lunedì 6 luglio 2026
Sono scorsi tre anni e quattro mesi dall’inizio della guerra civile in Sudan combattuta tra l’esercito governativo e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). La linea del fronte è apparentemente consolidata, tuttavia le atrocità continuano e i generali rivali Abdel Fattah Abdelrahman Al-Burhan, capo dell’esercito regolare – riconosciuto dalla comunità internazionale – e Mohammed Hamdan Daglo, detto “Hemetti” (piccolo Maometto), comandante delle Rsf, proseguono nel tentativo di sopraffarsi a scapito della popolazione sudanese, piombata nella peggiore catastrofe umanitaria del pianeta, ma che ormai ha tendenzialmente assuefatto l’informazione. Ad oggi, oltre 14 milioni di sudanesi sono sfollati sia in altre aree del Paese che nei Paesi vicini; nella terra dei “due Nili”, Bianco e Azzurro, è in scena una crisi umanitaria che appare lontana dal risolversi, dalla quale la popolazione non ha modo di fare fronte, tanto è il coinvolgimento di Paesi terzi che sostenendo i rispettivi contendenti, non agevolano un minimo processo verso almeno una tregua, mantenendo pari le forze, non permettendo quindi, come accade anche negli scenari di guerra più noti, che ci sia un vincente netto.
Tale guerra civile, combattuta con armi sofisticate e con devastanti droni, oltre che fare strage diretta ed indiretta di civili, ha semi annientato il sistema sanitario del Paese, che in queste settimane sta affrontando anche una nuova epidemia di colera. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), con evidenti limiti operativi e discutibili strategie globali, ha dichiarato i primi di luglio che la nuova epidemia di colera, che sta colpendo zone di guerra del Sudan, ha causato fino ad ora circa 130 morti e oltre un migliaio di casi di persone infette. Dati del Governo sudanese riportano che questa epidemia è stata identificata circa due mesi fa, la precedente si era conclusa a marzo 2026; tra luglio 2024 e marzo 2026, quasi 125mila sudanesi sono stati contagiati e almeno 3.600 hanno perso la vita. L’epidemia colerica che ciclicamente, circa ogni tre anni, si manifesta è endemica in Sudan, ma a causa della devastante guerra e le conseguenti problematiche igieniche, come la carenza o mancanza di acqua potabile, e sanitarie come la scarsità di medicinali adeguati, si presenta con tempistiche accorciate, quasi permanenti. Inoltre, con la previsione nelle prossime settimane di forti fenomeni piovosi, i casi di colera sono previsti in aumento, trovando terreno fertile per il contagio.
L’area maggiormente colpita e a elevato rischio di diffusione del contagio è, come dichiarato dal governo di Khartoum, la linea del fronte che delimita le aree sotto controllo dall’esercito, diciamo, regolare – ricordo che l’attuale governo è frutto non di elezioni ma del “tradizionale” colpo di Stato – e quelle controllate dalle milizie paramilitari, ovvero lo Stato del Kordofan occidentale. Rammento che il Kordofan è un’area strategica e centrale del Sudan ed è diviso tra settentrionale, meridionale e occidentale. Questa regione è difficilmente raggiungibile ed estremamente pericolosa per ogni organizzazione a supporto della popolazione, in quanto è oggetto di mortali attacchi con droni da parte di entrambe le fazioni. Ciò sta causando carestia e sofferenza alla popolazione che non ha possibilità di spostarsi.
Una guerra civile che si articola tra stupri di massa utilizzati ufficialmente come arma tattica (ma in realtà appartengono a insite degenerazioni comportamentali), da ambo le parti, in particolare da parte di gruppi di miliziani/mercenari semi indipendenti assoldati dalle due fazioni; inoltre si sono verificati non pochi casi di crocifissione di donne e stermini indiscriminati della popolazione di interi villaggi. Una guerra che ha costretto un quarto della popolazione sudanese a fuggire; oltre cinque milioni di sudanesi sono emigrati in Sud Sudan, Egitto, Ciad, ed altri Paesi limitrofi, ma molti a causa della assenza del minimo sostegno umanitario sono stati costretti a ritornare nella terra di partenza. Oggi la capitale Khartoum è quasi totalmente devastata, senza una economia e dove vige stabile lo stato di emergenza. Fonti governative rivelano che meno della metà delle strutture sanitarie sono non operative, il resto opera a basso regime.
In questo scenario, oltre il colera, si staglia un’altra possibilità di incremento di una catastrofe già a livello planetario, ovvero l’intervento nel confinante Kordofan settentrionale della Russia, che assicurano varie fonti, anche Onu, si sta organizzando per una pesante offensiva di terra diretta alla capitale dello stato, El-Obeid, attualmente assediata dalle Forze di supporto rapido. Qui almeno mezzo milione di civili sono intrappolati e accerchiati, e la situazione umanitaria sta drammaticamente peggiorando. La Russia è uno dei principali sostenitori del governo retto dal generale al-Bourhane; i legami tra Khartoum e Mosca sono di vecchia data e basati sullo scambio di metalli preziosi e terre rare di cui è ricco il Sudan, contro il sostegno logistico e militare da parte Mosca. Quindi l’esercito regolare del generale al-Bourhane con il fondamentale coordinamento e supporto delle milizie russe sta preparando un imponente attacco con truppe contro le Rsf di Hemetti con lo scopo di togliere l’assedio alla città di El-Obeid.
Viene tragicamente alla memoria la strage, contornata dalla matrice etnica, avvenuta ad Al-Fāshir, capitale del Nord Darfur, dove tra il 26 e il 27 ottobre 2025, e dopo un assedio durato 18 mesi, le Rsf hanno occupato la città uccidendo oltre 2.000 persone in 24 ore. Al-Fāshir era l’ultima roccaforte nella regione dell’esercito nazionale sudanese; l’assedio di El-Obeid ricalca le tattiche utilizzate durante la presa di Al-Fāshir. L’aiuto internazionale sembra difficile da concretizzarsi, ma l’intervento russo con truppe di terra composto dalle milizie dell’Africa Corps, ex Wagner, ora sotto controllo statale, fa prevedere l’allargamento di una piaga umanitaria che potrebbe tratteggiare una nuova macchia nella coscienza dell’umanità, e una nuova conferma della debolezza delle comunità internazionali.
di Fabio Marco Fabbri