marzo 2015 inizia l’Operazione “Decisive Storm”. La guerra scoppiò dopo i ripetuti appelli del presidente yemenita Hadi (sunnita come la grande maggioranza degli yemeniti, ma cacciato dalla capitale Sana’a proprio dagli Houthi).
Cominciarono i raid aerei, con un contingente di terra molto limitato e un blocco navale. Lo stesso errore di Donald Trump contro l’Iran: limitarsi ai bombardamenti non dà la vittoria. Si distrugge un territorio ma non si pianta nessuna bandiera. Nella coalizione del 2015 facevano parte altri nove Stati arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, Egitto, Giordania, Marocco e Sudan (il Qatar -legato all’Iran in parte- uscì nel 2017). Si aggiunsero poi Eritrea e Pakistan. C’era poi il solito “appoggio politico” (cioè nessun appoggio concreto) da parte di Regno Unito, Francia e Canada.

Un mese dopo finiva la fase degli attacchi aerei, ma di fatto fino al 2018 la guerra entrò in fase di stallo. I sauditi in effetti capivano che la formazione di un microstato sciita nel Mar Rosso poteva isolare tutta la penisola arabica e la vendita di petrolio. Nel 2017 l’ex presidente yemenita Saleh cercò un riavvicinamento con l’Arabia ma venne ucciso dagli stessi Houthi, i quali rinforzarono il controllo nelle loro aree dello Yemen del nord. Anche Abu Dhabi si allontanò dalla errata governance bellica saudita.
Nel 2022 è entrata in vigore una tregua Onu, che sanciva la situazione di stallo già in atto. Lo scontro tornò a emergere dal 2023, spostandosi sul mar Rosso, dopo il 7 ottobre e la conseguente guerra di Gaza.
Ma nel luglio 2026 tutto salta in aria, in concomitanza con la seconda fase dell’attacco all’Iran.
I morti nel 2017 (stime Onu) erano relativamente pochi (8000), ma poi arrivarono in tutto lo Yemen epidemia di colera, carestia, esodo della popolazione.

Perché la prima guerra contro gli Houthi è fallita?
- Gli Houthi sono “poche migliaia”.
Il numero di combattenti del clan Houthi era ristretto, ma il movimento da loro costruito coinvolgeva gran parte della popolazione zaydita del nord (vedi infra), mobilitata con leve forzate e reclutamento minorile secondo Human Rights Watch e altre Ong.
- L’alleanza − decisiva nei primi anni − con l’esercito regolare yemenita rimasto fedele all’ex presidente Saleh.
- Il terreno gioca a loro favore. Saada e le montagne dello Yemen del nord sono un territorio da manuale della guerriglia: impervio, diviso in vallate, ideale per imboscate. Con gli aerei non si conquistano territori.
- Una coalizione divisa, senza comando unico. Gli Emirati sostenevano il Consiglio di Transizione del Sud (Stc) e le forze di Tareq Saleh contro Hadi e Islah. Anziché rafforzare il governo yemenita, gli Emirati hanno minato gli obiettivi sauditi sostenendo milizie rivali come lo Stc, che punta alla secessione del sud.

- Il boomerang del blocco e dei bombardamenti. La guerra ha causato oltre 375.000 morti, in gran parte per fame dovuta al blocco navale a guida saudita, e i raid aerei hanno colpito ripetutamente ospedali, scuole e infrastrutture idriche. Questo ha prodotto nella popolazione un risentimento anti-saudita.
- Il fattore iraniano. Dal 2015 in poi il crescente afflusso di missili balistici, droni e tecnologia iraniana ha permesso a un piccolo clan di colpire il territorio saudita (aeroporti, le grandi raffinerie Aramco, etc.).

