Il gas di Putin

martedì 14 luglio 2026


Nella prima metà del 2026, l’Unione europea ha acquistato dalla Russia una quantità di gas naturale liquefatto mai raggiunta in precedenza. Quasi l’intera produzione di Yamal Lng, il più importante impianto russo del settore, è stata assorbita dai mercati europei proprio mentre Bruxelles si prepara a vietarne l’importazione. Un record che mette in luce, ancora una volta, la distanza tra le dichiarazioni politiche dell’Europa e la realtà dei suoi rapporti energetici con Mosca. Secondo i dati della società di analisi Kpler, nei primi sei mesi dell’anno gli Stati membri hanno importato 9,89 milioni di tonnellate di Gnl proveniente dall’impianto siberiano controllato da Novatek. Si tratta del valore più elevato mai registrato e di un aumento del 18 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato è particolarmente significativo perché arriva mentre la guerra contro l’Ucraina è entrata nel suo quinto anno. Le città ucraine continuano a essere colpite da missili e droni, le infrastrutture energetiche vengono sistematicamente prese di mira e l’Unione europea ribadisce in ogni sede il proprio sostegno a Kyiv. Nello stesso tempo, però, miliardi di euro continuano a fluire verso uno dei settori strategici dell’economia russa.

Secondo le stime dell’organizzazione non governativa tedesca Urgewald, l’Europa potrebbe aver speso fino a sei miliardi di euro per acquistare il gas prodotto a Yamal nella prima metà del 2026. Una cifra che non rappresenta soltanto il costo di una fornitura energetica, ma anche un contributo indiretto alla capacità della Russia di sostenere una guerra lunga e sempre più costosa. I principali acquirenti europei sono stati Francia, Belgio e Spagna. Parigi avrebbe importato circa 3,6 milioni di tonnellate, Bruxelles 2,9 milioni e Madrid 2,7 milioni. Tre Paesi dell’Unione europea che, da soli, hanno assorbito la parte predominante della produzione destinata al mercato europeo. Dal punto di vista formale, non vi sarebbe alcuna violazione delle norme vigenti. L’Unione europea ha già vietato l’acquisto di Gnl russo attraverso contratti a breve termine, ma consente ancora l’esecuzione degli accordi di lunga durata. Ogni carico proveniente da Yamal deve quindi essere autorizzato dalle autorità doganali del Paese importatore, che sono chiamate a verificare che la vendita rientri nel regime transitorio previsto dalle nuove restrizioni. È proprio questo meccanismo a consentire che le importazioni proseguano e, addirittura, raggiungano livelli mai registrati in precedenza. L’Europa ha stabilito la data in cui chiuderà il rubinetto, ma fino a quel momento continua a tenerlo completamente aperto. Dal 1° gennaio 2027 dovrebbe entrare in vigore il divieto sulle importazioni di Gnl russo effettuate nell’ambito di contratti a lungo termine. Entro la fine dello stesso anno dovrebbe essere interrotto anche l’acquisto di gas trasportato attraverso i gasdotti. La Russia sarà quindi costretta a cercare mercati alternativi e a riorganizzare una parte rilevante della propria logistica energetica. Per Mosca non sarà semplice. Il progetto Yamal Lng si trova nella penisola omonima, oltre il Circolo polare artico, e dipende da una flotta limitata di metaniere rompighiaccio di classe Arc7. Si tratta di navi progettate appositamente per navigare nelle acque ghiacciate e trasportare il gas liquefatto verso i terminali europei.

La disponibilità dei porti dell’Unione è stata determinante per il funzionamento dell’intero sistema. Più rapidamente le metaniere scaricano il gas in Europa, più velocemente possono tornare nell’Artico per effettuare un nuovo carico. L’alternativa sarebbe utilizzare la Rotta Marittima del Nord per raggiungere direttamente i mercati asiatici, ma si tratta di un percorso più lungo, complesso e rischioso, condizionato dalla presenza del ghiaccio e dalla disponibilità di mezzi altamente specializzati. I dati mostrano chiaramente questa dipendenza. Mentre le spedizioni verso l’Europa hanno raggiunto un nuovo record, quelle dirette in Asia sono diminuite del 74 per cento, fermandosi a poco più di 510mila tonnellate. Anche nei mesi in cui la navigazione lungo la rotta artica diventa teoricamente più agevole, i volumi destinati ai mercati orientali sono rimasti inferiori alle attese. A pesare sarebbero anche i timori delle compagnie di navigazione, delle assicurazioni e degli istituti finanziari internazionali, preoccupati di essere coinvolti in operazioni che potrebbero essere colpite dalle sanzioni europee. Il risultato è che, nonostante gli annunci di una crescente integrazione energetica tra Russia e Asia, il principale impianto russo di Gnl continua ad avere bisogno dell’Europa. Non soltanto come mercato di destinazione. La flotta di Yamal dipende ancora dai cantieri navali europei per la manutenzione e le riparazioni. Tra le strutture utilizzate figurano il cantiere Damen di Brest, in Francia, e quello della società Fayard in Danimarca. Senza questi servizi, mantenere operative le sofisticate metaniere Arc7 diventerebbe più difficile e costoso.

L’Europa, dunque, non si limita ad acquistare il gas russo. Fornisce i porti nei quali scaricarlo, i cantieri nei quali riparare le navi e il sistema finanziario e assicurativo necessario a sostenere le operazioni. È un’interdipendenza che le sanzioni hanno ridotto, ma non ancora spezzato. Inaugurato personalmente da Vladimir Putin nel 2017, Yamal Lng dispone di una capacità nominale di 17,4 milioni di tonnellate all’anno, anche se la produzione effettiva supera spesso tale livello. Novatek mantiene la partecipazione di maggioranza, ma nel progetto sono presenti anche la francese TotalEnergies e la compagnia statale cinese Cnpc. La posizione di TotalEnergies è particolarmente delicata. Il gruppo francese dispone di contratti di esportazione a lungo termine e teme che il nuovo divieto europeo possa essere interpretato in modo tale da impedire non soltanto la vendita del gas nell’Unione, ma perfino il suo prelievo dall’impianto russo. L’amministratore delegato Patrick Pouyanné ha parlato apertamente di “ambiguità” normative che potrebbero costringere la società a interrompere completamente le esportazioni dal progetto.

È la dimostrazione di quanto sia difficile sciogliere rapporti economici costruiti nell’arco di molti anni. Ma è anche la prova che l’Europa ha atteso troppo a lungo prima di affrontare seriamente il problema. Il divieto previsto per il 2027 rappresenta un passaggio necessario, ma non cancella quanto sta avvenendo oggi. Nei mesi in cui Mosca intensifica gli attacchi contro l’Ucraina, gli Stati europei stanno acquistando quantità record di gas russo e garantiscono il funzionamento del principale impianto energetico artico della Federazione. L’Unione europea continua così a vivere una contraddizione che ne indebolisce la credibilità politica: sostiene Kyiv con armi, risorse finanziarie e dichiarazioni di solidarietà, ma nello stesso tempo continua a pagare miliardi a uno dei settori che alimentano le entrate di Mosca. La dipendenza dal gas russo non finirà con un annuncio né con una data scritta in un regolamento. Finirà soltanto quando l’Europa sarà disposta ad accettare il costo economico e politico delle proprie decisioni. Fino ad allora, il gas di Yamal continuerà ad arrivare nei porti europei e il Cremlino continuerà a incassare.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)