giovedì 16 luglio 2026
Per anni la maggioranza dei russi ha osservato la guerra contro l’Ucraina da una distanza rassicurante. I missili cadevano sulle città ucraine, le famiglie venivano spezzate, le case distrutte e i territori occupati, ma a Mosca la vita continuava quasi normalmente. Bastava non fare domande, non protestare e non mettere in discussione il Cremlino. Ora quella comoda illusione sta crollando. A metà estate, le stazioni ferroviarie di Mosca che servono le linee dirette verso sud sono solitamente affollate di famiglie in partenza per le vacanze. Negli ultimi anni, ai turisti si erano aggiunti gli uomini in uniforme diretti verso il fronte o di ritorno dalle zone occupate. Questa estate, però, l’atmosfera è diversa. I treni per la Crimea occupata viaggiano semivuoti, le divise sono più numerose dei vacanzieri e nelle stazioni si respira un’ansia che il regime non riesce più a nascondere. Si parla di carenza di benzina, di attacchi con droni, di interruzioni di internet e soprattutto della possibilità di una nuova mobilitazione. La paura è tornata a insinuarsi nelle case russe, non perché la popolazione abbia improvvisamente compreso l’orrore inflitto agli ucraini, ma perché teme di doverne sopportare personalmente le conseguenze. Secondo la Fondazione per l’Opinione pubblica, istituto demoscopico vicino al Cremlino, il 55 per cento degli intervistati ritiene che parenti e colleghi siano dominati dall’ansia. Un anno fa erano il 40 per cento.
Se questo è il dato reso noto da chi è abitualmente avvezzo ad addomesticare gli esiti dei sondaggi per compiacere il Cremlino, è facile ipotizzare che la situazione reale sia ben più grave. È il segnale che il patto tacito tra il potere e la società russa si sta sgretolando: i cittadini rinunciavano alla politica, alla libertà e alla responsabilità, mentre lo Stato prometteva di lasciarli vivere indisturbati. Quel patto non regge più. La guerra è entrata nelle loro vite. Gli attacchi dei droni ucraini, un tempo concentrati nelle regioni di confine di Kursk e Belgorod, raggiungono ormai aree sempre più lontane. Il 6 luglio è stata colpita la più grande raffineria russa di Omsk, a circa 2.500 chilometri dalla linea del fronte. La Russia, che per anni ha bombardato impunemente infrastrutture energetiche, centrali elettriche, edifici residenziali, scuole, ospedali e persino chiese in Ucraina, scopre ora la vulnerabilità del proprio territorio. In numerose regioni la benzina è razionata. Gli automobilisti attendono per ore davanti ai distributori per acquistare venti o trenta litri di carburante. Alcune stazioni di servizio sono rimaste completamente a secco. In Crimea occupata e a Novorossiysk, sul Mar Nero, le autorità hanno limitato la vendita al dettaglio, riservando il carburante ai funzionari, ai dipendenti pubblici e agli uomini legati alle compagnie petrolifere. È il consueto modello russo: quando le risorse scarseggiano, il potere protegge sé stesso e abbandona la popolazione. La distruzione di impianti petroliferi nell’area di Novorossiysk rischia di ripercuotersi sulle consegne di generi alimentari, sui trasporti e sull’intera catena logistica.
I prezzi sono già in aumento. A giugno il costo delle patate è cresciuto del 4,5 per cento rispetto al mese precedente, mentre alcuni agricoltori avvertono che, senza carburante, non potranno completare i raccolti. Elena Panfilova, che conduce gruppi di discussione a Mosca, sostiene che la frustrazione stia trasformandosi in odio verso le autorità. A esasperare la popolazione non sono soltanto la mancanza di carburante e le interruzioni della rete, ma il divario ormai evidente tra la propaganda e la realtà. Da oltre quattro anni il Cremlino ripete che l’esercito russo avanza con sicurezza lungo tutta la linea del fronte. Eppure, basta osservare una carta geografica per comprendere che l’offensiva è impantanata in una guerra di logoramento pagata con decine di migliaia di morti al mese. Con buona pace dei sedicenti “realisti” di casa nostra, pronti a bollare come una “pericolosa allucinazione” ogni analisi che descriva una Russia vulnerabile e in crescente difficoltà, il film è già cominciato. Solo che non si tratta di fantasia: sullo schermo irrompe la realtà. E a chi ha deciso in anticipo di non guardarla, probabilmente non basterebbero neppure i sottotitoli in italiano, francese, tedesco, inglese e russo. Vladimir Putin continua a sostenere che tutto proceda secondo i piani.
