Trump riapre alla Turchia

lunedì 13 luglio 2026


Sugli F-35 si decide il futuro della Nato tra Congresso, Israele e guerra in Medio Oriente

La politica estera americana raramente procede in linea retta. Lo dimostra il nuovo tentativo dell’amministrazione Trump di riaprire il dialogo strategico con la Turchia, una mossa che va ben oltre il rapporto personale con Recep Tayyip Erdoğan. Sul tavolo ci sono il possibile superamento delle sanzioni CAATSA, il futuro del programma F-35 e, soprattutto, il ruolo di Ankara nell’architettura di sicurezza occidentale.

In questo contesto è circolato con grande forza sui social un messaggio attribuito all'ex direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, fortemente critico nei confronti della Turchia e favorevole a una linea di massima durezza contro Erdoğan. Al di là dell’effettiva attribuzione della citazione, che non risulta supportata da un transcript ufficiale facilmente verificabile, il dato politicamente rilevante è un altro: negli Stati Uniti sta prendendo forma un fronte trasversale deciso a ostacolare qualsiasi normalizzazione dei rapporti con Ankara. Il nodo centrale non riguarda una frase virale, ma una scelta strategica. Donald Trump sembra intenzionato a recuperare una relazione che negli ultimi anni si era deteriorata dopo l’acquisto da parte della Turchia del sistema missilistico russo S-400, decisione che aveva comportato l’esclusione di Ankara dal programma F-35 e l’applicazione delle sanzioni previste dal CAATSA.

Il caccia di quinta generazione non rappresenta semplicemente un velivolo avanzato. È il simbolo dell’interoperabilità tecnologica dell’Alleanza Atlantica, un sistema che integra capacità operative, condivisione dei dati e standard comuni di difesa. Consentire alla Turchia di rientrare in questo ecosistema significa compiere una scelta politica di enorme portata, destinata a produrre effetti sull’intera architettura della Nato.

Dal punto di vista geopolitico, sarebbe un errore analizzare Ankara soltanto attraverso la figura di Erdoğan. La Turchia controlla gli Stretti, rappresenta il ponte naturale tra Europa, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente, dispone del secondo esercito della Nato e possiede un’industria della difesa ormai capace di competere su scala internazionale. Nessun pianificatore strategico americano può realisticamente immaginare una sicurezza euro-atlantica priva del contributo turco.

Allo stesso tempo, però, sarebbe altrettanto ingenuo ignorare le profonde divergenze che separano Ankara dagli altri alleati. I rapporti con Hamas, le operazioni militari contro le milizie curde sostenute dagli Stati Uniti in Siria, le tensioni con Israele e la politica di equilibrio mantenuta nei confronti della Russia alimentano diffidenze che non possono essere archiviate con una stretta di mano.

Per un Paese come l’Italia, fortemente interessato alla stabilità del Mediterraneo e del fianco meridionale della Nato, il problema non consiste nello scegliere tra Ankara e Washington. Consiste nel favorire una ricomposizione fondata su regole chiare, verificabili e reciprocamente rispettate. La sicurezza collettiva non può poggiare esclusivamente sulle relazioni personali tra leader. Il vero terreno dello scontro sarà il Congresso americano. Anche qualora la Casa Bianca decidesse di rilanciare la cooperazione militare con la Turchia, l’autorizzazione a trasferire tecnologie sensibili come quelle dell'F-35 dovrà superare un complesso percorso politico e istituzionale. È qui che potrebbero convergere parlamentari vicini alla causa ucraina, sostenitori della sicurezza di Israele, rappresentanti delle comunità greca e armena e quanti ritengono Ankara un partner sempre meno affidabile. Questa convergenza non nasce necessariamente da un’unica visione della politica estera. Nasce dalla convinzione condivisa che il comportamento della Turchia negli ultimi anni abbia messo in discussione alcuni principi fondamentali dell’Alleanza Atlantica. È una valutazione legittima, ma che deve confrontarsi con un dato altrettanto evidente: isolare Ankara significherebbe consegnare maggiore spazio di manovra alla Russia, all’Iran e alla crescente influenza cinese nel Mediterraneo allargato. Da una prospettiva europeista e atlantista, il sostegno all’Ucraina resta una priorità assoluta, così come la sicurezza di Israele costituisce un elemento imprescindibile della stabilità mediorientale. Tuttavia, proprio per difendere questi interessi strategici, l’Occidente deve evitare sia le illusioni sia le demonizzazioni. La Turchia non è un alleato semplice, ma resta un alleato necessario.

La sfida per Washington sarà trasformare il riavvicinamento politico in un accordo rigorosamente condizionato: piena trasparenza tecnologica, garanzie sull’utilizzo dei sistemi d’arma, rispetto degli impegni atlantici e progressiva ricostruzione della fiducia. Se questo equilibrio sarà raggiunto, la Nato ne uscirà rafforzata

In caso contrario, il dossier F-35 diventerà l’ennesimo simbolo di un’Alleanza costretta a convivere con le proprie contraddizioni strategiche.


di Riccardo Renzi