L’ascesa di Andy Burnham

lunedì 20 luglio 2026


Il Regno Unito alla ricerca della stabilità

Andy Burnham varca oggi il numero 10 di Downing Street in qualità di Primo Ministro. È il settimo premier in dieci anni. Una frequenza un tempo sconosciuta in Gran Bretagna.

Sette leader, succedutisi nell’arco di due lustri, testimoniano come il sistema politico sia alla ricerca di una stabilità perduta, soprattutto dopo la Brexit e la conseguente crisi economica.

Burnham arriva a Londra con una reputazione di ottimo amministratore locale. Come sindaco di Greater Manchester godeva di un ampio consenso conquistato grazie a politiche incentrate sulla difesa dei servizi pubblici e sulla rivendicazione di una maggiore autonomia rispetto al potere centrale di Londra.

La sua esperienza politica si è sviluppata interamente sul territorio, un aspetto che in questi giorni gli sta attirando diverse critiche. I principali columnist mettono in evidenza che governare una grande area metropolitana non equivale a guidare una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e protagonista di primo piano della Nato. Il tutto, peraltro, avviene in un momento di forte tensione internazionale, segnato dai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, che contribuiscono ad accrescere il senso di incertezza di instabilità.

La storia britannica, però, è ricca di Primi Ministri arrivati a Downing Street senza un grande curriculum internazionale, ma cresciuti via via nell’esercizio del potere. Un esempio per tutti. Clement Attlee, prima di diventare Primo Ministro, si era occupato solo di politica sociale. Una volta al governo si affidò al ministro degli Esteri Ernest Bevin, il quale svolse un ruolo importante per la nascita della Nato.

Burnham andrà giudicato anche in base alla sua capacità di circondarsi di uno staff di alto livello, in grado di supportarlo nella gestione dei dossier internazionali più scottanti. Il problema più serio non è l’ex sindaco di Greater Manchester, ma il Regno Unito. La crisi del Labour non nasce con Keir Starmer e non finirà con il suo successore. Il partito è attraversato da una netta frattura tra una cultura di governo moderata e un elettorato sempre più impaziente, provato dal caro vita, dalla stagnazione dei salari, dall’aumento delle diseguaglianze sociali, dal deterioramento dei servizi pubblici e dalle tensioni legate alla difficile convivenza con la comunità islamica. Burnham promette un grande trasferimento di poteri da Westminster alle comunità locali e una nuova stagione di crescita economica fondata sul rilancio delle città. “Vasto programma”, ma che richiede tempo, stabilità politica (al momento sembra smarrita) e soprattutto risorse.

Nel frattempo, Nigel Farage scalda i muscoli. Reform UK ha trasformato il malcontento in una proposta politica semplificata: meno immigrazione, meno tasse, meno establishment. Andy Burnham non eredita un governo, ma una profonda crisi di fiducia che riguarda l’intero Paese. Egli ha davanti a sé una grande sfida: dovrà convincere i suoi connazionali che è possibile uscire dalla crisi seguendo i tempi e i modi della politica tradizionale, senza cedere alle scorciatoie populiste. In caso contrario, il numero 10 di Downing Street si preparerà ad accogliere, fra non molto, Nigel Farage. A quel punto, per la politica britannica si aprirà una stagione nuova e piena di incognite.


di Francesco Carella