In una recente intervista, leggendo le risposte dal gobbo elettronico, ha assicurato che il sistema funziona stabilmente e dispone di un ampio margine di sicurezza. Parole sempre più vuote, pronunciate da un uomo che non può ammettere il fallimento senza mettere in discussione la propria sopravvivenza politica. Il timore diffuso è che Putin, invece di ridurre le perdite e cercare una via d’uscita, scelga ancora una volta l’escalation. Per il Cremlino, infatti, la vita dei cittadini russi è una risorsa sacrificabile, esattamente come quella dei soldati mandati all’assalto delle posizioni ucraine. Le voci su una nuova mobilitazione si fanno sempre più insistenti. All’inizio di giugno, il deputato Sergei Gurulev ha scritto sui social media che la decisione di mobilitare nuovi uomini in autunno sarebbe già stata presa. In seguito, ha cancellato il messaggio sostenendo di essere stato vittima di un attacco informatico. Pochi gli hanno creduto. Un impiegato di un’agenzia pubblicitaria di Nizhny Novgorod osserva che in Russia le cattive notizie seguono sempre lo stesso percorso: prima circolano come indiscrezioni, poi vengono smentite dalle autorità e infine diventano realtà. Sta pensando di trasferirsi in campagna, dove i reclutatori avrebbero maggiori difficoltà a trovarlo. Molti suoi colleghi valutano invece di lasciare il Paese. Non vogliono combattere, ma neppure protestare. Preferiscono nascondersi o fuggire. È lo stesso atteggiamento che ha consentito al regime di consolidarsi: obbedire finché il prezzo viene pagato da qualcun altro. Nella regione di Penza potrebbero essere già in corso le prove generali di una nuova campagna di reclutamento.
Da metà giugno, diversi residenti denunciano che uomini vengono fermati in strada o prelevati durante controlli porta a porta, condotti nei centri di raccolta e costretti a firmare contratti con l’esercito. Nelle strade si vedono sempre meno uomini. Una residente racconta di avere proibito al marito di uscire di casa. Quando si allontana, lo chiude dentro e tiene le tende abbassate per tutto il giorno. Le autorità sostengono che le operazioni servano soltanto a individuare renitenti e disertori. Ma in Russia le spiegazioni ufficiali valgono ormai meno della carta su cui vengono stampate. Anche tra i militari il malcontento diventa più esplicito. Il 25 giugno un ex soldato ha pubblicato un appello a Putin, denunciando torture contro i militari che rifiutavano di consegnare parte della paga ai comandanti o di partecipare a missioni suicide. Alcuni, secondo il suo racconto, sarebbero stati eliminati. L’uomo ha chiesto di incontrare Putin e ha avvertito che, in caso contrario, l’esercito avrebbe potuto rivolgere le armi contro il Cremlino. È stato arrestato e successivamente rilasciato, ma il video aveva già raggiunto venti milioni di visualizzazioni. La Russia è sempre più ansiosa e sempre più arrabbiata.
Ma non bisogna confondere il malessere con il dissenso morale. La maggioranza dei russi non sembra indignata per Bucha, Mariupol, Irpin o per le migliaia di civili ucraini uccisi. Non protesta contro i bombardamenti, le deportazioni dei bambini o l’occupazione di territori appartenenti a uno Stato sovrano. Si lamenta perché manca la benzina, perché internet funziona male e perché il marito o il figlio potrebbero essere mandati al fronte. Dopo avere accettato la guerra finché colpiva gli altri, la società russa scopre improvvisamente di non gradirne le conseguenze. Per anni milioni di cittadini hanno preferito non sapere, non vedere e non capire. Hanno scambiato il silenzio per sicurezza e la sottomissione per stabilità. Oggi scoprono che un regime aggressivo non si limita a distruggere i Paesi vicini: prima o poi divora anche la società che lo ha lasciato crescere. La paura che attraversa la Russia è dunque soltanto il conto, ancora parziale, di una guerra che troppi russi hanno accettato finché a morire erano soltanto gli ucraini.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)