Eliminare i Proxy: la piovra iraniana

mercoledì 8 luglio 2026


Se volete davvero sconfiggere l’Iran, dovete eliminare alla radice i suoi proxy, ovvero l’Hezbollah libanese, l’Hamas palestinese e gli Houthi yemeniti. Il defunto Ali Khamenei, infatti, aveva eletto tutti costoro a sue creature predilette (loro erano i tentacoli e lui rappresentava la testa della Piovra), per annientare a distanza e tenere costantemente sotto la minaccia dei missili l’intero territorio di Israele. Così, senza nessuna cura per il suo popolo, la defunta Guida suprema ha dilapidato in tre decenni l’immensa fortuna della risorsa energetica primaria dell’Iran (il petrolio di ottima qualità), spendendo cifre vertiginose, pari a qualche triliardo di dollari, per l’arricchimento dell’uranio finalizzato alla produzione di armi nucleari e, soprattutto, per armare e mantenere al massimo livello operativo molte decine di migliaia di miliziani. Finanziandone per di più le opere di carità locali e gli ingenti sussidi annuali devoluti a sostegno delle famiglie dei “martiri”, uccisi o feriti in combattimento o imprigionati dal nemico sionista. Si parla addirittura (soprattutto a sinistra!) della presupposta “vittoria” dell’Iran sui Satana occidentali (Usa e Israele, il primo definito Grande, il secondo Piccolo), per non essere noi riusciti a far cadere il regime degli ayatollah e avere per di più configurato il passaggio nello Stretto di Hormuz come un asset strategico dell’Iran. L’unica cosa certa rimane (in base alle dichiarazioni di Marco Rubio) la percezione degli Stati del Golfo che la trattativa Usa-Iran, per la fine delle ostilità, abbia nettamente rafforzato nei 14 punti (catastrofici) della bozza di accordo la proiezione del potere iraniano sulla regione, aumentandone addirittura l’influenza.

Per cui sono proprio i vicini dell’Iran, a rischio di ritorsione (vedi la recente pioggia di missili e droni che i pasdaran hanno fatto cadere sulle basi americane e sulle infrastrutture petrolifere dei Paesi del Golfo), a chiedere con forza all’America che nel “pacchetto” della trattativa con Teheran sia inserito il punto non trattabile di mettere fine da parte iraniana alla strategia del sostegno politico e militare ai suoi proxy, destinato a destabilizzare in permanenza l’intera aerea mediorientale. Ma tutti gli esperti (soprattutto nel caso di allentamento delle sanzioni e dello scongelamento di ingenti somme di denaro depositate dall’Iran in banche occidentali) sono concordi nel ritenere che, semmai, accadrà esattamente il contrario, una volta sottoscritto l’accordo tra Washington e Teheran. E se così fosse, per tutta risposta Usa e Israele continuerebbero a sostenere le attività di guerriglia di milizie irregolari (curdi iraniani e gruppi libanesi non sciiti), dato che l’Hezbollah libanese rappresenta il più solido e incrollabile pilastro della strategia iraniana per la minaccia permanente ai confini israeliani. E tutto ciò malgrado i recenti accordi e i colloqui diretti tra Libano e Israele, cui hanno fatto seguito alcuni timidi accenni da parte del Governo di Beirut di riappropriarsi del controllo dello Sato, perseguendo anche in giudizio i miliziani sciiti armati. È prevedibile che, finché dureranno gli ayatollah, i responsabili vecchi e nuovi del regime teocratico non abbandoneranno per nessun motivo i correligionari di Hezbollah, che loro stessi hanno contribuito a creare dalle fondamenta all’incirca 40 anni fa. Anche se, occorre dire, l’organizzazione islamista militante ha fallito la sua missione storica di evitare con la sua deterrenza, grazie agli arsenali di decine di migliaia di missili, un attacco diretto di Israele all’Iran.

Per le Guardie della Rivoluzione iraniane (grandi protettrici di Hezbollah) questa defaillance è solo contingente e temporanea, perché convinti che con il loro incrollabile sostegno il gruppo risorgerà dalle sue ceneri più forte e più combattivo di prima, magari attraverso un maggiore coinvolgimento della struttura militare di Teheran. Per il momento, occorre registrare come, nel corso delle trattative con gli Usa, la strenua difesa del suo proxy libanese da parte di Teheran abbia causato un notevole attrito tra Washington e Tel Aviv, con quest’ultima che non intende in alcun caso recedere dalla sua strategia di contenimento del gruppo terrorista, essendo per gli israeliani una questione di vita e di morte mettere in sicurezza i confini nord con il Libano. Un discorso diverso vale per gli Houthi, che sono entrati in guerra contro gli israelo-americani solo durante l’ultima fase del conflitto, dimostrando una certa autonomia nei confronti del loro sponsor storico, come si è visto con le azioni di disturbo della navigazione internazionale nel Mar Rosso. Analogamente agli Houthi, anche le milizie sciite irakene sono riamaste sostanzialmente al loro posto, evitando di scendere apertamente in campo con i loro arsenali missilistici, memori dei bombardamenti aerei americani di rappresaglia e per l’intreccio complesso degli equilibri politici interni. Per cui, di fatto, le diverse fazioni si sono astenute dallo sfidare direttamente gli Stati Uniti, temendo gravi perdite nelle loro file.

Alla prova dei fatti, non ha funzionato la controstrategia-proxy di Usa e Israele di mobilitare i vari gruppi armati delle minoranze etniche iraniane, come gli arabi del sud-ovest e i Baluci sunniti del sud-est, al confine con Pakistan e Afghanistan. Nella regione, tra l’altro, operano diversi gruppi militanti e insorti (come Jaish al-Adl), che combattono da tempo contro le forze di sicurezza iraniane per chiedere una maggiore autonomia o l’indipendenza del Baluchistan occidentale. Di conseguenza, l’area è fortemente militarizzata dal regime teocratico e teatro di frequenti scontri, arresti di massa ed esecuzioni politiche, a causa della forte discriminazione etnica e religiosa nei confronti delle popolazioni locali da parte del regime di Teheran. Stessa considerazione vale per la mancata ribellione dei curdi del nord Iraq, malgrado gli stretti legami storici esistenti tra loro e gli israelo-americani. Fonti statunitensi ammettono che un “piano” di sostegno politico militare ai proxy curdi filoccidentali è sempre esistito, per destabilizzare dall’interno il regime di Teheran e favorire la rivolta degli iraniani contro il regime. Ma il piano stesso non sarebbe stato mai veramente implementato per mancanza di tempo (dato che sarebbero occorsi dai 12 ai 24 mesi di accurata preparazione), mentre gli Stati Uniti ne avrebbero avuto bisogno nell’immediato. A mettersi di traverso, tra l’altro, è stato Recep Tayyip Erdoğan, forte del ruolo della Turchia all’interno della Nato, che ha sempre combattuto l’autonomia curda e non avrebbe mai consentito un intervento anti-iraniano a partire dal suo territorio. Israele, da parte sua, ha scelto come proxy le milizie druse siriane, facendo la stessa cosa con i miliziani anti-Hamas nella zona non occupata di Gaza. Ma la lezione (tremenda) della storia dice che Hamas è nata con il sostegno indiretto di Israele per combattere Al-Fatah. Sarà bene quindi tenerne il debito conto.


di Maurizio Guaitoli