lunedì 13 luglio 2026
In poco più di dieci anni, nel periodo compreso fra i Trenta e i Quaranta del Novecento, si realizzò uno dei più vasti trasferimenti d’intelligenza della storia. Infatti, fisici, matematici, chimici, medici e filosofi si lasciarono alle spalle un’Europa travolta dal nazismo e dalla guerra, per approdare negli Stati Uniti.
Albert Einstein, Enrico Fermi, John von Neumann, Edward Teller ˗ insieme a decine di altri ricercatori ˗ con il loro talento furono determinanti nella trasformazione degli Stati Uniti nella prima potenza scientifica del mondo.
Tanto per farsi un’idea: quelle migrazioni diedero un contributo fondamentale per la realizzazione del Progetto Manhattan, posero le basi della rivoluzione informatica, furono decisive per l’affermazione della leadership americana nel campo della fisica, della chimica, della medicina e, più in generale, nell’innovazione tecnologica destinata a segnare il Novecento e non solo.
Oggi il mondo scientifico potrebbe essere all’inizio di un fenomeno inverso. In un contesto siffatto, andrebbe collocata la recente decisione presa da Omar Yaghi, premio Nobel per la chimica 2025, di lasciare l’Università della California, Berkeley, per assumere un incarico a tempo pieno presso la Tsinghua University di Pechino. Va da sé che sostenere che ci si trovi davanti a un esodo di massa sia fuorviante.
Al momento, gli Stati Uniti hanno ancora il più potente sistema universitario del pianeta con un investimento di 900 miliardi di dollari all’anno. Continuano ad attrarre migliaia di ricercatori e dispongono di università, fondazioni e imprese capaci di investire nella ricerca ad altissimo livello. Tuttavia, qualcosa si è incrinato nell’idea che il meglio della scienza mondiale continui a coincidere esclusivamente con poli come Boston, Stanford, Berkeley, o il MIT.
La Cina investe somme gigantesche nella ricerca scientifica. Gli ultimi dati parlano del 2,6 per cento del Pil pari a 500 miliardi di dollari all’anno. Costruisce centri di eccellenza, finanzia laboratori, acquista grandi apparecchiature, richiama i propri ricercatori dall’estero, e, ormai, recluta anche i grandi scienziati occidentali.
Negli ultimi due lustri ventimila studiosi di origine cinese hanno lasciato gli Usa, per rientrare negli atenei del proprio Paese. Mentre si moltiplicano i trasferimenti di giovani ricercatori americani e britannici verso il Dragone. La Cina offre qualcosa che molti sistemi universitari occidentali (America compresa) stanno perdendo: continuità degli investimenti, grandi programmi pluriennali e la convinzione che la ricerca costituisca una priorità strategica dello Stato.
Le autorità cinesi sembrano pienamente consapevoli che, in questo tornante della storia, il Paese che sarà in grado più di altri di sviluppare modelli sofisticati d’intelligenza artificiale, che avrà il controllo dei materiali per i sistemi digitali, che avrà il primato sulle biotecnologie, che investirà sulle energie del futuro, non sarà destinato a conquistare solo nuovi mercati, ma acquisirà vantaggi politici rilevanti sul resto del mondo.
È questa la ragione per cui la competizione tra gli States e la Cina non va misurata solo con i dazi e le flotte navali, ma si gioca soprattutto nei laboratori universitari. A questo punto, la domanda da porsi è: dove sarà il centro della scienza mondiale tra vent’anni? Vi è un indizio che da solo potrebbe essere una prova: quando i premi Nobel iniziano a cambiare continente spesso il futuro ha già preso la sua strada.
E l’Europa? Non pervenuta.
di Francesco Carella