STORIA DI UN CLAN E DI UNA ENCLAVE SCIITA NELLA PENISOLA ARABICA

Gli Houthi non sono una “tribù” in senso stretto, ma piuttosto un clan/famiglia (gli al-Houthi) che ha guidato un movimento di radicalizzazione religiosa nato tra gli zayditi, un ramo dello sciismo radicato da secoli nello Yemen del nord, nella provincia di Saada. Gli zayditi costituiscono circa il 35 per cento della popolazione yemenita.  Un imamato zaydita ha governato lo Yemen per mille anni prima di essere rovesciato nel 1962; da allora questa componente, privata del potere politico, non ha più avuto peso politico nello Yemen. Gli Houthi restano una minoranza anche all’interno dello zaidismo. Le stime parlano di appena il 2 per cento della popolazione yemenita: non tutti gli zayditi si riconoscono nel movimento.
È importante un punto dottrinale: lo zaidismo è storicamente il ramo dello sciismo più vicino al sunnismo (per pratiche giuridiche e teologia), quindi l’etichetta “sciita” va maneggiata con cautela. La vicinanza dottrinale con lo sciismo duodecimano iraniano non era scontata, ma è stata superata proprio “grazie” agli Houthi. Qualcosa di simile è successo con la setta sciita alawita degli Assad che ha governato (e straziato) la Siria, pur essendo una minoranza.

La radicalizzazione (anni ‘80-2004)
Secondo diverse fonti come il Wilson Center, il clan Houthi avviò un movimento di recupero delle tradizioni zaydite, sentendosi minacciato dai predicatori salafiti finanziati dallo Stato saudita radicatisi nelle aree houthi. Il veicolo organizzativo fu il gruppo di studio “Believing Youth” (Union of the Believing Youth), fondato nel 1986 da religiosi zayditi e concentrato sulla rivoluzione iraniana. Anche in questo caso corre l’obbligo di ricordare la nefasta esperienza degli “studenti” taliban in Afganistan, con una radicalizzazione in quel caso sunnita. Del resto negli anni ’80 e ’90 Arabia e Iran sono entrati in concorrenza in tutta l’Africa, alla conquista di popolazioni non musulmane, prima, e poi con la radicalizzazione realizzata con le madrasse e le “scuole islamiche” gratuite (fonte: Amir Taheri).

Il network sciita Houthi garantiva educazione religiosa, welfare sociale e una forte identità, tanto che fu sostenuto inizialmente dal governo centrale di Sana’a. Hussein al-Houthi e il padre Badr al-Din presero il controllo del gruppo radicalizzandolo, grazie alla frustrazione popolare contro la corruzione e inefficienza del governo, senza contare il risentimento per la perdita del governo degli zayditi dopo il 1962.

Il centro sul Medio Oriente Merip ricorda che il legame con l’Iran, agli inizi, era più intellettuale che materiale. Tuttavia Badr al-Din al-Houthi aveva studiato a Qom in Iran ed era rimasto profondamente influenzato da Khomeini, come risulta nel manifesto del movimento (lo “Scream”, con la formula anti-Usa e anti-Israele).

La rivolta e le guerre di Saada (2004-2010)
Nel 2004, dopo un tentativo del governo yemenita di arrestare Hussein al-Houthi, il movimento lanciò una ribellione armata. Hussein fu ucciso poco dopo e tra il 2004 e il 2010 il movimento combatté sei conflitti contro il governo, note come le “Guerre di Saada”.

La svolta: dalle Primavere arabe alla guerra civile. L’Iran come sponsor concreto (2011-2015)
Il salto di qualità nel legame con Teheran avviene dopo il 2011. Le proteste della primavera yemenita destabilizzano il regime di Saleh, che cade nel 2012; nel 2014 gli Houthi −in un’alleanza opportunistica con l’ex nemico Saleh − occupano Sana’a. Presero il controllo della capitale nel settembre 2014 e di gran parte dello Yemen del nord entro il 2016. A quel punto, dopo l’intervento saudita-emiratino del 2015, il sostegno iraniano diventa sistematico: il Wilson Center, citando funzionari sauditi e occidentali, parla di rifornimenti di armi da parte di Iran ed Hezbollah.

Nel 2025 l’amministrazione Trump ha designato gli Houthi come organizzazione terroristica e ha condotto una campagna di bombardamenti. Oggi quello Houthi è un attore strategico autonomo, che si allinea a Teheran quando conviene, ma intanto segue anche gli sviluppi di un’agenda propria sul futuro di tutto lo Yemen.


di Paolo Della Sala