mercoledì 1 luglio 2026
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui l’Europa continua a guardare alla minaccia russa. Da un lato, quasi tutte le cancellerie occidentali ammettono che Mosca non combatte soltanto in Ucraina. La guerra del Cremlino si muove anche nelle nostre città, nelle reti informatiche, nei sistemi energetici, nello spazio informativo, nelle fragilità politiche delle nostre società. Dall’altro lato, quando si tratta di trarre conseguenze pratiche da questa consapevolezza, l’Unione europea torna spesso a rifugiarsi nelle cautele procedurali e nelle obiezioni tecniche, come se la minaccia fosse ancora teorica. È in questo quadro che va letta la proposta di vietare l’ingresso nell’Unione europea ai militari russi che hanno servito nelle Forze armate della Federazione russa dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Non si tratta di un gesto simbolico, né di una punizione collettiva contro il popolo russo. È una misura elementare di sicurezza. Chi ha preso parte alla macchina militare che ha devastato l’Ucraina, chi ha servito in un esercito impegnato da anni in una guerra di aggressione contro uno Stato europeo, non può considerare l’Europa uno spazio neutro nel quale entrare, muoversi, riciclarsi, sparire.
La questione è stata posta dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’ambito del ventunesimo pacchetto di sanzioni. Per la prima volta Bruxelles ha proposto di impedire l’ingresso nell’Ue a chi abbia servito nell’esercito russo dopo il 24 febbraio 2022. L’idea è chiara: l’Europa non può restare aperta a chi ha partecipato all’invasione dell’Ucraina. Eppure, come spesso accade, tra la chiarezza politica dell’enunciazione e la decisione concreta si apre la palude europea. La misura richiede l’unanimità degli Stati membri e alcuni governi avrebbero espresso riserve, richiamando difficoltà giuridiche e tecniche. Sono obiezioni che meritano attenzione, ma che non possono diventare un alibi. Ogni misura di sicurezza, soprattutto in materia di visti e frontiere, richiede criteri, controlli, eccezioni e garanzie. Ma il punto politico viene prima: l’Europa considera davvero i militari russi un potenziale rischio per la propria sicurezza interna oppure no? Se la risposta è sì, allora la politica dei visti deve riflettere questa realtà. Se la risposta è no, bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, smettendo però di parlare ogni giorno di guerra ibrida, sabotaggi, minacce alle infrastrutture critiche e interferenze russe.
La proposta non nasce nel vuoto. Già un gruppo di Stati membri, tra cui Germania, Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania e Polonia, aveva chiesto a Bruxelles di affrontare il problema dell’ingresso in Europa di militari russi, in servizio o congedati. Per i Paesi più esposti alla pressione di Mosca, il tema non è astratto. Non lo è per gli Stati baltici, non lo è per la Polonia, non lo è per la Finlandia. Chi vive accanto alla Russia imperiale conosce da tempo la differenza tra dialogo e ingenuità, tra apertura e vulnerabilità. Il rischio non riguarda soltanto il presente. Riguarda anche il dopo. Prima o poi, la fase militare più intensa della guerra in Ucraina potrà ridursi, congelarsi, trasformarsi. Ma la Russia non diventerà automaticamente un Paese normale il giorno dopo un cessate il fuoco. Centinaia di migliaia di uomini saranno rientrati dal fronte, molti dei quali formati in una guerra brutale, esposti alla propaganda del regime, abituati alla violenza, talvolta reclutati tra detenuti comuni ai quali è stata offerta la guerra in cambio della libertà. Pensare che questo enorme bacino umano non possa essere utilizzato dal Cremlino nelle operazioni ostili contro l’Europa significa non aver compreso la natura del sistema russo.
Mosca ha già dimostrato di saper usare strumenti opachi, intermediari, criminalità, disinformazione, cyberattacchi, sabotaggi e provocazioni sotto soglia. La guerra ibrida funziona proprio così: non arriva con una dichiarazione ufficiale, non indossa sempre un’uniforme, non offre all’avversario il conforto giuridico di una risposta semplice. Colpisce sotto il livello che farebbe scattare una reazione militare convenzionale. In questo contesto, concedere con leggerezza visti europei a personale militare russo non è un atto di apertura. È una falla. Naturalmente, non tutti i soldati russi sono criminali di guerra. Non tutti hanno commesso atrocità. Non tutti sono agenti del Cremlino. Ma nessuna politica di sicurezza seria si fonda sull’ingenuità individuale. La responsabilità penale è personale e richiede prove, processi, garanzie. La prevenzione dei rischi segue invece un’altra logica. Non serve dimostrare che ogni singolo ex militare russo sia un sabotatore per ritenere ragionevole una restrizione all’ingresso di una categoria direttamente collegata alla macchina bellica di uno Stato aggressore.
Anche l’argomento dei valori europei va maneggiato con cura. L’Europa deve restare fedele allo Stato di diritto, ai diritti fondamentali, alla distinzione tra popolo russo e regime putiniano. Ma i valori europei non impongono il suicidio strategico. L’accoglienza dei dissidenti, dei perseguitati, dei giornalisti indipendenti, degli obiettori autentici è una cosa. La libertà di circolazione per chi ha indossato l’uniforme dell’esercito invasore è un’altra. Il punto decisivo è questo: l’Europa non può continuare a considerare la Russia una minaccia sistemica soltanto nei discorsi, nei documenti strategici e nelle conferenze stampa. Deve tradurre quella diagnosi in scelte concrete. La politica dei visti è una di queste. Forse non fermerà la guerra ibrida russa. Forse non impedirà a Mosca di cercare altri canali, altri strumenti, altri uomini. Ma ridurrà una vulnerabilità evidente e manderà un messaggio politico necessario: chi ha partecipato alla guerra contro l’Ucraina non può pretendere normalità in Europa.
Per troppo tempo il Cremlino ha contato proprio su questo: sulla capacità europea di indignarsi senza decidere, di denunciare senza prevenire, di riconoscere il pericolo senza chiudere le porte attraverso cui quel pericolo può entrare. Il divieto di ingresso per i militari russi non risolve da solo la questione della sicurezza europea. Ma indica una direzione. E soprattutto chiarisce un principio: Schengen non può diventare la retrovia dei soldati di Mosca.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)