venerdì 3 luglio 2026
Non sarà la fede a vincerci: sarà il nostro nulla ad assimilarla
C’è un timore che ritorna a ogni stagione, e questa primavera è ritornato puntuale. Lo si ritrova nei libri che scalano le classifiche, nei dossier depositati in Parlamento, nella liturgia serale dei talk: l’Europa cristiana starebbe per essere sommersa. Le culle vuote degli europei, si ammonisce, verranno riempite da chi prega verso la Mecca; interi quartieri si muteranno in enclave dove lo Stato ha cessato di entrare. Né è ossessione soltanto italiana: in Gran Bretagna, tra il rapporto sugli stupri di gruppo delle bande pakistane e l’avanzata del partito antiimmigrazione di Nigel Farage, a fine giugno perfino Keir Starmer è stato costretto a lasciare Downing Street. L’islamizzazione è ormai lo spettro che si aggira, indisturbato, dai comizi ai salotti.
Che a quel timore non manchi ogni fondamento si può concedere subito, e senza reticenze: i numeri esistono, esistono le periferie che vanno mutando volto, ed è reale l’inquietudine di chi le abita, sicché sarebbe sciocco archiviare l’allarme come l’ennesima intemperanza xenofoba. Può darsi, anzi, che per una stagione o per un’intera generazione l’Islam appaia perfino la parte destinata a prevalere. E tuttavia, proprio là dove l’allarme crede di vedere con maggiore nettezza, si annida l’equivoco che lo governa: poiché chi paventa la sottomissione dell’Europa dà per acquisito ciò che andrebbe invece dimostrato, e cioè che l’Islam, una volta trapiantato tra noi, séguiti a essere quel medesimo Islam che ardeva nella terra da cui è partito. Come se il giovane cresciuto nelle banlieue potesse credere ancora in ciò che credevano il padre e il nonno rimasti al villaggio; e come se questa nostra Europa, prima ancora d’essere conquistata, non operasse nulla su chi la varca. È sul lungo periodo, come si vedrà, che la partita si decide, e in un senso opposto a quello temuto.
Il punto, invero, non è di ordine numerico, né si lascia dirimere contando i praticanti che entrano ed escono dalle moschee: il punto è che l’Europa non combatte le fedi, le dissolve. Ogni fede vive infatti di un fondamento che tiene per assoluto, un fine ultimo delle cose che non si discute perché è quello a misurare tutto il resto; e finché quel fine regge, ciò che esso comanda non è negoziabile. Ma è precisamente il fine ultimo che l’Occidente ha veduto cadere: giacché il suo stesso pensiero, spingendo la propria domanda sino in fondo, ha finito col mostrare che nessun ordine immutabile delle cose può essere provato, che nessuna verità è definitiva, e che quel Dio nel quale la tradizione riponeva il fondamento di ogni ente non regge più al vaglio. Con la sua caduta non è caduto un solo articolo di fede: è venuto meno il limite entro cui ogni volere si tratteneva, il muro contro cui ogni potenza umana veniva ad arrestarsi.
In quel vuoto è subentrata l’unica potenza che non domanda più in che cosa credere, ma promette di consegnare all’uomo la capacità di fare qualunque cosa: la tecnica. Essa non sopraggiunge ad abbattere il fondamento, ché il fondamento era già crollato da sé; essa occupa lo spazio che quel crollo ha spalancato. Non addita il fine per cui valga la pena vivere, poiché di fini ultimi non ne rimangono: appresta i mezzi per inseguire ogni fine, e li moltiplica senza posa, sicché il suo unico scopo diviene l’accrescimento indefinito della propria capacità di realizzare scopi. Dove un tempo si domandava che cosa fosse giusto volere, ora si domanda unicamente che cosa sia possibile ottenere; e a chi disponga della potenza di fare tutto, ogni comandamento che pretenda di fissargli un limite non può apparire se non come un residuo da oltrepassare.
Ed è qui che la paura delle masse europee coglie il vero e insieme lo travisa. È vero che l’Islam avanza, che occupa spazi, che nelle periferie del Continente cresce mentre le chiese si vuotano; ma chi si arresta a questa evidenza scambia la prima mossa per l’esito della partita. L’islam entra in Occidente persuaso di poterne separare i frutti dalle radici: di assumerne la potenza, gli strumenti, il benessere, e di respingerne la miscredenza nichilista. Presume, cioè, che la tecnica di cui si dota sia un mezzo neutro, volgibile a ogni scopo, atto a servire Allah come altrove è servito a congedarlo. È l’illusione fatale, la stessa in cui l’Occidente cristiano si è dissolto per primo. La tecnica, infatti, non è lo strumento docile che si piega ai fini di chi lo impugna: è essa a dettare il proprio fine, che consiste nell’accrescere all’infinito la potenza e nel corrodere, a uno a uno, i fini che vorrebbero contenerla. La società in cui il credente, non solo islamico, giunge, e che sogna di conquistare, è già ordinata in modo che nulla vi permanga assoluto, perché tutto vi è divenuto possibile e dunque negoziabile: e in un ordine simile la sottomissione incondizionata a Dio, che è il cuore stesso dell’Islam, non trova più l’aria per respirare. Quella che oggi appare l’ora della conquista è, per chi guardi più lontano, l’ora in cui il conquistatore prende a somigliare al vinto.
Coloro dunque che oggi innalzano barricate contro le moschee, e invocano crociate a difesa di un Occidente cristiano di cui restano appena le pietre, combattono la battaglia sbagliata, e per giunta dalla parte sbagliata. Non è l’Islam la potenza che minaccia di dissolvere l'Europa: è l’Europa, o meglio quel nulla di verità che essa ha collocato al proprio centro, la potenza che dissolverà l’Islam, come ha già dissolto la fede dei padri. Il pericolo che le masse paventano è reale, ma rovesciato: non la conquista, bensì l’assimilazione; non il minareto che sovrasta il campanile, ma il sabato sera e i suoi riti profani che li spegne entrambi. Chi teme che i suoi nipoti debbano un giorno pregare verso la Mecca non ha inteso la sola cosa che conti: che con ogni probabilità, tra qualche decennio, non pregheranno affatto. E il fedele venuto da lontano per convertire l’Occidente scoprirà, troppo tardi, d’essere stato convertito: non a un’altra fede, ma all’indifferenza verso tutte.
E però, a ben guardare, la contesa stessa tra chi teme l’Islam e chi ne pronostica il dissolvimento si mantiene tutta al di qua della questione decisiva. Poiché tanto la fede che avanza quanto il nulla che la corrode sono figure di una medesima potenza che si crede padrona dell’essere, e nell’affrontarsi non fanno che spartirsi il medesimo terreno: quello in cui si dà per scontato che le cose vengano dal nulla e nel nulla ritornino, e che tutto, per ciò stesso, sia manipolabile, conquistabile, perdibile. La verità, come sempre accade, è oltre: non sta né con il conquistatore né con chi lo assimila, né con Dio invocato a baluardo né con la sua morte proclamata a liberazione, ma in ciò che entrambi questi contendenti hanno già dimenticato prima ancora di cominciare a battersi. E fintanto che il dibattito resterà prigioniero dell’allarme e del suo rovescio, continueremo ad accapigliarci sul destino delle nostre chiese e delle loro moschee senza avvederci che la posta vera non è mai stata su quel tavolo.
di Claudio Amicantonio