La Germania scopre che il declino è fatto in casa

lunedì 6 luglio 2026


Tasse, lavoro, pensioni e burocrazia: il piano Merz va nella direzione giusta, ma resta prigioniero dello Stato

Secondo quanto riferito alcuni giorni orsono dal Wall Street Journal, la Germania ha presentato un pacchetto di 34 misure per rilanciare un’economia in difficoltà, intervenendo su tasse, pensioni, lavoro, burocrazia e investimenti. Reuters ha confermato l’impostazione del piano, evidenziando l’obiettivo dichiarato dal Governo Merz: superare una debolezza non più congiunturale, ma strutturale. Per anni la maggiore economia europea ha attribuito le proprie difficoltà alla concorrenza cinese, al rincaro dell’energia, alla crisi delle esportazioni e ai dazi americani. Sono fattori reali. Nondimeno, un Paese diventa vulnerabile quando la politica gli sottrae progressivamente la capacità di reagire. È quanto è accaduto all’economia tedesca, appesantita da imposte elevate, costi del lavoro crescenti, regole invasive, autorizzazioni lente e un sistema sociale costruito come se la popolazione non dovesse mai invecchiare. Per questo la crisi tedesca non poteva essere affrontata soltanto aspettando una ripresa della domanda mondiale o condizioni esterne più favorevoli. Occorreva intervenire là dove la politica aveva prodotto i maggiori danni: tasse, lavoro, pensioni, burocrazia e investimenti. Da questa presa d’atto nasce il piano presentato dal cancelliere federale, che ha anzitutto un merito: riconosce che molte cause della debolezza tedesca sono nate a Berlino.

La parte migliore del piano riguarda il mercato del lavoro. Le imprese potranno ricorrere con maggiore libertà ai contratti a termine e saranno semplificate alcune procedure di licenziamento per i dipendenti con retribuzioni elevate. Sono previsti incentivi fiscali per chi, dopo aver perso il posto, trova rapidamente una nuova occupazione. Il quotidiano francese Le Monde ha parlato, non a caso, di una dose di “flexicurity” nordica: più adattabilità per le imprese e più rapidità nel rientro del lavoratore nel mercato. È una correzione importante. Un’economia dinamica vive di trasformazioni continue. Alcune imprese crescono, altre si ridimensionano, nuove attività sostituiscono quelle divenute meno competitive. Rendere quasi impossibile l’uscita da un rapporto di lavoro, come avviene in sostanza in Italia, rende più rischiosa anche l’assunzione. La rigidità protegge chi è già dentro e chiude la porta ai giovani, ai disoccupati e a chi tenta di rientrare nel mercato. Positiva è anche la stretta sulle assenze per malattia, con il ritorno alla certificazione medica fin dal primo giorno. La malattia autentica merita tutela; l’assenza facile trasferisce il costo sulle imprese, sui colleghi e sui consumatori. Nessun sistema produttivo può competere quando il diritto viene separato dalla responsabilità.

Il capo dell’Esecutivo tedesco interviene inoltre sulle pensioni. L’età pensionabile dovrebbe aumentare gradualmente in relazione alla speranza di vita e verrebbero eliminati alcuni incentivi al ritiro anticipato. Anche il Financial Times ha richiamato il rilievo di questa parte della riforma, collegata alla necessità di rendere più sostenibile un sistema previdenziale sotto pressione. È una scelta impopolare, ma aritmeticamente inevitabile. Un sistema a ripartizione non può promettere prestazioni sempre più lunghe a carico di una popolazione lavorativa sempre più ridotta. La riforma dovrebbe procedere con maggiore decisione verso la capitalizzazione e il risparmio individuale, riducendo la dipendenza dei cittadini dalle promesse future dello Stato. Anche la riduzione della burocrazia va nella direzione corretta. La Reuters ha richiamato l’obiettivo di semplificare adempimenti e apparati amministrativi. Gli adempimenti hanno un costo, assorbono tempo, scoraggiano gli investimenti e favoriscono le imprese più grandi, capaci di mantenere uffici legali e strutture dedicate.

Nonostante ciò, il piano si arresta proprio nel momento in cui dovrebbe diventare una vera svolta liberale. Il Governo annuncia dieci miliardi di euro di sgravi per i redditi bassi e medi, finanziandone una parte con l’aumento dal 45 al 47 per cento dell’aliquota sui redditi più elevati. Il peso complessivo delle tasse, dunque, non viene davvero ridotto: viene semplicemente spostato da alcuni contribuenti ad altri. La contraddizione è evidente. Berlino vuole attrarre capitale, dirigenti, tecnici, imprenditori e investitori, poi colpisce proprio le persone più mobili e più capaci di trasferire altrove attività, competenze e redditi. La ricchezza non è una massa immobile custodita in un deposito pubblico. Viene prodotta da individui che confrontano costi, opportunità e regole. L’inasprimento delle aliquote può soddisfare l’istinto redistributivo, ma rende il Paese meno conveniente per coloro dai quali dipendono investimenti e innovazione. Un’autentica riforma fiscale avrebbe finanziato gli sgravi riducendo la spesa pubblica, gli apparati, i sussidi e i programmi improduttivi. Avrebbe abbassato il peso dello Stato senza individuare nuovi contribuenti da sacrificare. La Germania ha bisogno di lasciare più risorse nella disponibilità di chi le produce, anziché perfezionare il meccanismo con cui il Governo decide a chi sottrarle e a chi restituirne una parte.

Lo stesso limite emerge negli incentivi destinati ai settori considerati strategici. Eliminare regole che ostacolano l’industria automobilistica, chimica, siderurgica o tecnologica è utile. I trattamenti particolari affidano invece alla politica il compito di scegliere le attività meritevoli di sostegno. Il mercato premia le imprese capaci di soddisfare meglio i consumatori; la politica tende a premiare quelle più abili nel chiedere protezione. Merz ha dunque compreso la natura della crisi, ma propone una terapia ancora condizionata, e molto, dal compromesso socialdemocratico. Flessibilità del lavoro, pensioni più sostenibili e minore burocrazia possono restituire energia all’economia. Restano una pressione fiscale opprimente, una spesa pubblica elevata e l’idea che lo Stato debba guidare la trasformazione produttiva. La Germania tornerà a crescere quando il Governo rinuncerà a occupare spazi che appartengono a imprenditori, lavoratori, risparmiatori e consumatori. Il futuro evocato dal capo della Cdu comincia da una verità semplice: la prosperità non viene decretata dal potere. Nasce quando il potere smette di ostacolarla.


di Sandro Scoppa