venerdì 31 luglio 2026
Dalla Magna Charta al Bill of Rights, sono trascorsi otto secoli di lotte contro l’assolutismo, le quali hanno contribuito a costruire il modello della democrazia parlamentare moderna. L’Inghilterra non ha inventato soltanto il Parlamento, ma, altresì, forgiato un principio destinato a trasformare il mondo, ossia che anche il potere sovrano deve essere sottoposto alla legge. La lunga vicenda in oggetto è stata contraddistinta da guerre civili, rivoluzioni, interessi economici e nuove classi sociali che ha segnato la nascita dello Stato costituzionale. Dietro le istituzioni parlamentari contemporanee si nasconde una lunga storia di conflitti e trasformazioni.
La nascita del Parlamento inglese non fu il risultato di un progetto astratto di democrazia, ma il frutto di uno scontro concreto tra la volontà dei monarchi di esercitare un potere assoluto e la crescente richiesta dei ceti rappresentati di partecipare alle decisioni fondamentali dello Stato. La prima crepa nel principio dell’autorità illimitata del sovrano risale al 1215, quando il re Giovanni Senza Terra fu costretto dai baroni inglesi a concedere la Magna Charta Libertatum. Quel storico documento, nato da una crisi politica e militare, conteneva un principio destinato a rivoluzionare la storia europea, perché il re non era più al di sopra della legge, ma doveva rispettare regole e vincoli giuridici.
Nel XIII secolo il sistema rappresentativo iniziò progressivamente a prendere forma e in particolare nel 1265, Simon de Montfort convocò un’assemblea con la partecipazione non solo della nobiltà e del clero, ma anche dei rappresentanti delle città e delle contee. Nel 1295 Edoardo I convocò il cosiddetto “Model Parliament”, considerato il modello di riferimento per il successivo sviluppo dell’istituzione parlamentare inglese. Tuttavia, il suddetto Parlamento medievale inglese non era ancora un organo democratico moderno, esso rappresentava soprattutto uno strumento di consultazione del sovrano, chiamato a esprimere consenso, in particolare, sulle questioni fiscali.
Però, proprio il tema delle tasse divenne il terreno sul quale il Parlamento iniziò ad acquisire un potere sempre maggiore, in quanto nessun re poteva governare stabilmente senza il consenso dei rappresentanti del regno. La vera battaglia per la supremazia parlamentare si combatté nel Seicento e il contrasto tra Carlo I e il Parlamento riguardò la natura stessa dello Stato. Il sovrano sosteneva il principio del diritto divino della monarchia, mentre il Parlamento rivendicava il principio secondo cui il potere doveva essere esercitato nel rispetto delle leggi. Pertanto, la crisi sfociò nella guerra civile del 1642-1649 e le forze parlamentari guidate da Oliver Cromwell sconfissero l’esercito reale, portando alla condanna a morte di Carlo I.
Il 30 gennaio 1649 un re europeo veniva giustiziato dopo un processo politico e questo rappresentò un evento destinato a scuotere le monarchie dell’intero continente. Dopo la parentesi repubblicana e la restaurazione monarchica, il conflitto tra Corona e Parlamento trovò una soluzione definitiva con la Glorious Revolution del 1688. La deposizione di Giacomo II e l’ascesa di Guglielmo III e Maria II segnarono il passaggio decisivo verso una monarchia parlamentare. Tutto ciò finora esposto conferma in modo apodittico che la rivoluzione inglese fu una rivoluzione nata da istanze pragmatiche, per ragioni prettamente economiche, mentre la successiva rivoluzione francese sorse per ragioni politiche e quindi ideologiche.
In seguito, nel 1689 il Bill of Rights stabilì limiti precisi al potere del sovrano, affermando il ruolo centrale del Parlamento e la rivoluzione politica fu accompagnata da una profonda trasformazione sociale ed economica. Infatti, nel Settecento la crescita della gentry, la classe dei proprietari terrieri influenti ma non appartenenti all’aristocrazia maggiore, rafforzò il ruolo dei ceti emergenti nella vita pubblica. Inoltre, parallelamente, il fenomeno delle enclosures modificò radicalmente il mondo agricolo, perché le terre comuni vennero progressivamente privatizzate, aumentando la produttività e creando di conseguenza anche una massa di lavoratori senza proprietà, destinata ad alimentare le città industriali. Queste trasformazioni contribuirono alla nascita della Rivoluzione industriale inglese e alla formazione di una nuova società fondata sulla produzione, sul commercio e sul lavoro salariato. In sostanza, il Parlamento divenne il luogo nel quale si incontravano interessi economici, esigenze sociali e decisioni politiche.
L’esperienza inglese influenzò profondamente il pensiero liberale europeo, in particolare il pensiero di John Locke, che individuò nel sistema britannico un modello fondato sulla separazione dei poteri, sulla tutela dei diritti individuali e sulla necessità di impedire ogni concentrazione assoluta dell’autorità. La lezione della storia inglese è ancora oggi attuale, ossia che le libertà politiche non nascono automaticamente, ma sono il risultato di un equilibrio costruito nel tempo tra potere e controllo, autorità e rappresentanza. Al postutto, il Parlamento inglese rappresenta uno dei primi esempi, nella storia moderna, di quel principio destinato a diventare universale, secondo il quale lo Stato è forte non quando il potere è illimitato, ma quando il potere è sottoposto alla legge e quindi al rispetto della libertà individuale.
di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno