lunedì 13 luglio 2026
La morte di Sergei Ivanov ha ricordato al Cremlino una verità scomoda: anche gli uomini apparentemente eterni sono mortali. Ivanov è morto a 73 anni, la stessa età di Vladimir Putin. Proveniva dal Kgb, aveva guidato Difesa e Amministrazione presidenziale, era stato vice primo ministro e possibile successore. La sua scomparsa mostra che la cerchia sulla quale Putin ha costruito il regime entra in una fase nuova: i suoi uomini invecchiano con lui e presto molti lasceranno incarichi occupati per decenni. Il Cremlino di oggi comincia ad assomigliare a quello dell’ultimo Leonid Brežnev. La Russia non è l’Unione Sovietica: non esistono partito unico e Politburo, mentre le decisioni passano attraverso rapporti personali, apparati di sicurezza e interessi economici. Eppure, l’immagine è familiare: pochi uomini anziani occupano da anni le posizioni decisive, la permanenza viene presentata come stabilità e il ricambio come minaccia agli equilibri. Brežnev guidò l’Unione Sovietica dal 1964 alla morte, nel novembre 1982. Negli ultimi anni il vertice era una gerontocrazia: gli stessi uomini conservavano le cariche e la propaganda trasformava l’immobilismo in solidità. Sembravano eterni. Poi cominciarono i funerali. Dopo Brežnev arrivarono Jurij Andropov, già gravemente malato, e Konstantin Černenko, anziano e in precarie condizioni di salute. In meno di tre anni l’Unione Sovietica celebrò i funerali di tre segretari generali. Quella successione di bare rivelò che la stabilità era paralisi: il sistema non aveva preparato la successione né una nuova classe dirigente. La somiglianza riguarda l’intera struttura del potere. L’organismo più vicino al vecchio Politburo è il Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, presieduto da Putin e coinvolto nelle principali decisioni.
Tra i membri permanenti figurano Aleksandr Bortnikov, Nikolaj Patrušev, Sergej Lavrov e Valentina Matvienko, tutti ultrasettantenni. Soltanto Anton Vajno appartiene a una generazione più giovane. L’età non è di per sé un limite. Il problema nasce quando coincide con permanenza indefinita, assenza di concorrenza ed eliminazione di ogni voce critica. Putin governa dalla fine del 1999 e ha trascorso al potere più tempo di Brežnev, anche considerando la parentesi affidata a Dmitrij Medvedev. La revisione costituzionale del 2020 gli consentirebbe di restare fino al 2036. In oltre ventisei anni Putin ha reso le istituzioni dipendenti dalla sua presenza: il Parlamento è stato svuotato, l’opposizione eliminata o costretta all’esilio, i media indipendenti chiusi e gli apparati subordinati alla volontà presidenziale. Il sistema appare fortissimo finché lui lo controlla, ma che cosa accadrà quando non sarà più al Cremlino? Putin ha evitato di indicare un successore. In un regime personalistico, un erede designato troppo presto diventerebbe un centro alternativo di potere, attirando chi vuole preparare il futuro. Per questo mantiene tutti nell’incertezza, promuove figure politicamente deboli e si affida agli uomini conosciuti da decenni. La scelta garantisce obbedienza oggi, ma rende più rischiosa la successione. Ivanov possedeva esperienza e relazioni sufficienti a garantire continuità. Ora quella generazione si assottiglia. Gli uomini che hanno condiviso con Putin il passato nei servizi sovietici, la conquista del potere e la costruzione del sistema non potranno restare al loro posto indefinitamente. Esiste una seconda linea più giovane: governatori, tecnocrati, responsabili delle imprese pubbliche, funzionari presidenziali e ufficiali degli apparati di sicurezza. La loro presenza, però, non assicura rinnovamento. Il sistema li ha selezionati per lealtà, premiando chi interpretava i desideri del vertice.
Sono cresciuti nello stesso ambiente e hanno imparato che il dissenso è un rischio per la carriera. La sostituzione degli uomini non comporterà necessariamente quella delle idee. Un funzionario cinquantenne dell’Fsb può essere più aggressivo di un dirigente settantenne. Il ricambio potrebbe produrre non una Russia più aperta, ma un potere più radicale, con maggiore repressione interna e una politica internazionale più ostile. La guerra contro l’Ucraina rende questa prospettiva concreta. Ha rafforzato gli apparati militari e di sicurezza e legato la sopravvivenza di parte dell’élite alla prosecuzione dello scontro con l’Occidente. Il Cremlino deve sostituire i vecchi dirigenti senza mettere in discussione guerra, repressione ed economia militare. Ogni avvicendamento può trasformarsi in uno scontro tra gruppi decisi a difendere le proprie posizioni. Fsb, Ministero della Difesa, Guardia nazionale, Amministrazione presidenziale, aziende pubbliche e governi regionali hanno interessi diversi. Putin resta l’arbitro e nessuno sa se il sistema potrebbe conservarsi senza di lui. La morte di Ivanov ha reso visibile questa fragilità. Il potere russo si presenta come immobile, ma il tempo scorre anche dietro le mura del Cremlino.
Altri protagonisti dell’era putiniana usciranno di scena e il ricambio potrebbe essere imposto da malattie e morti, come nella fase finale dell’epoca brežneviana. Ciò non significa che la Russia seguirà lo stesso percorso dell’Unione Sovietica. Dopo Černenko arrivò Michail Gorbačëv, ma nulla garantisce che dopo Putin emerga un riformatore. Il successore potrebbe provenire dagli apparati di sicurezza ed essere più aggressivo; potrebbe nascere una direzione collegiale o aprirsi una lotta tra fazioni. La storia non si ripete nello stesso modo, ma offre in ogni caso avvertimenti. Nel 1982 l’Unione Sovietica sembrava una superpotenza solida: disponeva di un immenso apparato militare, dominava l’Europa orientale, combatteva in Afghanistan e poteva reprimere il dissenso. Nove anni dopo non esisteva più. La disgregazione non fu provocata semplicemente dall’età dei dirigenti, ma dall’incapacità di rinnovarsi prima che le contraddizioni diventassero ingestibili. Il Cremlino aveva confuso la continuità con la stabilità e l’obbedienza con l’efficienza. Putin sta commettendo lo stesso errore. Ha costruito un potere nel quale nessuno può sostituirlo senza metterlo in discussione e nessuno può prepararsi alla successione senza apparire sleale. Ha reso la propria permanenza la principale garanzia del regime, facendo dipendere il futuro della Russia dalla vita di un solo uomo. La morte di Sergei Ivanov è un primo segnale. Ricorda che la generazione arrivata al potere con Putin non è eterna e che il sistema dovrà affrontare la trasformazione rinviata per anni. Il Cremlino può censurare le notizie, incarcerare gli oppositori e riscrivere la Costituzione. Non può fermare il tempo.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)