lunedì 20 luglio 2026
Ogni volta che si discute dell’esclusione degli atleti russi dalle competizioni internazionali, riemerge puntualmente la stessa obiezione: gli sportivi non sarebbero responsabili delle decisioni di Vladimir Putin e non dovrebbero pagare per una guerra sulla quale non hanno alcun controllo. Il ragionamento potrebbe apparire convincente se applicato a una normale democrazia, nella quale le federazioni sportive operano autonomamente e gli atleti sono liberi di prendere le distanze dal governo. Applicato alla Russia, però, ignora deliberatamente la natura del sistema sportivo costruito dal Cremlino. In Russia lo sport professionistico non è semplicemente un’attività civile finanziata da sponsor e società private. È parte integrante dell’apparato statale. Molti atleti ricevono stipendi pubblici, appartengono a club legati alle Forze armate o agli organismi di sicurezza e, in alcuni casi, possiedono formalmente gradi militari. Il Cska non è una normale società sportiva: il suo nome significa Club sportivo centrale dell’Esercito. La Dynamo nasce invece all’interno dell’apparato di sicurezza sovietico e conserva ancora oggi profondi collegamenti con le strutture dello Stato. Non si tratta soltanto di denominazioni ereditate dal passato, ma di un sistema nel quale lo sport di vertice, le istituzioni militari e il potere politico continuano a sovrapporsi. Secondo il Consiglio d’Europa, gli atleti russi e bielorussi di alto livello ricevono spesso stipendi statali e fanno parte di squadre sportive militari.
Lo stesso organismo ha osservato come qualunque successo ottenuto da questi atleti possa essere facilmente trasformato dalla propaganda russa in una dimostrazione della forza e della legittimità del regime. Parlare indistintamente di “atleti civili”, quindi, significa applicare alla Russia categorie che appartengono alle società democratiche occidentali. Un atleta inserito nell’organico di un club militare, retribuito dallo Stato e premiato dalle autorità russe non si trova completamente al di fuori del sistema politico. Ne rappresenta, consapevolmente o meno, una delle manifestazioni più visibili. Questo non significa attribuire una responsabilità penale o morale collettiva a ogni cittadino russo. L’esclusione dalle competizioni internazionali non deve essere interpretata come una punizione fondata sull’origine nazionale, ma come una misura rivolta contro le istituzioni di uno Stato che continua a condurre una guerra di aggressione. Non occorre dimostrare che ogni singolo nuotatore, sciatore o ginnasta russo abbia personalmente approvato l’invasione. È sufficiente riconoscere che il sistema sportivo al quale appartiene viene finanziato, organizzato e utilizzato dallo stesso Stato che bombarda quotidianamente le città ucraine. Il problema non è dunque il passaporto, ma il rapporto istituzionale con il regime. Esistono naturalmente sportivi russi che hanno rifiutato questa subordinazione, hanno lasciato il Paese e hanno apertamente preso le distanze dalla guerra. Proprio queste scelte dimostrano che un’alternativa è possibile. Chi rompe realmente con il sistema di Putin potrebbe essere ammesso a gareggiare per un altro Paese o all’interno di una rappresentativa composta da rifugiati e dissidenti. Diverso è il caso di coloro che continuano a vivere, allenarsi ed essere finanziati in Russia, limitandosi a dichiararsi “neutrali” soltanto per poter partecipare alle competizioni internazionali.
La bandiera neutrale non risolve questa contraddizione. La nasconde. Quando un atleta russo conquista una medaglia, la televisione di Stato non racconta la vittoria di un individuo senza nazionalità. Celebra il successo della Russia. Il Ministero dello Sport si congratula, i funzionari del Cremlino intervengono pubblicamente e il risultato viene utilizzato per dimostrare che l’isolamento internazionale non ha funzionato. La neutralità formale consente alle federazioni internazionali di affermare di avere rispettato le sanzioni, ma permette contemporaneamente a Mosca di incassare il risultato propagandistico. Sul podio può non esserci il tricolore russo, ma nelle case dei cittadini russi quella medaglia continuerà a essere presentata come una vittoria nazionale. La recente decisione del Comitato olimpico internazionale di revocare provvisoriamente la sospensione del Comitato olimpico russo rende la questione ancora più urgente. Il Cio ha precisato che il provvedimento non comporta automaticamente il ritorno della bandiera e dell’inno russo ai futuri giochi. Tuttavia, esso rappresenta un ulteriore passo verso la normalizzazione della Russia nello sport internazionale mentre la guerra continua. Una normalizzazione che appare ancora più grave se confrontata con quanto avvenuto ai Giochi paralimpici invernali di Milano Cortina. Nel marzo 2026 gli atleti russi sono tornati a partecipare sotto la propria bandiera e con il proprio inno. L’Ucraina e altre delegazioni hanno boicottato la cerimonia di apertura in segno di protesta. Poche settimane prima, invece, lo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych (nella foto) era stato escluso dalla gara olimpica perché aveva rifiutato di togliere un casco sul quale erano raffigurati alcuni degli sportivi ucraini uccisi durante la guerra.
Il Cio considerò quel gesto incompatibile con le regole sull’espressione politica degli atleti. Il contrasto è difficile da ignorare: da una parte viene impedito a un atleta ucraino di ricordare i propri colleghi uccisi; dall’altra si consente agli sportivi dello Stato aggressore di tornare progressivamente sotto i propri simboli nazionali. Dall’inizio dell’invasione su larga scala, le forze russe hanno ucciso più di 650 atleti e allenatori ucraini e distrutto oltre 800 strutture sportive, comprese più di venti strutture destinate alla preparazione olimpica, paralimpica e deaflympica. Palestre, piscine, stadi e centri di allenamento sono stati trasformati in macerie. Alcuni atleti ucraini hanno abbandonato le competizioni per arruolarsi, altri sono stati costretti a fuggire all’estero. Altri ancora non potranno più salire su alcun podio perché sono stati uccisi. È in questo contesto che le istituzioni sportive continuano a parlare di uguaglianza e correttezza. Ma quale competizione può essere realmente corretta quando un atleta viene preparato e finanziato dallo Stato che ha distrutto il centro sportivo del suo avversario? Quale neutralità può esistere quando una delle due parti rappresenta un apparato che sta cercando di cancellare l’altra nazione? Lo sport non vive al di fuori della storia. E non diventa neutrale semplicemente eliminando una bandiera dalla divisa. Finché la Russia continuerà a occupare territori ucraini e a bombardare le città del Paese, il suo ritorno nelle competizioni internazionali non costituirà un gesto di riconciliazione. Sarà piuttosto la dimostrazione che anche una guerra di aggressione può essere progressivamente assorbita e normalizzata. Gli atleti russi potranno tornare pienamente a rappresentare il proprio Paese quando i carri armati saranno tornati oltre il confine e l’aggressione sarà terminata. Fino ad allora, il podio non è un territorio neutrale.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)