“Zar Trump”: l’Intelligence di chi è?

giovedì 2 luglio 2026


In una Repubblica democratica è caldamente sconsigliato che il leader supremo si intesti la titolarità dell’intelligence, al contrario di quanto fanno Xi Jinping, Vladimir Putin e altri autocrati sparsi per il mondo, creando il corrispettivo del Grande fratello orwelliano che tutto vede e tutto controlla. Ora, come interpretare la scelta di Donald Trump di mettere, seppure ad interim, a capo del National intelligence un suo fedelissimo, Bill Pulte, con un curriculum di certo non altezza della situazione, tale da rendere l’attuale presidente americano più simile a “Zar Putin” con il suo tentacolare e onnipresente Fsb, che al grande Ronald Reagan che ebbe a nominare un esperto del calibro di William J. Casey? Andrebbe chiarito ai decisori democratici che l’Intelligence è una partita molto seria, imponendo severi vincoli legali, approfonditi standard operativi, disciplina analitica e una vera attitudine a valutare il rischio di operazioni coperte. Bisogna, infatti, avere il talento giusto per passare dal dato grezzo (denso di rumore “bianco”) a quello finale che rappresenta la vera informazione di intelligence, tenuto conto che le fonti possono mentire e gli avversari adoperarsi per manipolare l’informazione, mentre occorre saper pesare i margini di incertezza di una determinata valutazione. E questo è, in sintesi, proprio il lavoro che spetta al Director of national intelligence (Dni) che deve approvvigionare i decisori politici di riferimento con fatti, messe in allerta e giudizi anche non graditi. Con questa nomina “personale”, Trump si prende la solenne censura del paludato New York Times per aver nominato come Dni un suo fedelissimo, per sovrintendere alla comunità di intelligence americana. Il sospetto (tutto da dimostrare, però!) è che così facendo il presidente voglia assicurarsi di disporre di un ampio bacino di segreti di Stato, da utilizzare a suo piacere per colpire gli avversari politici. Ma, diciamolo pure: quale capo di stato o di governo è stato mai ritenuto immune da simili comportamenti?

Ciò che però fa pendere a suo sfavore la bilancia, è il fatto che Pulte, nel suo precedente incarico di capo della Federal housing finance agency, abbia “soffiato” a Trump preziose informazioni riservate su alcune pratiche immobiliari dubbie di suoi avversari politici democratici, delegittimando così l’indipendenza della sua Agenzia. Al contrario, nel campo dell’Intelligence tutti sanno per formazione di base che la politicizzazione dei relativi apparati è peggio di un peccato cardinale. Così, anche in democrazia accadrebbe ciò che succede con l’Fsb russa (e con il suo omologo cinese), per cui al Capo si dice ciò che lui vuole sentirsi dire, in un mondo che è invece denso di ambiguità e di disinformazione, divenuta vera dinamite con le deepfake e i falsi profili (bot) creati dall’Intelligenza artificiale. Una lezione indimenticabile, venne a suo tempo dalle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, che invece il raís non aveva! Semplicemente, l’allora presidente George W. Bush voleva un’occasione per attaccare, e i suoi apparati d’intelligence gliela hanno fornita, creando un disastro epocale di cui il mondo paga ancora le conseguenze (vedi Iran). Se il Dni si prestasse a essere un mero strumento di manovra politica, allora il suo ufficio potrebbe divenire un sorta di piattaforma informativa per veicolare narrative di parte, accreditata dalla sua autorità di gestore dell’informazione classificata, trattando il suo servizio alla stregua di un’agenzia di informazioni del presidente. Basta, a tal fine, dice Nyt, declassificare un documento, mantenendone segreto un altro più scomodo, e così via dicendo in base a pratiche non proprio corrette.

E nessun presidente dovrebbe mai, ci dice il quotidiano democrat, avventurarsi oltre i limiti rigidi della riforma degli anni Settanta, riguardanti Cia e Fbi, ai quali vennero imposti limiti legali, la supervisione del Congresso sul loro operato, la rendicontabilità interna e norme di comportamento professionale, per rendere compatibile con la democrazia i loro considerevoli poteri, in modo da farne una ragione di sicurezza nazionale, più che uno strumento nelle mani del presidente. Trump, però, con la sua seconda presidenza, ha fatto tesoro dell’influenza occulta del Deep State (e il Nyt farebbe bene a non deriderlo su questo serissimo aspetto!), che ne ha fortemente condizionato l’azione durante il primo mandato, avvalendosi ampiamente nel secondo dei suoi notevoli poteri di spoil system, per assicurasi la nomina di dirigenti a lui fedeli e rimuovere quelli sgraditi. Certo, sfortunatamente, si è trattato di un processo molto ampio di avvicendamenti che non è risultato immune dagli usuali eccessi trumpiani, per cui si fa terra bruciata del passato di nomine democrat! Secondo il Nyt, il problema vero, come in tutti questi casi, è che così facendo Trump equipara la professionalità alla slealtà e tratta il giudizio indipendente come una forma di sabotaggio, e non di garanzia super partes. Come se ciò che lo contraria, cioè, fosse il prodotto dell’azione di qualche entità nemica, da individuare e colpire in ogni caso. Ma, avvisa il quotidiano newyorkese, la comunità di intelligence nella sua collegialità non potrà mai aderire a un sistema in cui un lavoro onesto viene distorto o punito, dato che questo incentiva i migliori a fare un passo indietro.

In sintesi, la nomina di Pulte (anche se definita provvisoria da Trump, anche perché è il Senato Usa a doverla approvare definitivamente) è particolarmente avversata dalla stampa democrat, oltre per il suo curriculum obiettivamente deficitario, in quanto con lui viene meno il requisito della professionalità, facendo sì che la lealtà conti molto di più della verità. Per cui va a finire che le informazioni di intelligence e i consigli relativi sono apprezzati solo e soltanto quando abbiano per il leader un contenuto politico utile. Ma, avverte il Nyt, tutto ciò potrebbe ledere proprio gli interessi della sicurezza degli Stati Uniti, che investono somme gigantesche per scoprire i segreti dei loro avversari strategici, reclutando fonti in luoghi decisamente pericolosi, oltre a mettere a punto tecnologie estremamente sofisticate per ottenere le informazioni giuste. Prima però di condividere il pessimismo interessato del Nyt, sarà meglio dare in futuro un’occhiata da vicino ai risultati e all’atteggiamento reale del nuovo Direttore dell’Intelligence nazionale americana. Vale cioè il detto: “pagare moneta, vedere cammello”.


di Maurizio Guaitoli